lunedì, 31 maggio 2004
War is not the answer ...
Cosa c'è di meglio di una bella lotta nel fango con annesse querele tra bloggers pacifisti ?
Segnalo questa chicca, ma è tutto da leggere: "se entro lunedì mattina (omissis) non recederà dalle proprie intenzioni, non cancellerà i deliri sparsi per 22 blog, i dati personali delle persone illegalmente citate e non farà pace con i propri neuroni, fate conto che odori di salciccia".
Pace Pace Pace
Update: non male anche quando si applaude a chi ha "concluso che questa è una signora determinata a non smetterla mai più, se non la si convince una volta per tutte".
Che poi, nello specifico, mi sembra evidente e ovvio che abbiano ragione loro, quelli che ho linkato. Forse per questo la cosa è ancora più divertente.
Once again, all together now, wave your hands in the air and scream it like you just don't care: Pace, Pace, Pace.
Liberi liberi siamo noi ... grande, grandissimo Vasco

Un post di Mixumb delle
08:35
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domenica, 30 maggio 2004
Camillo aka Christian Rocca: condivido tutto.
I fascisti islamici sgozzano un italiano, i diessini accusano Frattini e il governo.
Che pena.
Si credono i Migliori, superiori antropologicamente, ma sono il peggio di questo paese, peggiori degli incapaci al governo.
Sono sempre stati dalla parte sbagliata, hanno sostenuto i carri armati sovietici, gli sgozzatori vietcong, i genocidi Khmer rossi, le rivoluzioni culturali cinesi, le esecuzioni castriste, i terroristi palestinesi, i terzomondisti assassini, gli affamatori dei popoli.
Erano contrari alla Nato, all'Europa, all'America, finanche alle autostrade e alla tv a colori (non è uno scherzo: era la politica di Berlinguer), credevano che il divorzio fosse una sovrastruttura borghese. Sono stati il fattore di conservazione della società italiana, dalle loro idee è nato il partito armato rivoluzionario che ha insanguinato l'Italia negli anni Settanta e Ottanta e Novanta e fino a Biagi e D'Antona. Hanno creato, con la Dc, il debito pubblico italiano (l'80 per cento delle leggi di spesa italiane ha avuto il voto del Pci). Hanno sempre sostenuto le leggi speciali di polizia, i teoremi giudiziari, le manette e il carcere come strumenti di lotta politica, a Padova, come a Palermo, come a Milano.
Non ne hanno mai azzeccata una, non dicono"beh, forse in quell'occasione ci siamo sbagliati", piuttosto cancellano, rimuovono e, contemporaneamente, rivendicano quella tradizione. (C'è un'eccezione: Fassino, di recente, ha riconosciuto, venti anni dopo, che Berlinguer aveva torto - ma allora non lo disse). La cosa grave è che c'è ancora qualcuno che li segue, che crede siano seri, che ci casca, che cade vittima della loro arrogante sicumera di essere, nonostante tutte le balle e gli orrori che hanno propagandato, i Migliori. Maddeche?
PS
Questo testo non contiene la parola Mitrokhin, quindi non è attribuibile a Paolo Guzzanti.
Mercenari
Antonio Amato era un ragazzo di 35 anni. Faceva il cuoco, in Arabia Saudita. Era, direbbe Diliberto, un mercenario. E magari l'esponente di Rifondazione Comunista Nando Simeone direbbe, come ha fatto per Fabrizio Quattrocchi che "sputa sul suo cadavere", in base ai suoi "sani principi comunisti".
Antonio Amato è stato sgozzato. Chissà, forse da qualche parte esiste un video che ci verrà recapitato, di modo che alcuni impegnati sodali del compagno Simeone possano lavorarci ed affermare che è stata la CIA, a sgozzarlo.
Il Presidente Ciampi dice che è stata "un'uccisione barbara che scuote le coscienze". Non so, Presidente, io non credo che scuota le coscienze di chi userà anche questo omicidio per dare addosso al nostro governo, per nascondersi dietro una bandiera arcobaleno, per far finta di non sapere che Antonio Amato, come Fabrizio Quattrocchi, aveva un'unica colpa: essere italiano, occidentale, infedele. Quelle coscienze sono ingessate, concentrate fisse sulle elezioni del 12 e 13 giugno: non si scuoteranno, dia retta a me. Sfileranno confermando le tesi degli assassini di questo nostro connazionale, che affermano che è stato ucciso come "regalo a Berlusconi".
E allora avanti, anche stavolta, con il cannibalismo.
Antonio Amato era un cuoco. Ritiriamo le zuppe.
Un post di Mixumb delle
21:30 politica
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Blame it on Fabio Fazio
Il capo: è domenica, beati quelli che stanno al mare, co'sto sole. Vedrai domani, a Roma la gente color aragosta.
Io: mi spiace, ma con le stampelle ancora al mare non posso andare. E nemmeno ti posso portare a passeggiare in un parco, a parte il fatto che con tutte le graminacee che volano ti prenderebbe un accidenti. E se andassimo al cinema ?
Il capo: per me va bene, ma dobbiamo trovare una sala qui vicino accessibile senza fare le scale.
Io: ce l'ho. Fanno "L'alba del giorno dopo". Dai, spaventiamoci un po' con il filmone catastrofico.
Il capo: vabbè. Dammi gli occhiali da sole, che te li tengo io.
Avete presente il film, no ? Quello dove c'è un vicepresidente degli Stati Uniti stronzissimo, che assomiglia a Dick Cheney. E poi c'è il presidente col maglioncino che è spu-ta-to ad Al Gore. Quello dove si giaccia tutta la parte nord degli USA, compresa New York (mi immagino Vattimo, Casarini e Curzi che si danno un high five alla vista della statua della libertà coi ghiaccioli sulla fiamma). Quello dove piove, nevica, grandina, ci sono uragani, tifoni e tempeste. Quello dove FA FREDDO. Quello lì.
Bè, finisce il film e usciamo.
E piove a dirotto. Piove che dio la manda. Tuoni. Cielo scurissimo. Goccioloni piuttosto grandi.
E allora ditelo, su, che è un complotto comunista ai miei danni, che sto pure con le stampelle e mi dite dove me lo ficco l'ombrello ? (astenersi simpaticoni con commenti volgari). Ditelo che ce l'avete con me. Ma io non mi spavento. Non posso dire che mi piego ma non mi spezzo, per ovvi motivi (ehm). Ma non mi fate paura.
Fabio Fazio, sporco comunista, dico a te. Non mi avrai mai.
P.S. Messaggio per professorini di passaggio: era un post ironico. Non si sa mai. Riponete il ditino, che fa da parafulmine.
Un post di Mixumb delle
18:57 personale
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Domani è il Memorial Day
Good morning. Monday is Memorial Day and all across America this weekend, people are remembering those who fought for freedom and who gave their lives in service to their country.
Here in the Nation's Capital, Saturday has a special significance as we dedicate the World War II Memorial in the presence of thousands of veterans of that conflict. When it mattered most, an entire generation of Americans stepped forward to fight evil and show the finest qualities of our nation, and of humanity.
The World War II Memorial will stand forever as a tribute to the generation that fought that war, and to the more than 400,000 Americans who gave their lives. Because of their sacrifice, tyrants fell; fascism and Nazism were vanquished; and freedom prevailed.
Today, freedom faces new enemies, and a new generation of Americans has stepped forward to defeat them. Since the hour this nation was attacked on September the 11th, 2001, we have seen the character of the men and women who wear our country's uniform. In places like Kabul and Kandahar, Mosul and Baghdad, we have seen their decency and brave spirit. And because of their fierce courage, America is safer. And two terror regimes are gone forever, and more than 50 million souls now live in freedom.
