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venerdì, 30 aprile 2004

 

Piano Sharon/Kerry/Clinton

"Lasciatemi dire che il piano di Sharon, sostenuto sia da Bush sia da Kerry, assomiglia moltissimo alla proposta che il presidente Clinton fece ad Arafat nel 2000"
Senatore Joe Lieberman, già candidato alla presidenza per il partito Democratico nel 2004 e vice di Al Gore alle presidenziali del 2000
26 aprile 2004, Brookings Institution di Washington
Il Foglio, 30 aprile (via Camillo)




Un post di Mixumb delle 20:04 · commenti

 

Di bloggers e WMD

La lettura di questi due articoli ha suscitato in me qualche riflessione, che non ha la pretesa di essere assolutamente esatta, ma tant'è, la posto qui. Mi spiace per voi, ma è un post lunghetto.

La prima riflessione tratta di come questi due articoli sono stati segnalati da quello che, oltre ad essere il mio pusher di link, è un personaggio unico nel mondo dei blog che io conosco: Enzo, che cura il blog 1972. Ora, io conosco e leggo e linko una serie di blog che ogni giorno leggono con enorme interesse quello che linka e seleziona Enzo. Si tratta di diversi documenti, analisi, articoli, riflessioni di altri bloggers, che giorno dopo giorno dipingono un quadro di cosa avviene nel mondo che io giudico prezioso sapere. Insomma, per me il blog di Enzo è insostituibile. Certo, Enzo ha le sue idee. Certo, le sue idee sono anche le mie. Certo, quello che linka ed i commenti che fa sono chiaramente rilfettenti di ciò che pensa. D'altronde, Enzo non è un giornalista del servizio pubblico italiano, che dovrebbe essere imparziale ed obiettivo mentre invece si candida per una parte e sbraita che l'avversario di quella parte ha instaurato il regime mediatico. E tuttavia, ho visto che tra alcuni bloggers che la pensano diversamente da come la pensiamo lui ed io (e tanti altri), c'è una specie di odio nei confronti di Enzo, che devo confessare a me dà più fastidio di quanto me ne darebbe se fosse rivolto verso di me (non mi considero così importante da rappresentare qualcosa o qualcuno che gli antropologicamente superiori prendono in considerazione : d'altronde mi è capitato di essere sepolto da insulti per poi sapere che chi lo aveva fatto si era tanto divertito un mucchio, quindi è evidente che io non rappresenti niente di importante). Io solitamente me la cavo esprimendo le mie opinioni, che come tali NEL MOMENTO IN CUI IO LE ESPRIMO non sono suffragate se non dal mio parere (e di altri, ma non è questo il punto). Per capirci, io linko quasi solo qualche articolo di giornali italiani, cose che tutti qui possono reperire con facilità, e per il resto dico la mia. Invece Enzo si va a cercare roba per tutto il mondo, dando la possibilità di conoscere le impressioni e le idee di qualcuno che sta dall'altro capo del mondo, e di conoscere anche fatti, numeri, documenti ufficiali: e questo è ben diverso e più importante. Non che Enzo sia l'unico, ce ne sono altri, sia da una parte che dall'altra. Ora, per come la vedo io molto è opinabile (ma non tutto), ma lo è di più una opinione (la mia, ad esempio) di un fatto, di un numero, di un documento ufficiale. Per cui, mi sono convinto che l'odio che leggo verso Enzo (non è odio, si potrebbero affrettare a dire coloro che leggeranno e si sentiranno chiamati in causa: per me invece lo è, o è qualcosa che gli assomiglia tanto tanto) sia dovuto fondamentalmente alle difficoltà nel perseguire sulla loro linea (che per me è perdente e sbagliata) che provoca ogni giorno quella che secondo me è più una rassegna stampa, o forse un'agenzia di stampa, che un blog. Ma c'è di più. Analizziamo i due documenti di cui parlavo, e il modo in cui li ha presentati Enzo. Ha scritto: "No WMD? Think again. Mettiamola così: uno in fila all'altro i dati contenuti in questo articolo di Kenneth Timmerman dipingono un quadro un po' diverso da quello che normalmente viene venduto all'opinione pubblica. Per la cornice leggete qui. Questa storia è tutt'altro che chiusa". Per come la vedo io, chiunque in possesso di un po' di onestà intellettuale non può non ammettere che Enzo è stato rigoroso ed estremamente attento. Poteva scrivere iperboli, fare scene, offendere: non l'ha fatto. Lo so: ci sarà qualcuno che sarà tentato di linkare una volta nella quale a suo avviso anche Enzo è stato scorretto. O, ancora di più, potrà fare lo stesso con me. In realtà, se faccio base 10 la correttezza di Enzo nel segnalare le notizie, per quanto vedo in giro sotto questo aspetto quelli che lo criticano stanno a meno dieci. Ecco, questo è importante, e per me altrettanto prezioso. Non voglio esagerare nè mettere in difficoltà lo stesso Enzo, ma secondo me qui c'è da imparare.
Seconda considerazione, su quanto contenuto negli articoli. Mi chiedo: cosa dovrebbe succedere perchè si considerino trovate le wmd ? Non lo dico con tono polemico, attenzione. La mia argomentazione non è: "brutti imbecilli, le hanno trovate e voi continuate a blaterare". La mia domanda è rivolta a tutti, me per primo: cosa, e in che quantità, e in che condizioni dovrebbe essere trovato per poter dire che le wmd sono state trovate ? Domanda difficile. D'istinto, mi viene da dire che questa è la classica questione sulla quale ci si dividerebbe tra chi direbbe che basterebbe poco (o magari che basta quello già trovato) e tra chi direbbe sempre che non basta (e non basterebbe mai). Io poi non sono un chimico, ma non lo è nessuno dei bloggers che leggo, da che ne so io, di qualsiasi idea sia. E allora che si fa ? Credo che nessuno possa avere la risposta, visto il tipo di armi di cui si parla. Non è che ci si aspetti di reperire una batteria di centinaia di missili di qualche kilometro l'uno, armati con testate atomiche, che uno dice: bè, eccole le wmd, e che volete di più ? Qui si tratta di roba chimica e biologica, di antrace che è letale in quantità da misurino e di cose simili al cui pensiero tutti noi dovremmo rabbrividire come è capitato a me vedendo qualche settimana fa un servizio di Report sullo stato in cui versano pericoli di questo tipo nella ex URSS di oggi. Ecco, per me il problema è che l'arma di distruzione di massa l'hanno trovata, ma non è fra quanto elencato negli articoli linkati da Enzo. Per me la vera wmd era Saddam, e non è un artificio per giustificare la guerra. Le armi da sole non fanno danni, questo succede solo se c'è qualcuno che le usa. Ma da solo, anche disarmato, uno come Saddam era pericoloso lo stesso. Per cui non è corretto sottostimare quanto Saddam fosse deleterio, nel connubio da lui formato con le wmd. Non voglio convincere nessuno, ma questo per me è vero anche se da qui a dieci anni non si troverà altro. E certo, non so con quale coraggio qualcuno possa dire che quanto elencato negli articoli di cui si parla non costituisse alcun tipo di minaccia per l'occidente o comunque per chiunque non andasse a genio a quel tiranno. Continuo a pensare che sia folle e scriteriato perseguire come unica soluzione per la sicurezza mondiale quella di affidarsi all'ONU, che come abbiamo visto è un'organizzazione che per come è strutturata semplicemente non è in grado di fare da garanzia su pressochè nulla nel campo del diritto internazionale. Oggi esistono persone in preda a deliri di onnipotenza, fanatici estremisti che non si fanno scrupoli nell'intraprendere un viaggio verso la morte che per essere giustificato comprende la fine di tutti noi. Credo sia estremamente sbagliato lasciare a queste persone la libertà di poter reperire, in un momento in cui tanto difficile purtroppo non è, le armi con le quali hanno intenzione di mettere in pratica le loro pazzie. E a chi mi dice che non è questo quello che vuole chi si è opposto alla guerra in Iraq, rispondo che dovrebbe ammettere il fallimento dell'alternativa alla guerra, se questo è rappresentato dalle ispezioni dell'ONU. Io non voglio vivere in un posto in cui l'unica cosa che divide un criminale genocida dalla possibilità di sterminare il mondo a cui appartengo sia Hans Blix e l'ONU della Cina e della Russia con potere di veto in consiglio di sicurezza, dello scandalo di oil for food, di Srebrenica e del Ruanda, dell'impossibilità di una commissione per i diritti umani, presieduta dalla Libia e partecipata da rappresentanti di alcune spietate dittature, di condannare i kamikaze palestinesi o il massacro in Sudan. Tirate fuori un altro sistema per rassicurare l'occidente che non verrà spazzato via dai folli che lo attaccano per la democrazia e la libertà che rappresenta, perchè finchè questa ONU sarà il vostro scudo io vi lascerò volentieri a credere di essere al sicuro e continuerò a stare dalla parte di chi all'Europa ha già salvato il culo contro nazismo e comunismo, e l'ha fatto senza bandiere arcobaleno e purtuttavia senza se e senza ma.
L'ultima considerazione non è nuova, nel mio blog, ma la ripropongo ugualmente. Visto che oggi la sinistra pacifista si dimostra così attenta ai diritti dei poveri irakeni, tanto da manifestare e sbraitare pressochè quotidianamente contro quelli che chiama occupanti e tanto da continuare a prestare ascolto a coloro che gli odierni assassini in Iraq li chiama "resistenti" (non parlo solo di Diliberto e Rizzo, una di questi è capolista per la lista Prodi alle prossime europee) ... bè, visto che vi sta a cuore il popolo irakeno e che per voi le wmd non ci sono mai state (spero che poi qualcuno mi spiegherà logicamente da dove possa mai venire questa granitica certezza, chè io da solo non ci arrivo), si può sapere di grazia cosa vi sareste aspettati che fosse successo se si fosse evitata la liberazione dell'Iraq grazie alle truppe alleate e si fosse invece dato tutto questo tempo al simpatico Blix (quello che dà del bastardo a Bush, quello lì, quello che dice che gli irakeni stavano meglio sotto Saddam, proprio lui) ? Se vi sta a cuore il popolo irakeno, pensate che con la vostra strategia oggi il popolo irakeno sarebbe libero da Saddam ? E come, di grazia, visto che pensate che le armi non ci fossero e che solo trovandole la comunità internazionale sarebbe stata legittimata a liberare l'Iraq ?