Our mission continues, and we will see it through to victory. We have a strategy to defeat our terrorist enemy, and a plan to help establish lasting freedom in Iraq. The stakes are high, and they are clear. The enemy seeks to establish a new haven for terror and violence at the heart of the Middle East. They seek to force free nations to retreat into isolation and fear, yet we will persevere, and defeat this enemy, and hold this hard-won ground for the realm of liberty.
Those who have fought the battles of the war on terror and served the cause of freedom can be proud of all they have achieved. And these veterans of battle will carry with them, for all their days, the memory of the ones who did not live to be called veterans. Each man or woman we have laid to rest had hopes for the future, and left a place that can never be filled. Each was the most important person in someone's life. For their families there is terrible sorrow, and we pray for their comfort. For the nation, there is a feeling of loss, and we remember each name.
Through our history, America has gone to war reluctantly because we have known the costs of war. And in every generation, it is the best among us who are called to pay that price. Those who have paid those costs have given us every moment we live in freedom, and every living American is in their debt. We can never repay what they gave for this country. But on this holiday, we acknowledge the debt by showing our respect and gratitude.
Thank you for listening.
George W. Bush
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10:16 i love america
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Il manifesto del terrore che unisce fede e petrolio
Guido Olimpio dal Corriere della Sera di oggi (la risposta del pacifismo a questo manuale antisemita e antioccidentale ? contestare Bush ...)
E’ nata così l’organizzazione «Al Muwahhidun», ossia «coloro che professano con rigore l’unicità di Allah». Ma anche il nome della dinastia che dominò il Nord Africa e la Spagna nella seconda metà del XII secolo. Tra i capi che guidano i radicali islamici c’è Abdel Aziz Al Moqrin, il cui nome è il primo nella lista dei superricercati dalle autorità saudite. Trent’anni, sposato, una figlia di 8 anni, ha rotto con la sua famiglia preferendo abbracciarne quella che predilige i valori della Jihad. Al Moqrin è andato a combattere prima in Afghanistan, poi è corso in Bosnia unendosi al Battaglione verde contro i serbi. I biografi dell’integralismo raccontano di «un soggiorno» nelle carceri saudite dove ha studiato in profondità i testi sacri, radicalizzando la sua visione di militante schierato con Al Qaeda. Un’interpretazione oscurantista trasformata, sul campo, in una guerra senza confini. Dopo aver attaccato le caserme saudite e ucciso persino dei musulmani, gli uomini di Al Moqrin hanno cambiato obiettivi: ora puntano all’industria petrolifera e ai sequestri di massa. Una scelta motivata dalla volontà di perturbare il mercato del greggio, con evidenti conseguenze sul piano internazionale, e scuotere dalle fondamenta la fragile monarchia saudita. Sulle pagine Internet del settimanale «Al Battar», un centro di addestramento virtuale dei radicali, Al Moqrin ha indicato con precisione la strategia. «Colpendo gli obiettivi economici alteriamo la stabilità necessaria a far progredire il settore. «Questo è stato ottenuto attaccando i pozzi e gli oleodotti in Iraq... In questo modo sono venute le condizioni di sicurezza che permettevano il furto del petrolio musulmano». Per Al Moqrin i mujaheddin devono costringere i capitali occidentali e il personale straniero a lasciare il Paese. E cita ad esempio la strage in Spagna: «Grazie al colpo di Madrid l’intera economia europea ne ha sofferto». In un manuale inviato ad «Al Battar» da Abu Hajer - altro esponente qaedista - sono state specificate le tecniche e le condizioni per condurre sequestri di persona «nella Penisola arabica». Rapimenti segreti, sullo stile di quelli in Iraq, e «pubblici», come ieri a Al Khobar. La presa di ostaggi da parte dei ceceni al teatro Dubrovka di Mosca - sottolinea - è il modello da seguire. Il fine è quello di «imbarazzare» le autorità.
Nel manifesto comparso su Internet, Al Moqrin, da contabile del terrore, ha redatto in modo meticoloso l’elenco dei bersagli: 1) Gli investimenti degli ebrei e dei cristiani nei Paesi musulmani. 2) I gruppi internazionali. 3) Gli esperti di economia. 4) I beni o le attività (compresi i fast food) di cittadini occidentali. 5) Il materiale «rubato» nei Paesi musulmani. 6) Assassinare gli ebrei attivi in campo economico e punire coloro che fanno affari (con gli ebrei). Disposizioni messe in atto nei primi giorni di maggio con il massacro di Yanbu, dove alcuni tecnici occidentali sono stati trucidati e il cadavere di uno di loro trainato da una vettura per le vie della città. Al Moqrin aveva sollecitato questo tipo di «gesto esemplare» e i suoi hanno obbedito. Il successo dell’attacco è stato poi enfatizzato dalla partenza di numerosi esperti stranieri in seguito all’allarme lanciato dall’ambasciata Usa a Riad. Un invito a lasciare la zona ribadito ieri dopo l’attentato.
Incoraggiato dal terrore diffuso, l’estremista saudita ha pubblicato, sempre su Internet, un nuovo manifesto. I mujaheddin, secondo le disposizioni, devono ricorrere alle tattiche della guerriglia scatenando operazioni anche contro la famiglia reale saudita. Meglio agire all’interno delle città, dove è più facile sfuggire «a spie e occhi sospettosi». La cellula va protetta con una stretta compartimentazione, passando le informazioni solo a chi è coinvolto direttamente: «Molte formazioni impegnate nella Jihad hanno compiuto l’errore di dire a chiunque tutto sulle nostre formazioni». Ancora. I gruppi di fuoco devono essere composti «da non più di quattro persone». Le armi, i rifugi e le auto sono ottenuti con la collaborazione della «mafia e di altri trafficanti». Un atteggiamento che ricorda quello del takfir, ideologia estremista che permette qualsiasi cosa - compreso il peccato - a chi la segue purchè sia compiuta per servire la causa.
Il risvolto più inquietante è l’evidente infiltrazione da parte degli estremisti all’interno delle forze di sicurezza. Gli «Al Muwahhidun» hanno colpito le zone più sorvegliate del Paese, eludendo i controlli. In almeno due casi hanno utilizzato vetture che sembravano quelle della polizia e indossavano divise militari. Il sospetto degli ambienti diplomatici, condiviso da fonti di intelligence Usa, è che degli agenti complici dei terroristi abbiano passato il materiale.
Facciamo progressi
Ero un pagliaccio sgomento e scandalizzato.
Oggi ho acquisito anche il titolo di "rancoroso". Facciamo progressi.
Ragazzi, ma come mi legge bene dentro quell'omino lì. Manco con le radiografie, e sì che ne ho fatte parecchie, ultimamente.
Ma come farà ?
Dev'essere il ditino alzato. Probabilmente è un'antenna.
sabato, 29 maggio 2004
Pacifismi
da Radio Radicale
Le dichiarazioni apparse stamani sulla Stampa del leader dei Disobbedienti Luca Casarini hanno ridestato l'attenzione sulle contestazioni che il presidente degli Stati Uniti subirà in Italia quando il 4 giugno sarà a Roma per commemorare il 60esimo anniversario della liberazione della capitale dal nazifascismo. «Mi auguro che riceva la stessa accoglienza riservata al suo collega Richard Nixon nel 1969. Spero che l'ospite indesiderato venga duramente contestato. Se un criminale del calibro di Bush viene celebrato con tutti gli onori, la rabbia è la giusta reazione». Non solo la «rabbia», specifica, ma a «titolo personale», c'è «l'intenzione di fermarlo, sperimentando il massimo della conflittualità possibile». Il movimento punterebbe a bloccare il corteo presidenziale e il leader dei Disobbedienti ammette: «Davanti a una Roma blindata in difesa del terrorista Bush l'unica risposta è infrangere i divieti. In che modo non so ancora. L'importante è la determinazione a disobbedire». E «di fronte al massacro iracheno, non mi frega nulla di qualche vetrina rotta. E' l'amministrazione Bush che è violenta».
Riguardo le celebrazioni, Marco Pannella, a Bari per la presentazione delle candidature della Lista Bonino, ha detto di non sapere ancora cosa faranno i radicali il 4 giugno: «Penso che faremo quello che facciamo tutti i giorni, forse il 6 andremo allo sbarco in Normandia perché è una cosa ancora più importante di Anzio». Quindi, ha criticato i cosiddetti disobbedienti, che «vorrebbero per decreto reale, non solo repubblicano, che la disobbedienza fosse un obbligo. La verità è che sono stupidamente violenti così come sono stupidamente non violenti. Non sanno "manco" di che parlano e come tali hanno quasi il monopolio di rappresentanza di una generazione, mentre si e no ne rappresentano il 4%».
Sull'argomento è intervenuto stamani anche il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, parlando al Congresso di Forza Italia. «Sia chiaro a tutti che non lasceremo nessuno spazio alla violenza. Lo Stato - ha aggiunto - non può consentire a facinorosi, eversori, terroristi interni ed internazionali, di interferire nelle libere scelte politiche dei cittadini, compromettendo la stessa vitalità democratica del Paese». Il ministro si dice sereno, «confortato dalla fiducia del presidente del Consiglio, dai risultati ottenuti e dal sostegno largo del Parlamento alle Forze di Polizia» e assicura che «tutti i responsabili dell'ordine e della sicurezza pubblica sono perfettamente consapevoli di dover gestire sul campo una direttiva politica, ispirata, come sempre, al rispetto rigoroso della Costituzione e delle leggi in vigore».
«Il viaggio in Italia del presidente Bush - ha osservato Pisanu - ci ricorda anche altri viaggi: quelli senza ritorno delle decine di migliaia di giovani americani che 60 anni fa lasciarono la loro vita sulle spiagge italiane e su quelle della Normandia. Erano venuti qui per liberare l'Europa da un mostro che solo l'Europa aveva concepito, partorito e allevato: il nazifascismo. E anche in loro nome gli Stati Uniti sono poi rimasti accanto a noi per sostenere il maggior peso del confronto con un'altro mostro, egualmente concepito, partorito e allevato in Europa: il comunismo. Nell'antiamericanismo di oggi - ha denunciato il ministro - c'è parecchio nazifascismo, e molto comunismo di ieri e anche di oggi».
«Basta uno sguardo ad internet - ha ammesso - e non parlo di altri segnali, per rendersi conto di quali minacce si stiano addensando sulla sicurezza e sull'ordine pubblico in vista del 2 giugno, festa della Repubblica, e della successiva visita del presidente Bush. Minacce gravi, che ci preoccupano, ma non ci spaventano. Siamo pronti ad affrontarle - ha aggiunto - senza mai discostarci di un millimetro dalla nostra regola aurea, la regola della Costituzione: garantire a chiunque il diritto di manifestare le proprie opinioni pacificamente e senz'armi, ma garantendo a tutti gli altri il diritto all'ordinato svolgimento della vita quotidiana».
«Se c'è qualcuno che pensa di poter influenzare con la violenza le nostre scelte, politiche ed elettorali, se lo deve togliere dalla testa! Non ci sono riuscite le Brigate Rosse, non ci riuscirà il fanatismo fondamentalista, non ci riusciranno i nuovi terroristi nostrani e la galassia vigliacca dei loro fiancheggiatori».
«Questa Italia - ha concluso venendo al sacrificio dei militari italiani caduti in Iraq - farà di tutto per essere degna del vostro dolore». Nella gestione della crisi irachena, il governo italiano ha «agito con coerenza» e, «piaccia o non piaccia, ha segnato il vero punto di svolta».
giovedì, 27 maggio 2004
Carico carico carico
Carico sfiorante, si chiama. E' la fine del tunnel. Oggi mi hanno dato l'ok, evviva evviva, tra poco si ricammina (anche se con doloretti assortiti e stancandosi un bel pò, all'inizio). Ci sono voluti tre mesi e mezzo.
bè, in realtà lo faccio da un mesetto d'accordo col fisioterapista, il carico sfiorante ...
Un post di Mixumb delle
18:29 personale
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A Catania il giudice vieta l'esame del dna dell'ovulo. La sinistra pensa a un quarto quesito referendario.
da Radio Radicale
«Gli ovuli fecondati vanno impiantati; anche quelli a rischio di essere portatori di malattie genetiche». Queste alcune delle parole con cui è stata scritta dal tribunale di Catania la prima sentenza emessa nel nostro paese, dopo l'entrata in vigore della legge sulla fecondazione assistita. Respinta così l'istanza di una coppia di portatori sani di betatalassemia che chiedevano l'esame del Dna dell'ovulo prima dell'impianto, per evitare di concepire un figlio talassemico, la decisione di Catania è destinata a far discutere.
Emma Bonino in mattinata con una nota ha dichiarato che «con la sentenza di Catania i nodi della legge sulla fecondazione assistita sono rapidamente venuti al pettine. Anche alla prova dei fatti questa legge dimostra la sua crudele iniquità. Qui non si tratta di un'interpretazione forzata da parte di un giudice bigotto od integralista perché il giudice catanese ha semplicemente applicato il dettato della legge 40 che impedisce categoricamente qualsiasi diagnosi pre-impianto, in altre parole anche se l'embrione è malato deve essere impiantato nell'utero della donna. Con questo risultato: impedire ad una coppia portatrice sana di una malattia geneticamente trasmissibile di avere un figlio sano che, a sua volta, potrà procreare senza avere questo timore. Tutto questo accade per via di una legge più ideologica che pragmatica. Il fatto poi che il giudice abbia anche detto no alla richiesta da parte della coppia di poter ricorrere alla Corte Costituzionale la dice lunga sulla difficoltà di percorrere la strada dei ricorsi. Mi sembra che questa non sia una battaglia che si vincerà nei tribunali».
«Questa sentenza rappresenta ai miei occhi - prosegue Emma Bonino - un'ulteriore conferma sulla necessità di rompere ogni indugio e che la tanto vituperata "fuga in avanti" della proposta referendaria radicale rimanga l'unica, vera alternativa per abrogare una legge che si può solo definire barbara. Purtroppo, noto con rammarico che pure i partiti che si erano dichiarati in Parlamento contro la legge stanno effettivamente boicottando il referendum: basterebbe che i loro eletti locali, i consiglieri comunali e provinciali che sono oltre 100.000, raccogliessero le firme di amici e famigliari per avere nel giro di un week-end le 600.000 firme necessarie, firme che a mio avviso devono essere raccolte entro il 30 aprile anche per i quesiti abrogativi parziali».
«Dopo le elezioni europee costituiremo, centrosinistra e radicali insieme, un comitato unitario allargato per il referendum contro la legge sulla procreazione assistita». Lo ha annunciato stamani Katia Zanotti, dei Democratici di Sinistra membro della Commissione Affari sociali della Camera. «Con questo parlamento - spiega Zanotti è inutile presentare altre proposte di legge. L'unica cosa che si puo' fare è utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per eliminare questa legge ideologica, di cui la sentenza di Catania è la naturale conseguenza. Dunque continuare con i ricorsi e la battaglia referendaria». Un referendum che, secondo Katia Zanotti, dovrà essere incentrato sui quesiti di merito piuttosto che sulla totale abrogazione. «Oltre ai 3 quesiti sulla fecondazione eterologa, la revoca del consenso della donna e la libertà di ricerca - aggiunge Maura Cossutta dei Comunisti Italiani - ne vogliamo inserire un quarto, che preveda l'abrogazione del diritto del concepito cosi' come previsto dall'articolo 1 di questa legge, che non coinvolge una minoranza di mamme capricciose ma milioni di persone». Entro giugno, subito dopo le elezioni europee, «partiremo in grande - conclude Zanotti - per il lancio di una campagna referendaria che veda allo stesso tavolo opposizione e radicali».