Un post di Mixumb delle 17:38 · commenti (9)

giovedì, 29 aprile 2004

 

Per Pannella la sinistra urla, ma poi non agisce

Da Il Riformista di oggi

«La proclamazione è l'opposizione all'azione. Anzi, di più. La proclamazione è il modo per non compiere l'azione». Sceglie un difficile giochino di parole Marco Pannella per sintetizzare la freddezza con cui i partiti della sinistra (seppur con qualche distinguo, ma solo a titolo personale) hanno accolto il referendum sulla fecondazione assistita promosso dai Radicali insieme all'associazione Luca Coscioni. Perché la sinistra «che urla invece di lottare, non solo non è di aiuto, ma rappresenta addirittura un ostacolo per le campagne che stiamo portando avanti in difesa delle libertà individuali».
L'esplicito riferimento è alla indisponibilità dei partiti di centrosinistra (in questo caso sarebbe forse più corretto fare riferimento solo alla sinistra) ad impegnarsi subito per la raccolta delle firme sul referendum. Tutto rinviato alla fine della tornata elettorale (quindi dopo le europee, le amministrative e i relativi ballottaggi). «La richiesta di spostare i tempi a fine giugno di fatto mette a serio rischio la raccolta delle 600mila firme (100mila in più, per far fronte ad ogni evenienza) che devono essere presentate entro metà settembre, e con l'estate di mezzo. Ancora una volta le urla e le dichiarazioni dei leader di partito, che hanno giudicato liberticida la legge sulla fecondazione assistita, non si sono tradotte in fatti». E ancora: «Una sinistra sociale che si è dimostrata in grado di spostare centinaia di migliaia di persone sulle proprie iniziative, in questo caso non ne ha spostate neanche cento di persone».
A Pannella, che non ha mancato di sollevare anche il problema del black-out dei media sulle sue iniziative, non va giù. Secondo il leader storico dei Radicali non è proprio possibile al momento rilanciare nella politica del centrosinistra i temi strettamente connessi alla tutela e alla difesa delle libertà. Il bersaglio delle sue critiche sono soprattutto i Ds. Corsi e ricorsi storici, dice Pannella, ricordando la linea diffidente adottata nel 1974 dal Pci di Berlinguer nei confronti del referendum sul divorzio, invertita soltanto a poche settimane dal voto. «Solo che in quel caso si comportavano così per salvaguardare il compromesso storico. Oggi vogliono evitare imbarazzi a Rutelli».
Sono quindi operazioni di carattere elettorale (per non rispolverare l'aggettivo partitocratico) sul versante delle opposizioni a dare una sponda alla deriva liberticida della maggioranza di governo. La legge sulla fecondazione assistita rischia di essere solo la punta di un iceberg. Basti pensare al nuovo concetto di tortura mutuato dal dizionario leghista («Neanche una scarica elettrica di mezz'ora che uccide un individuo è considerata tortura», afferma Pannella ricordando la necessità che la stessa sia reiterata per essere considerata tale. Va detto che, dopo essersi espressa a favore dell'ormai celebre emendamento proposto dalla Lega, l'Aula di Montecitorio ha rinviato la proposta di legge in commissione Giustizia). O al decreto legislativo dello scorso febbraio che cancella Darwin e la teoria evoluzionistica dai programmi delle scuole medie (anche se il ministro dell'Istruzione sembra fare marcia indietro).
Il vulnus non è solo al governo. E' tutto il parlamento, secondo Pannella, ad essere responsabile. «Come si spiega altrimenti che durante il triennio 1976-1979 soltanto quattro deputati radicali riuscirono a bloccare leggi come quelle di Cossiga o la revisione del Trattato con il Vaticano mentre l'attuale opposizione, seppur in forte minoranza, non riesce a fare quadrato attorno a tematiche dell'importanza della fecondazione assistita?». Il vero problema è che «quando si parla di democrazia politica e libertà è vivo il retaggio di una tradizione politica che le ha sempre considerate tematiche borghesi».
Visto in un quadro più ampio, il j'accuse di Marco Pannella suona come un campanello d'allarme. Soprattutto in casa di chi da opposizione aspira a diventare forza di governo senza riuscire a trovare una coesione neanche sui provvedimenti che intaccano la libertà dell'uomo, prima che quella del cittadino (un problema che sembra essere solo della classe dirigente se è vero, come sostiene Pannella, che «il 98% degli elettori del centrosinistra è contro la legge sulla fecondazione assistita»).

Qui invece l'intervista, sempre di oggi, all'Unità

ROMA «Le pagine sull’Unità hanno prodotto un risultato. Mi pare di riconoscere i sintomi che già si produssero nel ‘74. Nelle ultime 24 ore dalla Lucania a Torino, dalla Romagna all’Umbria sono arrivati sostanziosi annunci di impegno. Mi auguro che a partire dal 1° maggio ci si butti in questa battaglia». Marco Pannella è fiducioso che anche grazie alla pubblicità che il comitato promotore del referendum sulla fecondazione assistita ha fatto sul nostro quotidiano si possano smuovere le acque intorno alla raccolta delle firme. «Saremo presenti dovunque il 1° maggio con i nostri banchetti. Il problema è non impedire alla stragrande maggioranza delle donne e degli uomini di questo paese di firmare. Se non gliene diamo l’opportunità è come se glielo impedissimo». E non tralascia di punzecchiare i Ds facendo paragoni con il Pci del 1974: «Quando la storia si ripete da drammatica diventa grottesca. Allora si trattava di salvare il disegno del compromesso storico (su questo altare si sacrificava il disegno liberale e laico) ed era comprensibile. Oggi c’è solo il rischio di un po’ di imbarazzo per Francesco Rutelli che fra l’altro se lo merita, perchè risparmiarglielo?».
Perché le pagine di pubblicità proprio sull’Unità?
«È stato un incontro di rischio in senso positivo. Rischio di impresa. L’amministrazione ci ha reso accessibile (ad un prezzo accessibile) la pubblicità. L’abbiamo fatta contemporaneamente anche su «Il Foglio». Ma sono target diversi. Io poi l’ho fatto con convinzione perché credo che possano incontrarsi gli elettorati e gli ideali. Ho cercato di informare gli elettori militanti. È un mio vecchio vizio. Ho sempre guardato con fiducia alla capacità laica e democratica dell’elettorato di sinistra. Nel ‘74 ci fu il miracolo dell’ultimo secondo...».
Lei sta accusando i Ds di comportarsi sulla procreazione assistita così come il Pci si comportò nel ‘74. Ma nel referendum sul divorzio il Pci si impegnò pancia a terra...
«Quarantaquattro giorni prima del voto. Nel ‘74 la scelta ufficiale per il sì venne dal Pci solo il 23 marzo e fino a otto giorni prima la linea scelta dal partito era ancora di tentare in ogni modo l’abrogazione della legge Fortuna con il progetto di legge Carettoni e con quello Bozzi. Devo dire che dal ‘70 al ‘74 la posizione maggioritaria della base del partito era con noi. Ricordo che Umberto Terracini e Fausto Gullo accettarono persino di far parte della presidenza della Lega Radicale per il divorzio e scese in campo anche Vittorio Vidali seguito da non pochi compagni delle federazioni...Ricordo la commozione di Gullo quando gli telefonai che il Pci aveva deciso di impegnarsi»
Piero Fassino ha ribadito oggi che la legge sulla procreazione è oscurantista e che i Ds si impegneranno in Parlamento per modificarla: se non ci riusciranno useranno il referendum come ultima ratio...
«O si convoca adesso il referendum raccogliendo le firme per depositarle a fine estate oppure si rinvia tutto al 2007. L’argomento che usa Fassino è quello che usarono i compagni del Pci sul divorzio. Ma parliamoci chiaro, oggi c’è una freddezza, per non dire un’assenza sulla fecondazione assistita. Anche se quasi tutto il centro sinistra parlamentare al momento dell’approvazione della legge è stato capace di un grande urlo, direi di stampo radicale. Ma i tempi stringono. L’accetta referendaria si può usare nel momento in cui è ancora vivo lo sdegno popolare. Il nostro progetto era quello di arrivare a depositare in Corte di Cassazione i quattro referendum studiati da parlamentari del centro sinistra e di centro destra, con Del Pennino. Però si sente dire che si può convergere sui tre o quattro referendum ma dopo le elezioni. Significa il 27 giugno, dopo i ballottaggi...».
A che punto state con la raccolta delle firme?
«In 8100 Comuni italiani vi sono i moduli a disposizione per la firma, i consigli e richiami di legge per le segreterie comunali. Abbiamo messo a punto un fai da te prezioso che può mettere in condizione i 200mila consiglieri comunali di raccogliere le firme la sera a casa propria. La scheda si può scaricare da Internet. In una settimana abbiamo raccolto 20mila firme. Dopodomani (domani ndr) pubblicheremo in una pagina pubblicitaria sull’Unità l’elenco dei parlamentari che hanno firmato finora. I sondaggi ci dicono che il 37% dell’elettorato di centro destra è determinato a votare per l’abrogazione della legge».
