Miriam Mafai dalle pagine di Repubblica oggi sottolinea in un commento la gravità della decisione della sulla coppia di Catania. Una legge secondo Miriam Mafai che «cancella ogni velo di ipocrisia che finora circondava la legge, l´affermazione di alcuni parlamentari che offrivano a chi protestava contro la legge la furbesca via d´uscita della sua impraticabilità. No, la legge è applicabile. E´ già applicata». Anche Chiara Moroni, capogruppo del Nuovo Psi alla Camera, che in Parlamento si è battuta contro la legge sulla fecondazione assistita ha commentato la sentenza pronunciata a Catania. La quale «dimostra quanto le nostre denunce e la nostra battaglia contro questa legge sulla fecondazione assistita fossero giuste e motivate. Altro che legge inapplicabile, si applica eccome: contro la dignità ed il corpo delle donne, contro il desiderio delle coppie ad avere un figlio sano, contro il diritto alla tutela della salute».
Nel pomeriggio anche il segretario dei Democratici di Sinistra Piero Fassino ha fatto conoscere il suo commento. «Il caso di Catania è clamoroso e dimostra quanto la legge votata dal Parlamento sia ingiusta, oscurantista e offensiva per le donne e per tutti i cittadini», mentre Barbara Pollastrini, responsabile femminile dei Ds, rispondendo ad una domanda dei cronisti sulla possibilità di aderire al referendum dei radicali contro la legge, ha affermato che l'ipotesi del referendum non è stata «mai scartata» ma si tratta di «una battaglia che vogliamo sostenere per vincerla e l'imperativo è allargare il più possibile lo schieramento che, con la sua scelta solitaria, il partito radicale ha ristretto». Per la responsabile femminile della Quercia un «referendum abrogativo totale» avrebbe «minori possibilità di successo» e, quindi, sono preferibili «quesiti mirati» sulle parti peggiori della legge.(m.l.)
Istruzioni per l'uso
Volete mettere in piedi un blog serio, antropoligicamente superiore e credibile ? Alcune basi dalle quali non potete prescindere.
1) Difendere Amnesty International, sempre e comunque. Amnesty International fa un "lavoro serio e indispensabile". Di conseguenza, cazziate rovinosamente coloro che la criticano. Dimenticate però quando lo si fa da sinistra. Quando necessario, direte che non leggete il Riformista.
2) Indignarsi su tutto ciò che viene dall'amministrazione Bush. Indignarsi contro i seguenti giornali: Il Foglio, Libero, Il Giornale. Indignarsi contro i seguenti giornalisti: Magdi Allam (potreste pretendere di cambiarne la religione di appartenenza per poi discuterne la credibilità), Giuliano Ferrara. Dimenticarsi, sebbene abbiate una sezione del vostro blog chiamata "Giornalismo e comunicazione", di commentare quando settimanali italiani di sinistra pubblicano foto fasulle nella settimana in cui si dimette chiedendo scusa il direttore del giornale inglese dal quale il settimanale italiano ha preso le foto. Dimenticarsi di scrivere alcunchè anche quando, una settimana dopo, il settimanale italiano di sinistra rifiuta di scrivere una riga di scuse, ma anche solo di spiegazione, ai propri lettori. Scrivere poi sul proprio blog che quel giornale non lo leggete, come se della cosa non si sia parlato nei media italiani, e far finta di cadere dalle nuvole. Anzi, dalla luna.
3) Distribuire complimenti quale "imbarazzante", "vigliacchetto" o "cretino", non senza aver scritto un disclaimer in cui chiedete a chi commenta di astenersi "da giudizi sugli interlocutori". Se vi si fa notare l'incoerenza, eventualmente sostenete che l'aggettivo era riferito al commento, non a chi l'ha scritto (il quale, destinato dell'accusa di aver lasciato un commento imbarazzante, si sentirà sollevato e ringrazierà per l'encomio). Fare finta di non capire quando nei commenti per sei volte vi si chiede un commento su una questione di non poca importanza come la composizione della commissione per i diritti umani dell'ONU, organo da voi esaltato nel post commentato.
4) Prendere un dittatore, dedicare al suo paese una sezione apposita del vostro blog, attribuirgli come unica pecca un giustificabile "populismo da arruffapopolo" e parlarne solo come povero possibile obiettivo del kattivone Bush.
Vedrete, funziona. Sarete credibilissimi.
Un post di Mixumb delle
10:01
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mercoledì, 26 maggio 2004
Una giornata particolare
Francesco Merlo su Repubblica di oggi
Il 4 giugno prossimo a Roma, a ricevere o a insultare Bush, l´Italia migliore non ci sarà. Dalla parte di Bush ci saranno i camerieri, contro di lui ci saranno i luoghi comuni. E per noi sarà un´altra giornata particolare, come quella di Ettore Scola, dove i personaggi migliori del Paese, i Marcello Mastroianni e le Sofia Loren coltivavano i loro sentimenti, buoni e quindi trasgressivi, felicemente lontani dai clamori della piazza e dai salamelecchi istituzionali e le sbrodature cermoniali. Purtroppo i topoi italiani sono sempre gli stessi, e dunque la nostra solitudine quel giorno sarà immensa ancorché certa di sé.
Ma forse in quella giornata particolare, come sempre blindata e rumorosa, qualcuno finalmente capirà che nulla di peggio poteva capitare agli amici italiani dell´America che di finire nelle mani di Silvio Berlusconi.
Sino a qualche anno fa nessuno avrebbe potuto immaginare che l´occidentalismo italiano sarebbe stato ridotto a un´insulsaggine, tutta risolini e pacche sulle spalle, una sorta di cameratismo gregario, e che l´atlantismo, il controverso fianco atlantico dell´Europa, sarebbe stato, in un paese che all´America deve la sua prosperità e la sua democrazia, politicamente rubricato alla voce "berlusconismo", insieme con il Milan, con la Rai, con la riforma Moratti e con la separazione delle carriere in magistratura.
C´è insomma un frastornamento tutto italiano che ci impedisce di partecipare, con la nostra solidarietà e la nostra autorevolezza, alla gestione dei conflitti planetari, prima di tutto euromediterranei, e alla cultura della pace, senza farci megafono dell´amministrazione Bush, vassalli di una mal digerita dottrina neocon, e senza cadere, dall´altra parte, nel pacifismo ideologico di Bertinotti e di Gino Strada, vecchio stereotipo cattocomunista che li inchioda alla maschera degli ignavi danteschi, «non ti curar di lor ma guarda e passa». È infatti ignavia intellettuale pensare che la guerra sia una malattia da esorcizzare esibendo in piazza il candore dell´anima. Purtroppo la guerra è una tragica componente della storia, ineliminata e per questo studiata, come polemologia, in tutte le università del mondo. In Italia invece viene sgridata nelle piazze. Ma la polmonite non si cura protestando la propria voglia di benessere; si combatte con lo studio e con l´applicazione di farmaci terribilmente adeguati. Ed è arcaica l´idea di debellare la siccità con la danza dello sciamano.
L´inadeguatezza berlusconiana da un lato e l´ossessione antiberlusconiana dall´altro costringono dunque gli italiani a fare passi confusi, e proprio nel paradossale momento in cui l´America, che vanta uno straordinario credito per averci liberato dal nazifascismo, ha bisogno dell´aiuto del suo debitore per liberarsi e liberarci dal terrorismo, che è la variante islamica del nazifascismo. Amici dell´America come Giuliano Amato, per disciplina interna e contro le proprie convinzioni internazionali, la settimana scorsa hanno votato in Parlamento per il ritiro delle nostre truppe dall´Iraq pur pensando e dichiarando che sarebbe meglio se esse restassero. Altri come Enzo Bianco, Antonio Maccanico, Gerardo Bianco, Franco Marini, Domenico Tuccillo, Rino Piscitello e Gianni Vernetti si sono astenuti perché non potevano votare "per" Berlusconi ma non se la sentivano di votare contro l´America e contro se stessi. Molti riformisti, da Fassino a Rutelli allo stesso Prodi, pur manifestando un forte di mal pancia, proprio adesso che in Iraq sta per essere coinvolto quell´Onu che tanto hanno invocato, si sentono in dovere di non condannare, se non di approvare o addirittura di partecipare a manifestazioni alle quali mai sarebbero andati, quelle dove si espongono sì le bandiere della pace ma si bruciano le bandiere a stelle e strisce, dove si grida «yankee go home» o «Bush uguale Hitler».
Il 4 giugno sarà la nostra giornata particolare perché le manifestazioni antagoniste che accoglieranno Bush a Roma renderanno indecente il nostro amore per il jazz e per Bob Dylan, le iscrizioni post universitarie ai loro master di specializzazione, la passione per il cinema... C´è infatti una solidarietà vitale tra il cattivo uomo di frontiera e la natura di Thoerau, tra la multietnia di Los Angeles e il razzismo dei wasp, tra John Wayne e Robert Redford, tra Bush e Kerry... Sono organi di uno stesso corpo, non si possono separare se non all´obitorio.
L´Italia, ancella a destra e antagonista a sinistra, rimane purtroppo fuori dal dibattito che sta svegliando innanzitutto la stessa America e l´Inghilterra, la cui diplomazia ha condannato le «pesanti tattiche militari» dell´alleato. È un dibattito responsabile che sta spingendo la Francia, la Germania e la Russia verso una nuova strategia occidentale in Iraq dove Bush, isolato, non riesce «né a vincere né ad andarsene».
Ebbene, in questa terribile vicenda, l´Italia di Berlusconi non sa svolgere nessun´altra funzione se non quella ancillare, vale a dire a supportare logisticamente una strategia alla cui definizione irresponsabilmente non ha partecipato. E d´altra parte l´Italia che protesta in piazza dietro Bertinotti consegna la nostra America a Berlusconi. Ecco perché sarà durissimo quel 4 giugno, giornata di turbamenti e di fiero disgusto, per gli italiani che hanno un po´ girato il mondo, si ricordano della Russia, conoscono il Marocco e l´Egitto e, pur rispettando e amando i loro deserti e le loro nenie, le fantasie e il colore rosso di Marrakech, il mare di Casablanca, le piramidi, le moschee di Teheran, il miscuglio turco-islamico di Istanbul, gli straordinari occhi delle donne orientali dei quali, una volta incrociati, non riusciamo più a liberarci..., insomma sarà una giornata durissima per noi italiani che pur apprezzando tutto questo sappiamo di essere irrimediabilmente e per sempre americani, e non possiamo scindere l´ombra dal corpo. Sono ombra e corpo dell´America i romanzi di Chandler ed Hemingway e la cattiva politica di Rumsfeld, la letteratura delle belle parole e la letteratura delle fotografie sadiche di Abu Ghraib, è il corpo dell´America che insultiamo e non l´ombra di Bush.
Si risveglino dunque gli Amato e i Fassino, si faccia passare il mal di pancia Romano Prodi, strappino l´America dalle mani di Berlusconi e da quelle di Bertinotti e si sveglino pure i Martino, i Pera e il Foglio di Ferrrara e spieghino finalmente a Berlusconi che non è cosa sua, che la statura dei problemi è gigantesca, che Bush non è Bossi.
Mai come oggi avevamo così forte avvertito la mancanza di una leadership italiana ed europea che completi quel pezzo d´Occidente che rappresenta l´America. Vogliamo leader politici che possano spiegare a Bush che l´Occidente non si è fermato a New York ma vaga da Boston ad Assisi, da Parigi a Londra, da Madrid ad Odessa, e che c´è molto Occidente anche negli intellettuali laici di Teheran, nelle studentesse senza veli di Fez, nella resipiscenza di Gheddafi, nella regina di Giordania, nel silenzio di tutti quegli intellettuali palestinesi stretti tra Sharon ed Arafat. Non sono simboli occidentali solo le due torri ma anche il nostro David, la torre Eiffel e tutte quelle utopie sincretiche che oggi non si vedono ma che vogliono creare una nuova civiltà, dove le ragioni e le tradizioni dell´Occidente si sposino con quelle dell´Oriente, nella ricerca della nuova Babilonia, del mescolamento dei linguaggi...
E invece no. L´Italia che ama l´America perché sa di starci dentro ha consegnato l´America a Berlusconi. Eppure è ancora quella l´Italia che ha il dovere di occupare un posto di responsabilità, e quindi un posto rischioso, nel mondo, di darsi una strategia politica e diplomatica la cui autorevolezza sia proporzionata alla forza. Politica estera e politica militare: in assenza di queste due politiche l´Italia sarà solo un paese di pacifisti o di sergenti, che erano i "serventi", quelli che servivano il pezzo da sparare, quelli che stavano a servizio del cannoniere. Abbiamo bisogno di leader che si diano un politica estera responsabile in prima linea nella soluzione dei conflitti del mondo, tanto più autorevole quanto più ordinata militarmente.
Abbiamo bisogno di togliere l´America dalle mani di Berlusconi e di togliere il mondo dalle mani dell´America per restituire l´America all´Italia e il mondo al mondo.
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10:09
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Questa sinistra moderata che non sa commuovere
Gianni Riotta sul Corriere della Sera di oggi
Sottovoce, i leader della sinistra moderata assicurano di non essere d'accordo, ma l'opposizione si allinea sull'Iraq con un Fausto Bertinotti in gran spolvero, felpato e ferreo nell'imporre il «tutti a casa» alle nostre truppe, che rivendica ora anche per l'Afghanistan. Poco importa che lo sfidante democratico di George W. Bush, John Kerry, chieda agli alleati di restare, poco o nulla che Kofi Annan e l'Onu assicurino che solo la forza multinazionale può dare stabilità e che perfino Hans Blix, sì l'ex ispettore scandinavo nemesi sulle armi di Saddam, dichiari candido a La Stampa : «L'Onu non può sostituire gli Usa». La scelta del centrosinistra risponde a un'opportunità elettorale, fare il pieno di voti pacifisti alle Europee, ma lascia aperto un dilemma strategico. Perché mai, cioè, la sinistra radicale detiene il monopolio delle passioni e delle emozioni, perché solo i movimentisti sanno evocare un Pantheon di eroi, usando la politica come arena etica? Perché la sinistra raziocinante crede che basti elencare le idee giuste in un istituto di ricerca, avere la battuta azzeccata al talk show di stagione e lucidare le note a piè di pagina, per contare? Ponendo questi interrogativi agli uomini della sinistra moderata, Prodi, Veltroni, Fassino, Rutelli, Letta, Bersani, Amato, Debenedetti, Ranieri, per nominarne solo alcuni, si ottengono spalle strette e risposte d'attesa, per ora va così. Ma andrà sempre così finché la sinistra pragmatica non avrà il coraggio di cambiar musica. Di capire che, accanto ai ragionamenti, ai calcoli, ai progetti, ai seminari perbene, deve saper colpire l'immaginazione e l'anima dell'opinione pubblica, commuovendo e non solo snocciolando statistiche. Lo studioso Stan Davis dimostra che, nei dibattiti tra no global e teorici dello sviluppo, i primi fanno sempre buona figura parlando dei bambini denutriti, e i secondi passano per Paperoni, malgrado - come si dirà oggi alla Conferenza di Shanghai della Banca Mondiale - dal 1981 il numero di esseri umani che la sfanga con meno di un dollaro al giorno sia diminuito di 375 milioni, un'America in meno.