Un post di Mixumb delle 18:46 · commenti

 

La sinistra non ha più tempo per l'ONU

Editoriale de Il Riformista di oggi

Pubblichiamo oggi quasi integralmente la relazione che Lakdhar Brahimi, inviato speciale di Kofi Annan, ha svolto l’altra sera al consiglio di sicurezza dell’Onu sul processo di transizione in corso in Iraq. Lo facciamo perché in Italia chi chiede il ritiro delle nostre truppe (e ormai si appresta a chiederlo anche la lista Prodi, con una certa fretta, presentando una mozione entro il 15 maggio, da mettere ai voti entro il 28 maggio, data di chiusura del parlamento per la campagna elettorale europea) spiega l’accelerazione sulla base del fatto che i margini della cosiddetta svolta si starebbero esaurendo. Siccome è Brahimi l’incaricato dall’Onu di verificarne la fattibilità, cioè di nominare un governo provvisorio in Iraq entro la scadenza prevista dalla precedente risoluzione approvata all’unanimità (il 30 giugno), ci sembra che sia più attendibile dei leader del centrosinistra italiano nel giudicarne le prospettive. Leggete pure il testo. Ma la frase chiave è alla fine e recita: «C’è molto da fare e il tempo è breve. Il compito di fronte a noi, per compiere il quale abbiamo il forte sostegno del Consiglio di sicurezza - e cioè assistere la formazione di un governo ad interim per il 30 giugno e preparare le elezioni da tenere nel gennaio 2005 - al punto in cui sono le cose non sarà facile. Al contrario, ci sono trappole potenzialmente pericolose e grandi ostacoli ad ogni passo di questa strada. Ma il lavoro è fattibile se ci fissiamo obiettivi saldi nei principi ma realistici, se ci muoviamo in quella direzione con prudenza e se non restiamo soli nel muovere quei passi. Avremo bisogno, in particolare, che il Consiglio di sicurezza sia unito dietro di noi e con noi».
Dunque il lavoro terribilmente difficile di stabilizzare l’Iraq si può fare per Brahimi, ma è già chiaro che non si può fare per l’opposizione in Italia. Ricordiamo, en passant, che Brahimi è un algerino, musulmano sunnita, è stato presidente della Lega araba e in questa veste ha più volte preso le parti di Saddam. Tutto è tranne che un amerikano. Perché dunque la posizione iniziale della lista Prodi («aspettiamo l’Onu») si è trasformata in un «anticipiamo l’Onu»?
La risposta è nelle date, ed è una risposta molto triste. L’opposizione non condiziona più la richiesta del ritiro al 30 giugno, giorno che ha a che fare con la situazione in Iraq; ma al 28 maggio, giorno che ha a che fare solo con la situazione in Italia, perché è l’ultima occasione utile prima delle elezioni. L’urgenza elettorale ha preso il sopravvento sulla considerazione di ciò che è utile all’Iraq, annullando così la differenza che aveva finora distinto la sinistra riformista dal pacifismo senza se e senza ma, pur essendo entrambi stati contrari alla guerra. Si dà così ragione, e forse voti, a Bertinotti e Cossutta, che all’Onu non hanno mai creduto. Oppure si dà ragione, e forse voti, al governo, che ora si aggrappa all’Onu.
Dopo che questa mozione sarà stata votata succederanno le seguenti cose: Brahimi dirà entro la fine di maggio se è riuscito a fare il governo e con chi; gli americani decideranno se accettarlo o meno; le grandi potenze, probabilmente nel G8 della prima decade di giugno e dopo la visita di Bush da Chirac, decideranno se dare il via libera a una nuova risoluzione Onu che riconosca il governo provvisorio varato da Brahimi. In una parola, dopo che in Italia si sarà votato sulla impossibilità della svolta, ci potrebbe essere la svolta. Prodi, lo si capisce dalle dichiarazioni di ieri, non condivide la scelta del ritiro. Fermi allora questa deriva.




Un post di Mixumb delle 07:55 · commenti (6)

mercoledì, 28 aprile 2004

 

Iraq - Vietnam : un paragone tirato per i capelli

Ancora Paolo Mieli dal Corriere della sera di oggi. A proposito di pacifismi a senso unico

A me sembra, caro Mieli, che le analogie di cui si discute nella sua rubrica tra la situazione odierna in Iraq e quella vietnamita di trenta e più anni fa, siano tirate per i capelli. Non che non ci sia qualche similitudine tra i due conflitti (ce ne sono, del resto, tra tutte le guerre): ma mi pare evidente che la sindrome di Saigon è evocata ad arte - «in forme spesso incongrue ed esagerate», sottolinea giustamente Enzo Bettiza su Panorama - in modo da indurre chi legge a dare per certa la sconfitta e a ritenere che «i buoni» siano gli uomini del terrore che si oppongono agli Stati Uniti. Dell’Iraq si può pensare quello che si vuole, ma credo che questa sia una comparazione arbitraria. E anche non del tutto onesta.

Jas Gawronski,


Caro Gawronski, ritengo anch’io che la comparazione tra Iraq e Vietnam non stia in piedi. Perché, come ha messo in rilievo Charles Krauthammer sul Washington Post , i vietcong - per dirne due - avevano alle spalle, oltre al Vietnam del Nord, superpotenze del calibro di Cina e Unione Sovietica a differenza dei «resistenti» iracheni che non ne hanno. E facevano riferimento a figure della statura di Ho Chi Minh e Vo Nguyen Giap che già dieci anni prima (nel 1954) avevano sconfitto i francesi a Dien Bien Phu mentre gli iracheni non ne hanno di paragonabili. La similitudine non regge anche perché i vietnamiti, diversamente dagli iracheni, erano da secoli, anzi da millenni, una nazione etnicamente e culturalmente omogenea. E per il fatto che riuscivano a infliggere agli Stati Uniti perdite nell’ordine di cinquecento uomini alla settimana mentre in Iraq, nel mese più caldo del conflitto (questo aprile), sono caduti poco più di cento uomini. Può darsi, beninteso, che tra qualche tempo la guerra assuma le fattezze di quella vietnamita, ma per ora va detto che non è così.
Della sua lettera, caro Gawronski, mi hanno colpito anche le parole conclusive, quelle in cui torna sull’equazione «nordvietnamiti = buoni» per decrittare il messaggio subliminale di questa campagna di comparazione tra la guerra d’oggi e quella di trenta, quarant’anni fa. E a questo proposito non dovremmo mai stancarci di ripetere che - a dispetto di ciò che alcuni di noi in buona fede credettero allora - le cose non stavano così. Pham Xuan An un ex generale vietcong (cioè «buono») qualche anno dopo la conclusione della guerra ha dichiarato: «Tutto quel nostro parlare di liberazione, tutti i complotti, tutti i cadaveri, tutti gli inganni hanno reso questo Paese (il Vietnam riunificato dopo la liberazione del 1975, ndr) immiserito e a pezzi, dominato da una banda di crudeli e paternalistici filosofi semianalfabeti». E Jean Lacotoure, che nel 1968 rese omaggio a Ho Chi Minh con un celebre libro, oggi confessa: «Ignorai i difetti del Vietnam del Nord, ritenevo la sua causa giusta e dunque pensavo che non meritasse se ne mostrassero gli errori; credevo del tutto inopportuno raccontare dello stalinismo di quel regime mentre Nixon bombardava Hanoi». Anche questo fu il Vietnam: con quasi due milioni di sudvietnamiti costretti poi a emigrare, centomila boat people che morirono tra i flutti cercando di espatriare su zattere e imbarcazioni di fortuna, una feroce dittatura che è rimasta tale a ventinove anni dalla «liberazione», la repressione incessante dei montagnard sugli altipiani accusati di aver collaborato con gli Stati Uniti e di non essersi poi voluti sottomettere ai nuovi padroni.
Talché, se pure fosse vero che il conflitto sull’Eufrate ha assunto le fattezze di quello sul Mekong, se anche l’attuale impresa militare dovesse risolversi per gli americani in una tragedia, sarebbe comunque disonesto presentare i combattenti iracheni come fossero vietcong per far passare ambedue come i «buoni» della situazione. E questo anche nel caso in cui dell’impegno militare statunitense a Bagdad si pensi tutto il male possibile.






Un post di Mixumb delle 16:54 · commenti

 

Ma benedetti ragazzi

Ragazzi ... ragazzi ... ragazzi ! Ma si può sapere che diavolo vi chiamate a fare "disobbedienti" se poi scattate sull'attenti e obbedite ogni qual volta qualche criminale vi dà un ordine ?

Un post di Mixumb delle 08:05 · commenti (18)

martedì, 27 aprile 2004

 

Il ritiro delle troupe

Franco Bechis su Il Tempo di oggi

C’È UNA SOLA via d’uscita se non dalla tragedia almeno dalla farsa degli ostaggi italiani in mano ai banditi iracheni. Ed è quella del ritiro. Non delle truppe dall’Iraq. Ma delle troupe sotto casa Agliana, Cupertino e Stefio. Via tutti, Rai, Mediaset, fotografi, taccuini dei cronisti. Parleremo degli ostaggi quando e se ci saranno notizie utili, sviluppi nella trattativa, cronache che meritano. Smettiamola di parlare dei parenti degli ostaggi. È quello il nostro fianco scoperto. Quello che ci espone al più colossale e farsesco ricatto che l’Italia abbia mai dovuto subire. L’hanno capito bene i sequestratori iracheni e le loro ormai indiscutibili sponde nazionali. Questo Paese è diventato una metafora televisiva. Le chiavi di accesso ce le hanno quando va bene Bruno Vespa, quando va male la Endemol di Marco Bassetti. Qualsiasi cosa o accade a Porta a Porta o nella casa del Grande Fratello. Qui, e l’hanno capito i terroristi iracheni che ci conoscono così a fondo, un attentato per riuscire si fa in uno studio televisivo. Per questo ci spediscono videomessaggi sui prigionieri. Un po’ di dramma, come alla vigilia dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi. Un po’ di casa del Grande Fratello, come le immagini arrivate ieri con i tre poveretti lavati e rivestiti a punto a consumare un pasto locale. Il loro attentato è lì, nelle immagini, distribuite sapientemente alla loro Rai e Mediaset locale. Sanno di potere contare sulla nostra debolezza, e non ci risparmiano nulla. Ora, come temevamo, ci chiedono solidarietà e una bella spallata di piazza al governo di Silvio Berlusconi. Non una piazza qualsiasi, ne vogliono una di Roma, con la capitale in ginocchio di fronte a tutto il mondo.
Sanno entrare nel ventre molle dell’Italia. Certo, ieri tutti i nostri politici si sono battuti il petto all’unisono: «Mai. Non si tratta con i terroristi». Molti però hanno continuato con i «ma». Una sfilza di «ma». «Ma questa guerra deve finire». «Ma rimaniamo dell’idea che le truppe italiane debbano andare via dall’Iraq». «Ma l’Onu…». Il ventre molle. Ed è piccola cosa, un po’ meschina, a cui la politica italiana ci ha da tempo abituato. Anche quando sarebbe l’ora di alzare la testa, di essere davvero uniti senza «se» e senza «ma».
Non sono i politici il nostro principale fianco scoperto. Sono le lacrime dei parenti. Il volto preoccupato dell’Agliana. La bandiera in piazza e il «tu» ormai dispensato ai giornalisti che lo accompagnano di papà Stefio. Sono il dolore e l’attesa trasformati in uno spettacolo da quattro soldi. L’audience che fanno i parenti degli ostaggi, la guerra tv. Quella guerra che alla fine ci ha regalato solo la candidatura di Lilli Gruber. Usciamone. Ritiriamo le troupe.