La passione della democrazia, dello sviluppo, della ricerca, della libertà, dei diritti civili e umani dove sono finite? Perché la sinistra illuminata non attacca Castro e la sua dittatura dicendo: «Oggi il Che starebbe con i dissidenti a Cuba!»? Perché non cita le tre cifre dell'orrore contemporaneo, 900 miliardi l'anno in spese militari, 360 miliardi in sussidi all'agricoltura ricca e solo 50 in aiuti allo sviluppo dei poveri? Perché non guarda al Sudan, dove è in corso un genocidio silenzioso, e, denunciate le sevizie ad Abu Ghraib, non mette all'indice gli aguzzini in Siria, i soldati israeliani che spezzano le ossa agli arrestati, i palestinesi che giustiziano i delatori senza processo? Il sindaco Walter Veltroni potrebbe aprire Roma a un Forum permanente dei diritti, dalla Cina all'Egitto, alla Russia, al Venezuela e la Palestina, dove parli il Che Guevara di Timor Est, Jose Ramos Horta, premio Nobel per la pace persuaso che prendere le armi contro i dittatori sia giusto. Dove parli Ivo Daalder, che ha proposto sul Washington Pos t l'alleanza dei Paesi democratici, dagli Usa al Lussemburgo, per discutere dei propri valori e di come diffonderli nel mondo, magari con più successo della guerra unilaterale di Bush. Può nascere un Corpo della Pace, volontari finanziati dai Paesi ricchi?
Le idee della sinistra radicale commuovono in tv, ma spesso nascondono egoismo, negano diritti a chi non ce li ha, vezzeggiano dittatori decrepiti, perpetuano ingiustizie economiche e sociali con dazi e protezionismo. Se la sinistra delle riforme non ha l'eleganza di Roosevelt e Kennedy (rileggete i vecchi articoli kennedyani di Furio Colombo, Baldini&Castoldi), la passione di Havel, i piani di Brandt e Palme, l'energia malinconica di Keynes, e perfino la sensualità accattivante di Clinton, si vedrà messa alle corde da tribuni che, alla fine, non sono capaci né di vincere le elezioni, né di aiutare i poveri.
Un post di Mixumb delle
09:52
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United we stand ?
E così sembra che si stia preparando un nuovo 11 settembre. Un altro devastante attentato contro gli Stati Uniti, in nome di Bin Laden e di tutti i fanatici che leggono nella loro religione l'odio contro il mondo occidentale ed in particolare verso gli Stati Uniti. Non sorprende, mi sembra di poter dire. Anzi, forse sorprende che non sia successo fino ad adesso, o meglio più che sorprendere costituisce una riprova della efficienza della difesa americana e della validità e necessità del tanto vituperato Patriot Act, che se fosse esistito nel 2001 avrebbe lasciato le torri in piedi e 3000 innocenti ancora vivi.
C'è chi dice che il nuovo attentato arriverebbe ora perché a novembre ci sono le elezioni in America. Io non credo che sia così. Il terrorismo islamico mi sembra avere a capo personaggi piuttosto furbi, e c'è una cosa che salta subito agli occhi: a differenza di qui, nella stanca e comoda Europa, gli Stati Uniti hanno reagito e reagirebbero diversamente ad un attentato terroristico. Un nuovo 11 settembre compatterebbe tutto il paese attorno a Bush. Right or wrong it's my country, dicono lì. Non si fanno dettare l'agenda da un gruppo di fanatici assassini, e non permettono loro di indicare come votare.
Ora c'è spazio per i professionisti della dietrologia. Arriveranno presto i commenti di qualche campione dell'antiamericanismo che scriverà che quanto intercettato dalla polizia italiana circa un imminente nuovo 11 settembre è frutto di una macchinazione della CIA. E magari lo rinfacceranno a Bush il prossimo 4 giugno.
Intanto, sfido da ora chiunque a dichiararsi tranquillo nelle grandi città italiane da qui al 13 giugno. Girano voci inquietanti. Qualcuno mi diceva, per esempio, che un famoso centro commerciale di Roma ha il parcheggio al piano di sotto, e che per fare una carneficina basterebbe arrivare con cinque o sei automobili riempite di tritolo e parcheggiarle per poi farle esplodere nello stesso momento. Si dice che verrebbe giù tutto il centro commerciale, e che le vittime si conterebbero nell'ordine delle migliaia. Non so se sia vero o no, ma inverosimile a me non sembra. Speriamo non accada, naturalmente.
Allegria.
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09:43
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martedì, 25 maggio 2004
Tassisti col ditino alzato
Leggere il Griso. Sempre.
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08:11
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Capezzone su Fassino. Avrei un indirizzario di altre ambasciate da segnalargli
Roma, 24 maggio 2004 - Dichiarazione di Daniele Capezzone, segretario di Radicali italiani:
Leggo con qualche sconcerto, nel bel pezzo di Luca Telese su “Il Giornale”, l’intenzione del segretario dei Ds Fassino di manifestare per protesta davanti all’ambasciata americana.
A parte ogni altra considerazione (capisco bene che una volta che la sinistra “riformista” si è messa all’inseguimento di Rifondazione, diventa difficile sottrarsi alla competizione con Bertinotti…), mi permetto di segnalare al segretario dei Ds che forse è più urgente manifestare dinanzi ad altre sedi, che rappresentano fisicamente le realtà negatrici della libertà e della democrazia in tutto il mondo.
Se fossi in lui, comincerei dall’ambasciata di Cuba, paese in cui le minoranze politiche, sessuali e religiose sono costrette alla galera, alla morte o all’esilio. E coglierei l’occasione per chiedere conto ai Comunisti italiani di Diliberto e Cossutta del loro gemellaggio con il partito al potere a L’Avana. Forse, una volta al Governo, il centrosinistra proporrà come riferimento e alleato di politica internazionale chi fucila, esilia o incarcera i dissidenti?
Poi, farei un giro davanti alla rappresentanza in Italia del Vietnam, che sta cercando di espellere il Partito Radicale Transnazionale dall’Onu con l’accusa di avere concesso diritto di parola al leader nonviolento dei cristiani Montagnard, perseguitati dal regime comunista di Hanoi.
Ecco, forse questo itinerario sarebbe più utile. Mi candido a farlo insieme al segretario dei Ds, e coglierei l’occasione di porgli anche una domanda di politica interna. Perché il suo partito non appoggia il referendum radicale contro la legge sulla fecondazione assistita? E’ davvero convinto che la legge possa essere modificata in questo Parlamento? E come, di grazia?
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08:03
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La voglia matta di votare Emma
Editoriale de Il Riformista di oggi
Perché non votare per Emma? Già, perché? Se si guarda ai contenuti, è difficile negare che sull’Iraq, sull’idea di un Occidente che non chiude gli occhi di fronte alla violazione dei diritti umani di chi occidentale non è, sulla democratizzazione dell’Islam, sulla ricerca scientifica, sull’accrescimento di tutti gli spazi di libertà dell’individuo, sia esso cittadino di fronte alla legge o consumatore di fronte al mercato, i radicali sostengano posizioni squisitamente riformiste. Non perché moderate (il riformismo non è moderato) ma perché modernizzatrici, ardite, tese a cambiare le cose. E allora perché non votarli?
L’ostacolo maggiore è la sensazione di irrilevanza politica cui i radicali stessi sembrano essersi felicemente consegnati. L’Italia non vive una condizione politica di normalità. Ogni elezione è un giudizio di dio, e quelle europee non lo sono certo meno di altre. Ci avessero detto i radicali come intendono usare politicamente i loro voti (oltre che per condurre le loro sacrosanti battaglie in Europa e nel mondo, oltre che per denunciare la congiura del silenzio della Rai, oltre che per continuare a vivere, il che non è poco); ci avessero detto se si propongono di trasformare il centrodestra in una coalizione liberale, magari mettendosi al posto di qualcun altro che liberale davvero non è; o se si propongono di portare la loro cultura nel centrosinistra, fertilizzandone le aridità post-comuniste e post-democristiane. Ci avessero detto una qualsiasi di queste cose, uno saprebbe come verrebbe speso il suo voto, e l’affinità di programmi sarebbe anche adesione a un progetto. Ma non ce lo dicono. Così possiamo leggere splendide interviste di Emma Bonino, che riecheggiano una sinistra liberale che in Italia non ha cittadinanza. In Italia non è di sinistra dire ciò che un liberal come Michael Walzer, uno dei filosofi più autorevoli d’America, diceva ieri al Corriere: «Andarsene sarebbe una tragedia per il mondo, non credo che possiamo farlo, può anche succedere che a un certo punto restare sia peggio che andarsene, ma non possiamo nemmeno immaginare una cosa del genere... Invece di rifiutarsi di mandare in ogni caso i soldati, come fa il Cancelliere Schroeder, o ritirarsi, come fanno gli spagnoli, gli europei avrebbero dovuto organizzare una presenza più ampia di paesi in Iraq, con un ruolo forte dell’Onu». Ma questa sinistra possiamo solo leggerla, in Italia. E di questo ci dispiace non poco.
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domenica, 23 maggio 2004
Un passo avanti. E non piccolo (sull'Iraq sono più avanti di Zapatero)
Lega araba. Le «promesse» dei leader sulle riforme
23 maggio 2004
Le attese dichiarazioni di principio in favore delle riforme democratiche ci sono state. Senza delle scadenze, strumenti attuativi e un preciso piano di azioni le «promesse» già vaghe potrebbero rivelarsi tali, ma già il fatto che tali temi siano stati affrontati apertamente e chiamandoli con il loro nome, o che abbiano suscitato divisioni, è un passo in avanti. Il tentativo di dimostrare unità al proprio interno non è pienamente riuscito. Così si è concluso oggi il summit della Lega araba. Ma la "dichiarazione di Tunisi", frutto di laboriose trattative e mediazioni sulla questione più controversa, quella delle riforme, è tornata a dividere le delegazioni, causando l'abbandono del consesso da parte del presidente egiziano Hosni Mubarak, che non ha partecipato alla cerimonia di chiusura. Gli egiziani avevano tentato di porre in discussione un meccanismo di controllo da parte della Lega stessa sul processo di democratizzazione nei vari Paesi.
Aria nuova? Si è trattato del primo vertice arabo dopo l'invasione dell'Iraq, ma non si è assistito a dichiarazioni dai toni accesi e antiamericani. Mentre nei Territori occupati le violenze proseguono, per la prima volta i leader, Arafat compreso, hanno condannato le uccisioni di civili «senza distinzioni». Il programma di riforme, anche se generico, rappresenta un precedente importante di accordo comune ai livelli più alti e in una sede quale la Lega araba.
La risposta araba alla Greater Middle East Initiative. C'era grande attesa per il documento finale sulle riforme, che doveva rappresentare una risposta al progetto americano della Greater Middle East Initiative. In un programma di 13 punti, i leader dei 22 Paesi arabi si sono impegnati a «continuare nelle riforme e nella modernizzazione dei nostri Paesi». A promuovere la democrazia, a «espandere la partecipazione nella politica e negli affari pubblici», ad assicurare una «responsabile libertà d'espressione», a «rinforzare le pratiche democratiche», i diritti delle donne e la società civile, «nel rispetto della nostra fede, dei nostri valori e delle nostre tradizioni».
Il testo parla di «processo di sviluppo e modernizzazione», afferma la «determinazione dei dirigenti arabi a proseguire e intensificare il processo di riforme politiche, economiche, sociali ed educative conformemente alla libera scelta delle società arabe e in accordo con i valori culturali e religiosi, ciascuno secondo le sue condizioni e le proprie possibilità», impegna i Paesi arabi a «mettere a punto una strategia di sviluppo economico, sociale e umano secondo i principi di buon governo» e a lottare «contro il terrorismo».
I ministri degli Esteri avevano già concordato questi propositi e l'impatto dell'approvazione al più alto livello è stato in qualche modo temperato dalla decisione che i Capi di Stato non avrebbero personalmente firmato i documenti chiave sulle riforme. Alcune delegazioni hanno preferito passare attraverso le istituzioni nazionali, parlamenti e governi, prima della firma. Proprio sulla procedura di firma e sull'opportunità di mandare un piccolo gruppo di Paesi a rappresentare il mondo arabo al G8 del prossimo mese si sono accese le discussioni.
La nuova bozza della Greater Middle East Initiative americana, secondo pilastro della dottrina Bush, sarà presentata al vertice del G8 di Sea Island, in Georgia, tra l'8 e il 10 giugno. Conterrà una serie di iniziative diplomatiche volte a rimuovere gli ostacoli che impediscono l'articolazione di una società aperta e l'avvio del processo di democratizzazione in Medio Oriente. Una prima versione, pubblicata a febbraio da un giornale arabo, aveva suscitato contrarietà da parte dei regimi della regione e perplessità da parte degli europei. Si rimprovera agli Stati Uniti di voler imporre dall'esterno democrazia e libertà, e con la forza economica un modello di vita estraneo alla cultura e alla tradizione mediorientale. La Lega araba era stata convocata a Tunisi per discutere del piano già lo scorso 27 marzo, ma le divisioni interne provocarono un rinvio, visto positivamente da alcuni politici e commentatori: il mondo arabo comincia a dibattere il tema democrazia.
Il presidente egiziano Mubarak si è adoperato in questi mesi per sviluppare una via araba alle riforme, per scongiurare interferenze occidentali, ma ha dovuto affrontare le resistenze soprattutto di sauditi e siriani, mentre gli Stati del Maghreb, Giordania e Qatar sono sembrati più disponibili.
Il progetto dell'amministrazione Bush prende spunto dai tre deficit del Medio Oriente indicati nell'Arab Development Report 2002 delle Nazioni Unite sullo sviluppo nel mondo arabo, rapporto redatto da intellettuali e funzionari arabi: la mancanza di libertà, la mancanza di conoscenza, la mancanza di diritti delle donne. Allo scopo di dimostrare quanto il progetto risponda a richieste che vengono dal mondo arabo stesso, nella nuova bozza si fa esplicito riferimento a due riuscite iniziative per le riforme svoltesi in Medio Oriente, citando frasi tratte dalle due dichiarazioni conclusive: la prima uscita dalla conferenza intergovernativa di Sana'a, nello Yemen, organizzata il 10 gennaio da Emma Bonino e Non c'è pace senza giustizia, la seconda frutto della conferenza di Alessandria d'Egitto, che il 12 marzo ha raccolto duecento tra intellettuali, politici e professori mediorientali. Una conferenza organizzata dal presidente Mubarak, alla quale non erano invitati i due principali dissidenti democratici egiziani, Ali Salem e Saad Eddin Ibrahim, ma che dallo stesso Ibrahim sul Washington Post è stata definita un evento straordinario. Per la prima volta in più di mezzo secolo, commentava l'iraniano Amir Taheri, «il discorso politico nel mondo islamico è dominato in modo sempre crescente dal lessico democratico».