Un post di Mixumb delle 18:44 · commenti

 

La macchina del tempo

Siamo riusciti a spedire un odierno pacifista senza se e senza ma nell'Italia del 1944, armato di bandiera arcobaleno e di trombetta da manifestazione come da divisa di ordinanza. E' un esperimento molto più scioccante di quello di far vivere 12 pseudovip in una fattoria come fosse il 1870. Ci ha detto di aver scritto una canzone, e che sta cercando di farla diventare un pò l'inno della resistenza italiana all'occupazione nazista. Ci dice che fa un pò di fatica, che non ha presa sui partigiani che combattono gli occupanti tedeschi. Non facciamo fatica a credergli, a leggere il testo.

Una mattina mi son svegliato...
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
Una mattina mi son svegliato e ho trovato l'invasor

O partigiano, parla col crucco...
O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
o partigiano parla col crucco, che di certo se ne andrà

Ma cosa dici, certo che scappa...
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
certo che scappa, ci lascia stare, basterà questa canzon

Certo che basta, una canzone...
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
e chi ha già ucciso, tanti italiani, ci darà la libertà

Perché anche i crucchi, anche i nazisti...
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
si pentiranno, se glielo spieghi, e poi la guerra finirà

Vanno capiti, è colpa nostra...
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
se ci hanno invaso, è colpa nostra, nostra responsabilità

Senza le armi, solo trattando...
o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao
verrà la pace, arcobaleno, senza se e senza ma

Aspetteremo, molto più tempo, forse si sopravviverà

No, non avrebbe avuto un gran successo tra i partigiani della resistenza al nazifascismo. E se qualcuno si sente offeso, se qualcuno ha in animo di arrabbiarsi per questa versione pacifista di Bella Ciao, ci pensi su un attimo. Non è che un'applicazione alla resistenza italiana dei principi oggi portati nelle piazze dai pacifinti. Parlatene con qualche partigiano ancora vivo, e spiegategli che non doveva combattere per la sua libertà, che non doveva usare le armi per difendersi, che la guerra è stata una soluzione sbagliata, un errore. Che bisognava lasciare alla diplomazia il tempo di fare il suo corso, perchè la guerra non è la risposta. Dite a quell'eroe della resistenza italiana che doveva vedere altri morire sotto l'occupazione tedesca, così che qualcuno potesse cercare di negoziare con Hitler. Come era stato già fatto a Monaco, peraltro, con i risultati che sappiamo. Se a qualcuno salta la mosca al naso, se la prenda con sè stesso e con le impraticabili soluzioni che il pacifismo (non) offre e (non) ha offerto ai conflitti del mondo. Poi vedremo chi manca di rispetto alla resistenza italiana. Non il 25 aprile, ma tutti i giorni dell'anno.















Un post di Mixumb delle 11:32 · commenti (8)

lunedì, 26 aprile 2004

 

Pacifismi

Dal Corriere della Sera di oggi.

Milano. Bandiere bruciate, scontri con la polizia, sassaiole. Per l'ennesima volta il mondo dei centri sociali non riesce a contenere le spinte alla violenza che nascono al suo interno. E che anche ieri hanno rischiato di compromettere la fisionomia di una manifestazione pacifica e per moti versi anche festosa.
Il copione è noto sino alla noia. C'è il corteo della sinistra estrema in fondo alla manifestazione, con i camion e i sound system che pompano musica a tutto volume. Gli slogan sono quelli di sempre, contro gli Stati Uniti e Israele, e inneggianti all'Intifada. Duri, certo, molto discutibili. Ma nel complesso il clima non sembra velenoso. Improvvisamente, scatta il passaparola, i cappucci delle solite felpe scattano a nascondere il volto. Ed ecco che "democratici" assolutamente impermeabili al concetto di consenso sociale e politico danno inizio alla devastazione : sportelli bancomat, vetrine, ristoranti Mc Donald's, negozi Nike e Benetton.
Partono le bombolette spray, e questa volta le scritte se la prendono persino con Fabrizio Quattrocchi, l'ostaggio ucciso in Iraq. Tutto il percorso lungo Corso Buenos Aires e Corso venezia è scandito dagli "attacchi". E proprio in Corso Venezia il gruppo Action ha già collaborato all'occupazione di una palazzina da parte di una trentina di famiglie sia ecuadoriane che italiane.
Come peraltro annunciato, una buona parte della manifestazione antagonista (non il centro sociale Leoncavallo, che prosegue con il corteo principale) si dirige verso il consolato statunitense. E qui, una volta di più, scoppia la guerriglia. Protagonisti, in concreto, non più di una settantina di militanti. La sceneggiatura è studiata. Mentre gli attivisti fronteggiano il cordone di polizia a protezione del consolato, due di loro si staccano dal gruppone. Il primo srotola per terra le bandiere americana e israeliana e appicca il fuoco ad entrambe. Il secondo accende un fumogeno e lo lancia contro gli agenti. E' il segnale : il resto del gruppo avvia una violenta sassaiola, partono bulloni, blocchi di porfido, pezzi di metallo e altro ancora. Un vicequestore anziano viene colpito ad un polso, le forze dell'ordine reagiscono e caricano i dimostranti.
Il gruppo, incalzato dagli agenti, ripiega verso Piazza della Repubblica, ma non è ancora finita. In via Turati gli incappucciati se la prendono contro alcune macchine parcheggiate, poi parte un'altra sassaiola all'indirizzo del Palazzo della Permanente. Una vetrata del primo piano crolla a terra, mentre alcuni espositori escono a chiedere un più energico intervento dei poliziotti.
La novità è che i ceffoni cominciano a volare anche fra gli stessi militanti, evidentemente non tutti convinti del significato politico della guerriglia. Poi, finalmente, torna la calma. Sul sito di Indymedia, vicino al movimento antagonista, come al solito c'è di tutto. Ma le reazioni al blitz del pomeriggio sono soprattutto critiche. Persino sarcastiche : "Bravi. Grande azione politica. Profonda ammirazione".






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Mi dissocio

Il fastidio di dover comunicare a mezzo mondo il cambio di numero di telefonino è grande. Ma il fatto che da oggi chi mi chiama e trova il mio telefono spento o occupato si sente annunciare il consueto testo di lasciare un messaggio sulla mia segreteria telefonica da Maurizio Costanzo ... è pressochè inaffrontabile. Mi vengono i brividi.

Ma è capitato anche a voi o sono vittima di un complotto ?

"La persona che cerca adesso non può risponderle. Lasci un messaggio alla segreteria telefonica. E state bboni"

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domenica, 25 aprile 2004

 

L'obbligo più importante: mettere a disposizione del pubblico tutti gli elementi che gli permetteranno di giudicare in piena autonomia

E poi si candida alle europee. Alla faccia della piena autonomia di giudizio. Alla faccia della RAI appaltata a Berlusconi. Alla faccia del giornalismo serio e indipendente (Santoro è un altro). Libero analizza le perle antiamericane di Lilli la reporter.

COSÌ NEL SUO LIBRO-DIARIO "I MIEI GIORNI A BAGHDAD" LA GIORNALISTA RAI SI SCHIERAVA CON GLI IRACHENI E ATTACCAVA GLI STATI UNITI

Simpatia per i ministri del rais, critiche ai soldati Usa e al Pentagono: «Per credere a Bush serve una fede cieca» - MILANO - Lilli Gruber, l'inviata con la pashima, è andata in guerra, a raccontarci i bombardamenti di Baghdad per il Tg1, «sempre in ordine, presentabile, con un leggero trucco», per rispettare l'abbonato della Rai. Perché la forma è importante. E ancor più la sostanza. «Noi giornalisti televisivi», scrive nell'introduzione de I miei giorni a Baghdad (Rizzoli, pp. 324, euro 16), «deteniamo un potere eccezionale: possiamo entrare ogni giorno nelle case di milioni di spettatori e ottenere la loro attenzione. Godiamo di una sorta di diritto d'ingerenza che non è concesso a nessun altro. Questa grande libertà va però coniugata col rispetto dei fatti. Il giornalista deve scomparire dietro la realtà che racconta. Le sue scelte personali, le sue opinioni, i suoi sentimenti non devono pregiudicare l'obbligo più importante: mettere a disposizione del pubblico tutti gli elementi che gli permetteranno di giudicare in piena autonomia». Perfetta, la teoria. Un po' meno la pratica, soprattutto se vista con il senno di poi, alla luce della notizia della probabile "discesa in campo" della rossa Lilli nella lista Prodi. Rileggiamo, infatti, alcune pagine (insipide, in tv è molto più brava) del suo diario dall'Iraq, «teatro di una nuova avventura militare del presidente americano George W. Bush», dove arriva il 23 gennaio 2003. Con le idee chiare. «Le unità militari americane porteranno con sé i cosiddetti embedded ,i giornalisti al seguito, che condurranno una vita simile a quella dei marine, dando troppo spesso l'impressione di identificarsi con i loro compagni di ventura». Meglio invece coprire il probabile conflitto da Baghdad «stando in mezzo alla popolazione civile, piuttosto che al seguito dei militari, costretta a rispecchiare il loro punto di vista soltanto». E pazienza se si finisce influenzati dal regime, quel che importa è evitare di cadere sotto le grinfie della perfida amministrazione Bush, «trionfante per il prestigio di quella che i suoi militari hanno presentato come una grande vittoria in Afghanistan, contro i talebani e contro al-Qaida». Per credere al presidente Usa serve «una fede cieca e l'abbandono di ogni facoltà critica». E lei non ci casca, «l'indubbia supremazia americana anche nella guerra di propaganda» le fa un baffo. Molto più simpatico il ministro dell'Informazione di Saddam, Muhammad Said al-Sahhaf, quello che negava la presenza degli americani a Baghdad proprio mentre un carro armato Usa appariva alle sue spalle. I personaggi positivi sono l'ispettore Hans Blix («Bisogna rendere omaggio a questo diplomatico svedese») «irritato dalla malafede di Washington»; i poveri scienziati iracheni, che «hanno spalancato le porte di tutte le istallazioni con il sorriso sulle labbra», ignari di essere « doomed if you do, doomed if you don't » ("fottuti qualsiasi cosa facciano"); i pacifisti, «semplici cittadini che hanno lasciato tutto per fare da "scudi umani" a migliaia di chilometri di distanza»; Tareq Aziz, il numero due del rais, «curioso e ironico»; al-Jazeera, «la bestia nera degli americani», che offre «un'informazione alternativa» a Cnn e Fox («cassa di risonanza della posizione ufficiale dell'amministrazione americana»). Il Male, ovviamente, sta al Pentagono, «dove il bilancio delle vittime civili irachene è l'ultima delle preoccupazioni degli strateghi della guerra preventiva», e nell'«insopportabile arroganza» degli yankee: «L'esercito americano è una formidabile macchina da guerra, dotata di una potenza di fuoco senza pari. È tuttavia formato per lo più da adolescenti cresciuti troppo in fretta che non sembrano aver ancora imparato a controllare i potenti mezzi messi a loro disposizione. E forse sanno anche che verranno assolti da una società accecata dalla paura». Finita la guerra, nota: «Ero abituata a eludere la sorveglianza via via sempre meno attenta dei nostri guardiani iracheni, ma ora mi rendo conto che far ragionare un soldato americano sarà un compito ben più arduo». All'autrice di queste righe l'Ulivo ha offerto un seggio europeo. Leggendo il libro, chi avrebbe mai potuto immaginarlo?


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L'eroe ci piace se la pensa come noi

Ancora Giampaolo Pansa sull'Espresso. Ancora per poco, è diventato troppo scomodo e tra breve non ci scriverà più ...

Che cosa nasconde la campagna politica contro i quattro ostaggi italiani catturati in Iraq

All'inizio della guerra in Iraq comparve a Roma, sulla via Nomentana, un grande striscione che diceva: "Saddam regalaci un altro Vietnam". La firma era di un gruppo di estrema destra che aveva riesumato il fascio littorio. Ma anche a sinistra tanti speravano che Bush affondasse in un pantano neo-vietnamita. Nomi illustri si auguravano che Saddam Hussein ce la facesse. Era un despota spietato? Pazienza, visto che si batteva contro gli Stati Uniti. Quando Saddam cadde, le speranze si trasferirono sulla guerriglia islamica. Con campagne politiche e di stampa, ma anche con raccolte di denaro.
Se riflettiamo su questo primo anno di guerra e di stragi, risulta evidente che esiste una bipartizione nell'area contraria al conflitto irakeno. Accanto a un settore pacifista, il più vasto e composito, ce n'è un secondo che voglio chiamare paciguerrista, più ristretto, però molto compatto. I paciguerristi vanno al di là del pacifismo immacolato. Non stanno al di sopra delle parti, bensì militano per una parte. Ieri per quella di Saddam, oggi per chiunque cerchi di mandare al tappeto il nazista Bush e i suoi alleati.

Questi due settori di opinione pubblica hanno ritrovato un punto di contatto dopo la cattura dei quattro italiani presi in ostaggio dalle Brigate verdi di Maometto. Un contatto che non si è dissolto neppure con l'esecuzione di uno dei prigionieri, Fabrizio Quattrocchi. Anzi, la loro campagna ha preso forza dopo le parole che Quattrocchi avrebbe pronunciato prima di essere ucciso: "Vi faccio vedere come muore un italiano".
Scrivo 'avrebbe' perché il video della sua esecuzione è conosciuto soltanto da pochissime persone. Sto peccando di un eccesso di prudenza? Penso di no. Sono disposto a credere ai testimoni, ma la vita mi ha insegnato che è sempre meglio sentire con le proprie orecchie e vedere con i propri occhi. Allo stesso modo ritengo che in quel dramma ci siano aspetti da spiegare, lati ancora nel buio. Tuttavia, quel che mi sembra chiaro è il motivo che aveva spinto in Iraq i quattro italiani. Non per combattere una guerra da irregolari, da mercenari. Bensì per fare un mestiere che si sta diffondendo in tutto il mondo: gli addetti alla sicurezza, le guardie del corpo private.

Anche in Italia ci sono migliaia di uomini che fanno questo lavoro. Li incontriamo ogni giorno, nelle banche, negli uffici, negli aeroporti. Tutelano le nostre vite, a Roma o a Milano come a Baghdad. Mi ha colpito per l'estrema chiarezza l'esempio che, nel Ballarò di Rai3, martedì 20 aprile, ha fatto Paolo Mieli. Ha detto: se volessi aprire in Iraq un'azienda editoriale, per pubblicare giornali o libri, e in questo modo contribuire alla nascita di una democrazia irachena, dovrei difendere i miei giornalisti e i miei tipografi con guardie armate come, salvo sorprese, erano gli italiani presi in ostaggio.
Sono del tutto d'accordo con Mieli. Eppure, su Quattrocchi e i suoi compagni, è subito partito, ed è ancora in corso, un linciaggio mediatico di una violenza che mi ha angosciato, ma non sorpreso. Mi ha angosciato perché l'accusa numero uno ("Mercenari!") è stata sparata subito. Quando il gruppo stava in mano ai sequestratori e Quattrocchi era ancora vivo. Potrei citare decine di articoli, dichiarazioni, commenti, lettere ai giornali. Non lo faccio perché tutta questa robaccia, sfornata anche da intellettuali e da politici, mi sollecita ricordi cattivi. Ricordi che mi turbano, poiché mi riportano a un tempo feroce che ho vissuto da testimone: quello del terrorismo italiano.

Anche allora chi veniva sequestrato o ucciso dalle Brigate rosse subiva l'offesa di vedersi imporre una maschera che snaturava la sua figura. È accaduto a tutti. Carlo Casalegno venne dipinto come "un agente della controguerriglia attiva, prezzolato e cosciente", praticamente un mercenario. Guido Rossa fu liquidato come uno spione. L'ingegner Giuseppe Taliercio perché faceva morire gli operai di cancro. Il magistrato Francesco Coco perché mandava in galera i proletari senza prove... Ecco perché non mi sorprende la campagna di oggi contro Quattrocchi e i suoi compagni. Pattume già visto, schifezze che ritornano. Come una febbre malarica da cui non sappiamo guarire.
Insomma, gli eroi ci piacciono soltanto se la pensano come noi. se appartengono alla nostra stessa parrocchia politica, se ci confermano in quella che Luciano Violante ha chiamato 'pigrizia aristocratica' (io direi ideologica): "La convinzione che il nostro pensiero interpreti così bene la realtà da poter fare a meno di guardarla". Ecco il vizio che infetta troppa gente: una masochistica cecità. Ma chi chiude gli occhi rischia sempre di finire in malo modo. E, soprattutto, non ha futuro.











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sabato, 24 aprile 2004

 

Jeanne Woodford, una vita a San Quentin credendo nei detenuti

di Gloria Mattioni per Il Foglio quotidiano

Alta e snella, con una zazzera rossa e corta da ragazzo e gli occhiali cerchiati di metallo, Jeanne S. Woodford non dimostra i suoi cinquant'anni. Cammina spedita attraverso il cortile della prigione di San Quentin, il carcere dove nel 1978 cominciò la sua carriera "correzionale" come semplice guardia, nonostante in tasca avesse una laurea in Giustizia criminale. "Era l'unico lavoro con una paga decente offerto nel settore a quei tempi" commenta con quella sua attitudine "i fatti, non le opinioni" che le ha fruttato stima e riconoscimenti anche dagli avversari politici (lei è sempre stata democratica, difficile essere qualcosa d'altro con quella zazzera e con quegli occhiali). Con la stima sono arrivati gli avanzamenti di carriera, gradino per gradino, che l'hanno fatta arrivare in testa alla scalata, fino alla nomina di "warden" di San Quentino nel 1999, prima donna a ricoprire quella carica in 152 anni di storia dalla fondazione di questa tetra prigione ; fino a venire nominata a capo del Department of Correction dell'intero stato della California dal neoeletto governatore repubblicano, Arnold Schwarzenegger.

Jeanne Woodford, vestita con l'eleganza senza pretese della vera signora, gonna a pieghe di lana verde oliva e maglia color crema scollata a V, la giacca del tailleur dimenticata nel suo ufficio, sta andando a controllare che i compiti in classe di metà quadrimestre per conseguire il diploma di media superiore comincino in orario. Si svolgeranno nell'Education Building dove, dall'inizio della sua direzione, in altri orari vengono anche offerti ai detenuti corsi di storia, filosofia e letteratura a livello universitario, classi di meditazione o "coundeling" per imparare ad essere genitori migliori, imparare a gestire la propria aggressività o sconfiggere la tendenza all'abuso di stupefacenti.

Il primo sole primaverile tinge d'argento le acque della baia di San Francisco e rende ancora più dorato il Golden gate Bridge che si scorge da qui sull'altra sponda. Due uomini vestiti con le tute arancioni destinate ai prigionieri classificati di "massima sicurezza" stanno potando i rami di un cipresso all'ingresso della cappella di fronte all'Education Building. "Yo, Miss Warden!", "Good morning, Mrs. Woodford". Si illuminano, entrambi, di un sorriso anche più largo quando Jeanne Woodford ondeggia verso di loro una mano in segno di saluto.

Dire che i 5.600 prigionieri sotto la sua autorità, inclusi i 610 detenuti alloggiati nel braccio della morte (un'ala della prigione inizialmente costruita per ospitare non più di 68 uomini) la rispettino, sarebbe ancora poco. Alcuni, letteralmente, l'adorano. Sostengono, come Brian Shipp di Pleasant Hill, condannato all'ergastolo per rapina e rapimento di un cassiere di banca, di aver ritrovato un briciolo di stima in sè stessi grazie alle idee e ai programmi varati da questo anomalo direttore di carcere. Sostengono di avere imparato modi per esprimere le proprie opinioni ed ottenere rispetto in modi diversi dalla violenza e dall'intimidazione, gli unici sistemi che finora erano a loro conosciuti. "Ho fatto molti, orribili errori", racconta Shipp, "ma vedermi offerta la possibilità di diventare un essere umano migliore e potere essere d'aiuto a qualcun altro mi ha ridato la forza di alzarmi al mattino e guardare al presente e al futuro per le occasioni, non solo per le restrizioni e la miseria del confinamento. Shipp fa da tutore per quei prigionieri illetterati che vogliono imparare a leggere. Partecipa anche allo Squires Program, che prepara alcuni prigionieri come credibili counselor per teenager a rischio, proprio per aiutarli a rimanere fuori dalle mura di un carcere. Che nelle prigioni non ci siano solo criminali incalliti e irrecuperabili, ma anche (oltre a qualcuno vero innocente) molti che hanno commesso reati più per ignoranza e per disperazione che per malvagità, è una delle convinzioni liberal più fori alla base del Woodford pensiero. E l’istruzione, a suo avviso, è proprio la chiave di volta per aprire un mondo di opportunità diverse. Jeanne Woodford crede ferventemente nella “riabilitazione”, parola cancellata dalla dichiarazione degli obiettivi del codice penale californiano del 1976, due anni prima che cominciasse la sua carriera carceraria.

Da allora, guardie e direttori di prigione sono stati esortati soprattutto a punire ed essere più duri con il crescente numero dei detenuti (negli ultimi vent’anni, quadruplicato in tutt’America fino a più di due milioni). Accusati altrimenti di vezzeggiare e coccolare i detenuti, al cui mantenimento viene devoluta una notevole parte del bilancio statale ottenuto dalle tasse, (in California soltanto, il Department of Correction gestisce un bilancio attivo di quasi cinque milioni di dollari per 161 mila prigionieri e 41 mila guardie e personale amministrativo, molto di più che per l’istruzione superiore), alcuni responsabili carcerari si sono distinti per l’uso di metodi violenti fino all’efferatezza. Fra loro anche i predecessori di Woodford a San Quentinm convinti che la migliore terapia per bollenti spiriti fossero catene e “buchi” sottoterra in cui isolare i recalcitranti, ma anche – come emerso nel recente scandalo del carcere di Salinas – guardie auto-organizzate in vere gang, per potere meglio gestire gli affari quotidiani della vita carceraria, coperti dal muro di silenzio e di omertà che spesso li protegge.

Il codice del silenzio, conferma Woodford sempre “matter of facts”, esiste. Nessuno lo può negare. Lei ne ha avuta esperienza diretta nei suoi ventisei anni d’impiego. E da quando ha avuto il potere e gli strumenti per infrangerlo, si è votata anche a questa missione. Gli abusi non verranno perdonati, ha detto nel suo discorso di accettazione del nuovo posto di lavoro. Una linea condivisa dal suo nuovo diretto superiore, il governatore dal pugno di ferro con i criminali, ma anche con chiunque approfitti dell’investitura pubblica per commettere prepotenze. Lo strano repubblicano Schwarzenegger, dice, le ha lasciato mano libera nelle decisioni per restaurare la fiducia in un sistema spesso corrotto e insufficiente. Convinto fautore a sua volta del potere dell’istruzione, Schwarzenegger ha autorizzato i programmi educativi che Woodford ha esteso, da quest’anno, anche alle guardie e al personale del carcere. Tra l’altro, Woodford è riuscita a fare tutto questo praticamente gratis. Un aspetto non sottovalutabile per un governatore che aveva nel suo programma elettorale la riduzione dell’ingente budget che il suo predecessore, Gray Davis, aveva destinato soprattutto alla riduzione di nuovi penitenziari. Woodford si serve infatti di insegnanti e ausiliari volontari. Cominciano attratti dall’idea di partecipare a un tentativo di riabilitazione “vecchio stampo democratico”, come prima della svolta dura sul crimine degli ultimi vent’anni. Ma una volta “presi all’amo”, dice Woodford, implorano di restare : mai avuti studenti più volenterosi, appassionati e assetati di conoscenza. “Ti fanno provare l’orgoglio di avere scelto questa professione ormai impossibile con altre esperienze”, racconta Janet Juska, insegnante in pensione, autrice di un libro biografico in cui racconta le sue avventure di arzilla nonnina alla ricerca del sesso dimenticato, e insegnante di un corso di scrittura creativa a San Quentin. “E’ una ricompensa migliore di qualsiasi compenso”. I soldi non sono l’unica soddisfazione. La pensa così anche Jeanne Woodford che, parlando del suo stipendio fissato a 123.255 dollari all’anno (considerato da molti suoi colleghi non abbastanza allettante per la responsabilità della carica) , dice : “Anche con cinque figli se non da mantenere, almeno da aiutare, a me sembrano abbastanza”.

La stoffa della buona amministratrice l’ha dimostrata da un pezzo. Coime responsabile di un budget annuale di 110 milioni di dollari, quelli assegnati per il funzionamento di San Quentin. Quelli che rimpiange di più di avere speso sono quelli usati per portare a termine quattro esecuzioni capitali, una per ogni della sua direzione. Inevitabile. Ma contraddittorio e penoso per una come lei, che della riabilitazione ha fatto il suo emblema e il suo cavallo di battaglia. Jeanne, infatti, si è rifiutata di considerare irrecuperabili persino i detenuti nel braccio della morte. E nonostante il sistema giudiziario abbia già stabilito che non vi sarà per loro alcuna reintegrazione possibile, “Miss Warden”, oggi grande capo dell’intero dipartimento, ha continuato e continua a incoraggiarli.

“Ci spinge a partecipare ad attività comuni, a leggere e a studiare”, racconta Slime, un ventitreenne pettinato con i cornrows da star dell’hip-hop, finito nel braccio della morte per una sparatoria tra gang a Fresno che ha lasciato quattro ragazzi stecchiti sul marciapiede. “Mi ha convinto che ci dev’essere qualcosa di buono persino in me, che forse non sono solo un rifiuto d’essere umano”.

Slime ha due figli, uno per ognuna delle sue ragazze. Quasi il 50 percento dei detenuti di San Quentin sono padri. Che modello paterno vogliamo dare a questi bambini e ragazzi, deve aver pensato Woodford. Statistiche alla mano, il 65 percento dei figli di detenuti finisce a sua volta in prigione prima dei vent’anni. O almeno, così succedeva nell’era pre Jeanne. Così com’era del 70 percento la percentuale dei detenuti che, una volta liberati (spesso “on parole”, con obbligo di soggiorno nell’area metropolitana della baia di San Francisco e con la condizione di trovare un impiego), nel giro di due anni finivano di nuovo nell’odiata San Quentin (“San Quentin, odio ogni centimetro di te” cantava Johnny Cash negli anni settanta in una canzone che diventò l’inno dei prigionieri tartassati da guardie brutali, coperte da direttori che si giravano dall’altra parte per non vedere).

Ora queste percentuali sono in continua e progressiva discesa. “Se tutte le prigioni avessero programmi come quelli di San Quentin”, commenta Jody Lewen, direttore dei corsi del college, “risparmieremmo un sacco di soldi in tasse. L’istruzione è lo strumento più efficace per combattere il recidiviamo. Rende i detenuti impiegabili e li trasforma in avvocati di questa scelta nelle loro comunità e famiglie. E l’influenza sulle prossime generazioni è ciò che conta”.

Migliori detenuti, migliori cittadini una volta fuori. Migliori padri e migliori mariti. Grazie a “Mother Jeanne”, come la chiamano i più spiritosi, facendo il verso, bonariamente, al titolo di una famosa rivista progressista (Mother Jones) ma anche in apprezzamento alla sua umanità, al suo sincero interessamento per ognuno dei detenuti sotto la sua giurisdizione. Ora che i pulcini ammontano a più di 160 mila, alloggiati nelle altre 32 prigioni dello Stato, Mother jeanne avrà il suo bel da fare. Forse non riuscirà a riabilitarli proprio tutti ma l’importante per chi osa, com’è noto, è tentare.

 

Un post di Mixumb delle 15:07 · commenti (2)

 

Pace e martello

Non parliamo di cortei pacifisti. Quelli che vediamo sono sempre più cortei della sinistra antagonista. Giampaolo Pansa sull'Espresso di questa settimana (grazie a Paolo di ILA)

Qualche giorno prima della caduta di Baghdad, a Roma, in via Nomentana, è comparso un grande striscione bianco con una scritta a caratteri cubitali: "Saddam regalaci un altro Vietnam". L´invocazione era firmata da un gruppo di estrema destra, che ha per simbolo una bandiera tricolore con il fascio littorio. Mi sono detto: robaccia fascistoide. Poi mi sono subito chiesto: a sinistra quanti avrebbero potuto sottoscrivere questa preghiera al rais?
Abbiamo avuto il caso di Pietro Ingrao che, con pieno diritto, si è augurato che gli iracheni resistessero a lungo contro gli invasori anglo-americani. Poi ci sono stati quelli del Né-Né, né con Bush né con Saddam. Il più celebre di tutti si è rivelato, ahimè, il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, anche se in seguito ha tentato di articolare meglio la propria posizione con una lunga lettera al ´Corriere della sera´. Ma credo di non sbagliare se dico che, a sinistra, tantissimi hanno ragionato, e ragionano, come i camerati che si auguravano un Vietnam nelle sabbie irachene.
Il sentimento anti-americano è arrivato al punto di sostenere che la cannonata tirata da un tank Usa contro l´Hotel Palestine di Baghdad, dove stavano i giornalisti, aveva lo scopo di mettere fuori gioco dei testimoni pericolosi. Pierluigi Battista, nel suo ´Parolaio´ (´La Stampa´, 14 aprile) ha citato queste battute di Dario Fo: "Gli americani uccidono i giornalisti per difendere la loro propaganda. Hanno sparato scientificamente agli inviati. Il loro è stato un mezzo di difesa perché le notizie reali non minaccino quelle di propaganda".
Nei cortei all´ombra della bandiera pacifista abbiamo visto una formidabile applicazione di quel processo mediatico che è la nazificazione dell´avversario. In migliaia di cartelli, Bush e spesso anche Blair venivano identificati con Hitler. E l´odiatissimo Berlusconi, naturalmente, stava al loro fianco, trasformato in un Mussolini ridanciano. Ecco una forma rozza, ma potente di revisionismo storico. Che nel corteo di sabato 12 aprile si è spinto a proporre una tesi che non starà mai in piedi. Aldo Cazzullo, sulla ´Stampa´, l´ha citata così: "L´Italia si è liberata da sola grazie ai partigiani", alla faccia delle migliaia di soldati americani e inglesi caduti sui campi di battaglia del nostro smemorato paese.
Come è facile tirare una riga sulla verità! Soprattutto quando il fideismo politico è sorretto dall´ignoranza della storia. Cancellare quanto è accaduto e accade, se questo fa a pugni col tuo fondamentalismo, è un´operazione che tanti a sinistra hanno ripreso a fare. Con risultati paradossali anche quando il bianchetto si usa per l´oggi. Non credevo ai miei occhi mentre leggevo sul ´Corriere della sera´ del 13 aprile questa dichiarazione di Sergio Cofferati, raccolta da Dario Di Vico, a proposito della guerra in Iraq: "Negli Usa la gente ha ricevuto una quantità d´informazioni nettamente inferiore a quella di cui abbiamo disposto noi europei".
Tuttavia non penso che queste forzature, e queste bugie, vadano messe sul conto del pacifismo italiano, che ha molte facce e tanti modi di leggere quanto accade nel mondo. Anzi, per dirla tutta, smetterei di parlare di cortei pacifisti. Quelli che vediamo sfilare nelle città italiane sono sempre più cortei della sinistra politica. Anzi, delle tante sinistre, a cominciare da quelle più radicali e antagoniste. Che sono non soltanto antiberlusconiane e antigovernative, ma, ecco il punto, antiuliviste, contrarie in modo intransigente al centro-sinistra. Sabato 12 aprile, uno degli slogan più urlati (l´ha citato ´Libero´di Vittorio Feltri) era "Pace, pace pace / il centrosinistra è peggio dell´antrace". O secondo una versione più morbida: "Pace, pace pace / l´Ulivo è come l´antrace".
Da dove viene tutto questo minestrone ideologico? Credo dalla vecchia cultura comunista, una brace che in molti cova ancora sotto la cenere del dopo Ottantanove. E dal radicalismo del Sessantotto, che ormai ha fatto i capelli grigi, ma è un Viagra efficace per chi si sente sempre un ribelle. Sono due esperienze che non dovrebbero aver nulla da spartire, poiché una è stata la negazione dell´altra. Ma che invece si fondono, caoticamente. In più, ci sarà pure un po´ di quel fattore che sull´´Express´ del 10 aprile Eric Conan, nel raccontarci dell´antiamericanismo come un male francese, ha chiamato "il complesso del signor Perrichon". Era un personaggio del commediografo Eugène Labiche, che odiava il suo giovane salvatore proprio perché gli doveva la vita.
Gli americani e gli inglesi ci hanno salvato due volte. Prima dal nazifascismo e poi dal comunismo. E allora, strillano i tanti Perrichon italici, che vadano all´inferno, con tutti i loro parà e i loro marines!








Un post di Mixumb delle 10:20 · commenti

 

Io voglio continuare a nutrire la vostra speranza

Luca Coscioni, presidente di Radicali Italiani, sul Foglio di oggi.

La legge 40 deI 2004 sulla procreazione medicalmente assistita sancisce il ritorno in Italia, ad una sorta di medioevo e di arretramento scientifico. E' una legge integralista e fondamentalista, e con essa, si assiste ad un deciso e deprecabile ritorno alla prudenza democristiana, illiberale, illegale. Con questa legge, non le vite delle persone, dei deboli, di noi malati, delle coppie sterili, ma gli embrioni sono sacralizzati e ad essi, stanno per essere immolate la libertà e la vita. Dare corpo, dare mano, dare voce oggi per me, riacquista il suo immenso significato. Il fine ultimo della ricerca sugli embrioni non è certo l'eliminazione di ogni forma di diversità, ma il suo esatto contrario favorire la bio-diversità mediante una lotta sistematica, alle malattie responsabili di milioni di morti in tutto il mondo.

L’associazione Luca Coscioni lotta per impedire che i principi della laicità dello Stato e della libertà di ricerca siano ancora una volta bruciati sul rogo clericale da questi partiti politici. Si schiera a favore di una ricerca libera, dove l'etica della scienza sia definita da parametri laici e scientifici e non da parametri religiosi o conservatori.

Lo stato democratico nasce per garantire libertà e sicurezza ai cittadini, per consentire loro, fra le altre cose, di praticare il culto e le convinzioni che desiderano da questo deriva la sua legittimità. Uno stato democratico non può imporre convinzioni religiose o ideologiche. Come per altri diritti civili, la classe politica italiana è distante anni luce dalle opinioni dei cittadini. Quindi il referendum deve essere percorso, sarà percorso ed è percorribile con un coinvolgimento non solo delle donne cui la legge 40 del 2004 è diretta, ma di tutti i soggetti che considerano la possibilità di scegliere tra la vita e la morte fisica, psicologica, quotidiana. Per la fondamentale, necessaria costruzione di una vita possibile: sia essa quella di un figlio o quella che dà fiato reale alle speranze e ai desideri di milioni di malati…
La battaglia per la libertà di ricerca scientifica è, dunque una battaglia di laicità, non per un credo o per convinzioni puramente ideologiche, ma per garantire ad ogni individuo, ad ogni malato la possibilità di coltivare la speranza, riconoscendo in essa sempre i valori della dignità e libertà, di difendere la propria esistenza da chi vuoI far prevalere una morale facendola divenire la morale di tutti, attraverso il diritto, attraverso la norma giuridica.

L’Associazione che porta il mio nome, vuole che la condanna a morte di milioni di malati sia compresa e non confusa con il presagio ideologico che tale legge vuole evitare, cioè quello che per curare un uomo, se ne sopprime un altro. Questa è la falsa verità che legge numero 40 del 2004 vuoI far passare, cosi che tutti condannerebbero qualunque sperimentazione sugli embrioni. Credere nella libertà di scienza, nella ricerca scientifica non significa che ci consideriamo i supremi giudici dei valori di un individuo, ma semplicemente che non ci sentiamo autorizzati a impedirgli di perseguire scopi che non condividiamo, finché, ovviamente, non infranga la sfera egualmente protetta, dei diritti e dei valori altrui.

Quindi mi rivolgo, appellandomi, a tutte le forze politiche e sociali che hanno dichiarato e proclamato, i mali possibili di questa legge, affinché concretamente, possano mettersi a lavoro insieme, per abolirla; allora si che questa legge verrebbe abolita, perché non solo i sondaggi, ma anche l'esperienza del passato, come per altre lotte di diritti civili, come l'aborto e il divorzio, ci danno una popolazione italiana pronta a seguire l'impostazione Liberale, tra gli altri, su questo tema della libertà della ricerca scientifica
Quindi, se questa battaglia viene messa come questione centrale del lavoro politico, questa legge, o parte di essa, probabilmente ne uscirebbe abolita.

E se coloro che credono di essere i padroni del nostro destino, vogliono che tutti accolgano "il senso salvifico" della sofferenza, io voglio continuare a nutrire la speranza, a nutrirmi del mio stesso impegno, del vostro impegno, affinché i nostri comuni sforzi possano far luce in così tanto buio.













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venerdì, 23 aprile 2004

 

Quando una vignetta vale più di mille spiegazioni ...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Primo atto dell'Iraq senza Saddam : sostiene risoluzione ONU per moratoria esecuzioni capitali

“Il caso dell’Iraq è clamoroso – ha dichiarato Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino - e prova ancora una volta come in molti paesi la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, per i diritti umani e lo stato di diritto. Il solo fatto che in Iraq non ci sia più Saddam ha comportato che nel paese l’applicazione della pena di morte sia stata sospesa e che in sede internazionale l’Iraq si sia espresso per una moratoria delle esecuzioni capitali.”

A proposito, se qualcuno è ancora intenzionato a chiedere, a dire il vero parecchio tartufescamente, perchè gli italiani stanno in Iraq, o - ancora più tartufescamente - a chiedere che se ne vadano immediatamente, potrà interessargli/le sapere che stamattina un bersagliere italiano è rimasto leggermente ferito ad una mano mentre stava garantendo insieme ai suoi colleghi la sicurezza delle prime elezioni libere a Nassyria da qualche decennio (si elegge il consiglio comunale). E non c'è dubbio che gli irakeni avrebbero tutto da guadagnare se ce ne andassimo, no ?

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Di Re e di clero. Le avventure di un anticlericale un pò vecchia puttana

Telefonata di prammatica per assicurare la presenza dell'ospite d'onore per la prossima serata di maggio di una delle mie attività. Questa volta (non li scelgo io, calmi tutti) trattasi di un importantissimo cardinale (lo so, sono una vecchia zoccola, predico bene e razzolo male, eccetera eccetera : ma tutti dobbiamo mangiare, e comunque una laurea in scienze politiche mi ha sufficientemente erudito circa l'arte della diplomazia, da usare quando serve. Come dice Rolli, ciccabum). Telefono alla segreteria, e dopo un paio di simpatiche signorine che solo a sentirle parlare mi immagino detentrici ad libitum di una fastidiosa caratteristica altresì denominata "scopa nel culo", mi passano il segretario del cardinale. Ooh, eccoci qua : allora, ci organizziamo, faccio riferimento al fax del giorno tal dei tali, il contatto è con pinco pallo, l'autista arriva e paratì e paratà. Dopodichè inizio a descrivere lo svolgersi della serata e cosa ci aspettiamo dal suo capo, e lui mi fa : aspetti che la faccio parlare con sua eminenza (voi sapete come si fa a maiuscolare le parole al telefono ? io no, ma ora so che effetto fa stare dall'altro capo del telefono quando lo fa il tuo interlocutore). E mentre sono lì che mi mordo la lingua per non dirgli che invece di sua eminenza preferirei parlare con eminem, eccomi al telefono con uno dei 5 personaggi più importanti della chiesa cattolica. Io, laico anticlericale ateo pure nella calcificazione del mio callo osseo.

Faccio il mio show da bravo ragazzo, e va da sè che avrà pensato di parlare con un perfetto timorato di dio. M'era già capitato nel fare un paio di riunioni con quel simpaticone (detto sul serio, è molto simpatico e affabile) di reverendissimo monsignore votato qualche anno fa come l'uomo più sexy della tv italiana, che quando ti scrive una email come mittente appare "Don Giovanni" (in effetti, è il suo nome di battesimo).

Ebbene si, anche io sono un mercenario. Oggi direi il Re dei mercenari :-)

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giovedì, 22 aprile 2004

 

Un paese liberato lottando e dando battaglia insieme agli Stati Uniti, senza se e senza ma

C'è gente in giro, e non sono in pochi, che sostiene oggi la propria contrarietà alla guerra e alla battaglia, senza se e senza ma, e lo fa prendendo di mira solo ed esclusivamente le battaglie che vedono impegnati gli Stati Uniti, da decenni, eliminando dal proprio ipocrita orizzonte arcobaleno qualsiasi tipo di violenza che accade nel resto del mondo. La stessa gente (che tra le propie icone pacifiste inserisce uno come Che Guevara, al quale tutto si può dire tranne che fosse mite e imbelle) ogni 25 aprile partecipa al rito collettivo di celebrazione della liberazione del nostro paese dalla dittatura e dall'occupazione nazifascista, celebrando cioè una lotta che non ebbe alcunchè di pacifico e nonviolento, e che fu condotta duramente e pervicacemente grazie al fatto che la popolazione che insurse capì sulla propria pelle che con i "no alla violenza senza se e senza ma" si sarebbero ritrovati a parlare tedesco mentre marciavano col passo dell'oca, e pure velocemente : a dirla tutta, non presero nemmeno in considerazione un'idiozia come quella di difendere il proprio diritto alla libertà con il pacifismo e l'accondiscendenza, che avevano prosperato in Europa fino al 1939 e grazie ai quali Hitler aveva potuto ritenere debole e facilmente soggiogabile la democrazia. Sicchè gli italiani antifascisti si organizzarono e presero le armi, e lottarono coraggiosamente e in maniera cruenta, quello sì "senza se e senza ma". E la stessa gente che oggi professa l'antiamericanismo come retaggio del comunismo che li ha accolti e coccolati per decenni, non ricorda che la liberazione del nostro paese fu dovuta per gran parte all'intervento dello stesso paese che oggi dagli stessi celebranti viene equiparato al male assoluto bruciandogli la bandiera : gli Stati Uniti d'America. Con l'odierno contorno di pseudointellettuali e filosofi assortiti, che scrivono sui giornali che fungono da punto di riferimento di questa gente, i quali si permettono di stuprare il rispetto per la nostra resistenza concedendo la patente di "resistenti" a chi in Iraq colpisce in maniera vile i liberatori di quel paese dalla dittatura, e uccide bambini e civili innocenti in numero maggiore e con nessun discernimento nè umanità ; o peggio si permettono di sostenere la liceità di trattativa con un criminale fanatico fondamentalista ; o peggio ancora si permettono di violentare il dolore degli irakeni urlando contro i loro morti che, in fondo, stavano meglio prima quando il loro despota era ancora libero di massacrarli senza motivo. In fondo alle fosse comuni, lì sì che stavano in pace. I libri di storia si occuperanno di tramandare l'ignobiltà di queste posizioni, e arriverà il momento del revisionismo e del pentimento, come è avvenuto per il sostegno al comunismo, con venti e più anni di ritardo : nel frattempo il mondo va avanti, e per fortuna c'è chi si assume la responsabilità di fare il lavoro sporco, per poi permettere agli ipocriti di travestirsi da anime belle e da surreali beoti costruttori di pace.

A tal proposito, ancora una volta, Paolo Mieli scrive oggi parole giuste e vere che qui riporto, insieme alla lettera del lettore del Corriere della Sera alla quale Mieli risponde.

Americani e bandiere USA alla festa per il 25 aprile

Il 25 Aprile, in occasione del cinquantanovesimo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, si annunciano - e non è la prima volta - manifestazioni di solidarietà alla cosiddetta «resistenza irachena».
Gran parte della sinistra più responsabile si è già dissociata da questo genere di iniziative ma ugualmente mi domando come sia possibile che qualcuno si azzardi a proporre una sorta di gemellaggio tra la nostra guerra per la libertà del 1943-45 e le manifestazioni terroristiche di oggi. Probabilmente è anche questo un effetto del frequentissimo uso della parola «occupazione» con cui molti giornalisti tv definiscono la presenza angloamericana (e anche nostra) in Iraq...

Leonardo Russo, Montecatini (Pt),


Caro signor Russo,
credo che la questione da lei sollevata non sia riconducibile (o lo sia solo in minima parte) all’uso della parola «occupazione», peraltro frequente anche sulla stampa anglosassone non ostile all’intervento in Iraq.
Questa discussione, come lei ricorda, dura già da molti mesi, perlomeno da quando in autunno fu indetta qui in Italia la prima manifestazione a favore della «resistenza irachena» e furono a un tempo boicottate le celebrazioni dei sessant’anni dallo sbarco alleato a Salerno perché «inquinate» dalla presenza di bandiere a stelle e strisce. Stavolta, secondo me, le cose si sono messe meglio grazie a un provvidenziale intervento di Miriam Mafai su Repubblica e alle decisioni di Massimo Rendina segretario dell’Associazione partigiani di Roma e del Lazio il quale, pur essendo ipercritico nei confronti dell’operato di George W. Bush, ha invitato a bandire paralleli tra il terrorismo di Bagdad e la nostra Resistenza per poi annunciare che il 25 Aprile porterà sul palco delle celebrazioni ex soldati americani e inglesi in rappresentanza di nazioni cui, indipendentemente dall’operato dell’amministrazione statunitense in Iraq, «va la gratitudine per la liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazifascismo».
A me sembra che il punto sia proprio questo. E mi auguro che in vista del 6 giugno quando cadranno i sessant’anni dall’ingresso delle forze alleate a Roma e dallo sbarco in Normandia si abbia, tutti, la capacità (e l’onestà intellettuale) di ricordare quanto Italia e Francia siano debitrici a Stati Uniti e Gran Bretagna per essere state liberate da fascisti e nazisti. Mi auguro che in questa occasione - senza niente togliere alla Resistenza italiana e francese e senza stabilire impropri paralleli tra l’intervento anglostatunitense di sessant’anni fa e quello del 2003 in Iraq - sia dato pieno riconoscimento al ruolo che in tutto il Novecento Usa e Regno Unito hanno avuto nella difesa dell’Europa dai totalitarismi. E che si adoperino in tal senso anche coloro che hanno avversato fin dall’inzio la guerra irachena.
Ho sottomano la «Lettera da Roma» che Daniel Lang scrisse per il New Yorker il 17 giugno del 1944. Il giornalista al seguito delle truppe alleate notava che gli italiani «amano i vincitori forse un po’ più che in altre parti del mondo» e, pur non mettendo in dubbio la loro sincerità d’animo, manifestava una certa sorpresa per averne trovati «a migliaia per le strade»: «La piazza (Venezia, ndr ) da dove Mussolini teneva i suoi comizi traboccava di folla, uomini e donne applaudivano e acclamavano come se stessero assistendo al miglior spettacolo d’opera della loro vita, urlavano qualsiasi parola in inglese che conoscessero, un vecchietto molto animato ripeteva gridando "Weekend! Weekend!"», riferiva Lang; «molti avevano enormi mazzi di fiori, da cui staccavano i più piccoli per gettarli ai soldati sulle jeep, sui camion o sui carri armati; le bandiere inglesi, francesi e americane si contavano a dozzine; dove le avessero tenute nascoste fino ad allora solo loro lo sapevano».
Ecco, sarebbe bene che chi si richiama alla memoria di coloro che tirarono fuori quei drappi nella primavera del 1944 si sentisse in dovere di mettere alla finestra una di quelle bandiere nel giorno in cui si festeggia il ricordo della nostra liberazione. E di chi ci liberò.









Un post di Mixumb delle 09:19 · commenti (4)

mercoledì, 21 aprile 2004

 

Tremo tutto, e faccio ridere la gente

Sono un pagliaccio sgomento e scandalizzato, volevo lo si sapesse (ho studiato molto per acquisire la posa da sgomento, è una soddisfazione che me lo si riconosca, lo scandalizzato invece mi viene naturale). Lieto di alleviare le pene di chi è in difficoltà.

Un post di Mixumb delle 09:18 · commenti (6)

martedì, 20 aprile 2004

 

Ma sei proprio un Giuda

Giuda Maccablog scova il clone malvagio e orgoglioso di bambi, e linka il suo discorso di appena 6 giorni fa. Era il 15 aprile, il discorso di investitura del governo Zapatero. La fermezza contro il terrorismo durò qualche ora. Poi, qualche ora dopo, quello stesso giorno, parlò Bin Laden. E fu subito sera.

Era il giorno più importante del compagno ormai trionfante, con il sopracciglio alzato e alle bombe un bel pò grato

ed il fiero Zapatero, uomo bello, macho vero, si apprestava a dire a tutti : della pace avremo i frutti.

Nel discorso al Parlamento Zapatero, il gran portento, combatteva il terrorismo e persino il fanatismo :

seguiremo il nostro patto, la vedranno se combatto, non arretreremo mai innanzi a questi macellai.

Non sapeva, ahilui, tapino, che in agguato era il destino : tempo un'ora e parlò Osama, con l'ennesimo proclama.

"Se scappate non vi ammazzo, europei fuggite a razzo, e lasciate il medio oriente, che si fotta quella gente

che combatte a stelle e strisce, li schiacciamo come bisce". E così il nostro campione, pronto al tiro del neocone

riconobbe a chi parlava il bastardo con la bava : era lui col suo guinzaglio, era lui nessun abbaglio,

chi ha parlato, lo sceicco ? Piatto ricco, mi ci ficco. E così mandò a cagare l'infedele da aiutare,

l'ONU e Bush con gli alleati, rabboniti e poi smerdati, dal compagno Zapatero, uomo bello, macho vero.

Meno male, finalmente, disse tutta quella gente che il balcone aveva pieno di bandiere arcobaleno.

Anche con parecchi morti, questi son uomini forti : Zapatero alla Moncloa ...e Chirac a Mururoa.

Un post di Mixumb delle 20:26 · commenti (5)

 

Hispanico ! Hispanico ! Hispanico !

D'un tratto tutto mi è chiaro, e capisco perchè l'uomo zerbino di questa stagione televisiva continuava ad urlare Hispanico come un dannato. Pensava a Zapatero (zerbinero ?), che in quanto a zerbinamento ha un master di politica internazionale conquistato sul campo al bagno.

A proposito di Spagna e di quello che è successo in concomitanza con le elezioni più strane e sorprendenti degli ultimi anni, El Mundo ha pubblicato un'interessante inchiesta segnalata sul blog di Enzo 1972.

Un post di Mixumb delle 15:40 · commenti (2)

lunedì, 19 aprile 2004

 

Sottilissime differenze

Dopo le operazioni chirurgiche che hanno liberato palestinesi e israeliani da due tra i principali rappresentanti dei loro motivi di contrapposizione (sto parlando di Yassin e Rantisi) alcuni hanno condannato l’opera di Israele chiedendosi quale differenza ci sia tra il terrorismo palestinese ed una democrazia come Israele. La loro argomentazione è che Sharon sarebbe un criminale di guerra, e la riprova è che ha fatto ammazzare Yassin e Rantisi. E’ invece vero esattamente il contrario. Il modo in cui questi due sono stati eliminati, loro si criminali di guerra, rappresenta la prima differenza tra due paesi in guerra e ancora di più tra i rispettivi leader. Yassin e Rantisi sono stati pedinati per mesi, ed eliminati insieme alle loro guardie del corpo (mercenari ?) nell’unico momento in cui non erano circondati da alcun civile, cosa più unica che rara perché entrambi sapevano quello che sappiamo tutti anche se non tutti lo vogliono ammettere : fino a quando stavano tra la folla civile Israele non li avrebbe attaccati, troppe sarebbero state le vittime che avrebbero avuto la sola colpa di trovarsi vicini ai due terroristi.

La differenza tra Sharon e Arafat, o Yassin, o Rantisi ? Date a questi ultimi la potenza di fuoco del