Questione palestinese. «Una condanna delle operazioni militari contro i civili palestinesi e i dirigenti palestinesi, così come una condanna delle operazioni contro i civili, senza discriminazioni», è stata espressa nella risoluzione letta dal segretario generale della Lega Amr Moussa, che costituisce un precedente storico in quanto per la prima volta i leader arabi esprimono collettivamente una denuncia anche degli attentati palestinesi contro civili israeliani. La Lega ribadisce la richiesta della creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme e chiede per i palestinesi protezione ed aiuti economici. Le operazioni israliane a Gaza e Rafah vengono considerate «crimini di guerra, violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra del '49» e si chiede alla comunità internazionale di spingere Israele al rispetto delle leggi internazionali o di punirlo se si rifiuta. Suona come un monito a Bush, che ha appoggiato il piano di ritiro unilaterale di Sharon, la critica di ogni tentativo di risolvere il conflitto israelo-palestinese al di fuori delle risoluzioni dell'Onu. Si riafferma inoltre, la validità dell'iniziativa araba di pace lanciata due anni fa. D'ispirazione saudita, questa iniziativa mira ad offrire normali relazioni di tutti i Paesi arabi con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati nel 1967.
Iraq. I Paesi arabi non chiedono il ritiro immediato delle truppe americane ma, ribadendo la sovranità e l'integrità territoriale irachena, sottolineano l'urgenza della fine dell'occupazione americana a vantaggio di un «ruolo centrale ed effettivo per le Nazioni Unite», condannano l'eccessivo uso della forza da parte delle forze d'occupazione, ma anche gli attacchi terroristici che «uccidono centinaia di iracheni innocenti». Il ministro iracheno per le Comunicazioni Haidar al-Ebadi riferiva ieri che l'Iraq aveva intenzione di chiedere ai Paesi arabi non confinanti di voler contribuire alla pacificazione con 130 mila soldati da inviare dopo il passaggio di poteri del 30 giugno.
Risoluzioni separate contengono anche la denuncia degli abusi, «immorali e inumani», sui prigionieri iracheni e l'espressione della solidarietà alla Siria, contro le sanzioni economiche e politiche imposte da Washington con il Syria Accountability Act.
Un post di Mixumb delle
21:01
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Sempre prezioso, Castaldi
Questa mi era sfuggita.
"Non posso pensare che dobbiamo assistere inermi ed accettare la teoria secondo cui ci sono colpe da ambo le parti, per cui bisogna stare fuori dal gioco. Certo, i pacifisti hanno ragione, la guerra è orribile. Ma cosa avrebbero detto questi pacifisti di sinistra ai tempi della guerra di Spagna? Avrebbero sostenuto che non bisognava assolutamente prendere le armi contro Franco? E contro l'invasore tedesco, cosa avrebbero fatto?" Così Gianni Vattimo ("Liberal", 22.4.1999), quando il dittatore era Milosevic e il presidente del consiglio D'Alema.
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18:07
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La svolta e la forza centrifuga

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All'ONU il Partito Radicale Transnazionale vittima del colpo di mano delle dittature
New York, 22 maggio 2004
E' un'Organizzazione delle Nazioni Unite nelle mani delle dittature quella che potrebbe essere privata della presenza consultiva del Partito Radicale Transnazionale. Su iniziativa del Vietnam, ma con l'appoggio di alcune tra le peggiori dittature del mondo, quali Cina, Cuba, Iran, Sudan e Pakistan, il Comitato sulle Ong ha approvato la richiesta di sospendere per 3 anni lo status consultivo del PRT all'Onu. Inutile - perché minoritaria - la difesa delle democrazie, Stati Uniti, Francia, Germania, Romania, Turchia. Il Partito Radicale è ritenuto "colpevole" di avere dato diritto di parola, alla Commissione diritti umani dell'Onu a Ginevra, a Kok Ksor, il leader dei cristiani Montagnards perseguitati dal regime comunista di Hanoi, i quali "ancora di recente - ricorda la Bonino - hanno subito una durissima e sanguinosa repressione nel silenzio generale". La decisione presa ieri dovrà essere ratificata nella sessione plenaria del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite che si terrà a New York a luglio. Se sarà confermata, il Partito Radicale Transnazionale non potrà più partecipare con le proprie delegazioni di rappresentanti di popoli oppressi alle Nazioni Unite.
Il 14 maggio scorso, il Vietnam aveva presentato un documento che riaffermava le accuse di terrorismo nei confronti di Kok Ksor, imputando al PRT un abuso del proprio status con il Consiglio economico e sociale, e chiedendo quindi al Comitato sulle ONG di sospendere il PRT fino a quando non avesse deciso di non accreditare più il leader montagnard all'Onu. Il dibattito era stato aggiornato a venerdì 21 maggio. Ieri, all'apertura della seduta pomeridiana, l'ambasciatore del Vietnam ha chiesto al Comitato di votare sulla richiesta di sospensione e, a seguito dell'opposizione delle Germania, si è innescato un dibattito procedurale che si è concluso con la bocciatura della mozione tedesca volta a rinviare del discussione alla settimana prossima, allo scopo di consentire alle delegazioni di valutare le accuse presentate.
Dopo tre ore di dibattito sostanziale e procedurale, che ha portato la presidenza a sospendere la seduta per oltre mezz'ora, il Comitato ha però approvato la richiesta dell'ambasciatore vietnamita di sospendere per tre anni lo status consultivo del Partito Radicale Transnazionale. Favorevoli al Vietnam 9 delegazioni: Cina, Costa d'Avorio, Cuba, Federazione Russa, India, Iran, Pakistan, Sudan e Zimbawe; contrari 8 Paesi: Camerun, Cile, Francia, Germania, Peru, Romania, Stati uniti e Turchia; astenuti 2: Colombia e Senegal. Già due anni fa, il colpo fu provato dalla Russia, che chiese, senza riuscirvi, l'espulsione del PRT dall'Onu.
Emma Bonino si ribella. A ribellarsi a questa decisione del Comitato, definita "gravissima" è Emma Bonino. Così il PRT viene "cacciato dall'Onu grazie ai Paesi dittatoriali. Ecco come si zittisce l'Organizzazione nonviolenta dei popoli oppressi, dei perseguitati, delle minoranze, dei nonviolenti". E' una "strana alleanza" quella di Paesi "che hanno colto al volo l'occasione di unirsi per zittire per sempre la voce dei radicali all'Onu". E' l'ennesima dimostrazione, osserva la parlamentare europea radicale, che "occorre lavorare in ogni sede istituzionale per promuovere l'Organizzazione mondiale della/delle democrazie per contrastare queste strane alleanze e promuovere ovunque nel mondo libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani". Ringraziando invece i Paesi che hanno difeso i radicali, la Bonino ricorda che sarà la sessione plenaria del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite che si svolgerà a New York a luglio, la sede "per tentare di ribaltare il risultato dell'alleanza dei paesi dittatoriali".
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sabato, 22 maggio 2004
All'Ulivo non dispiacevano le torture
Renato Farina su Libero di oggi
Italia, maggio 2000, ministro della Giustizia il comunista Diliberto: scoppia lo scandalo delle sevizie in carcere. Prigionieri nudi, picchiati e sodomizzati
Oliviero Diliberto, segretario dei comunisti italiani, è intervenuto l'altra sera in due diverse trasmissioni televisive della Rai (Porta a porta e Primo piano). Sembrava un gatto con il topo in bocca. Ha detto: «Ho vinto». In Parlamento la sinistra era stata sconfitta. Ma non gli importava. La sua linea aveva trionfato nell'Ulivo, umiliandone qualsiasi velleità riformista. Dunque, il politico cagliaritano che è persino simpatico, ha espresso queste tesi per conto di Prodi e Bertinotti: «Le torture degli americani hanno deligittimato ogni forma di presenza della coalizione in Iraq. Vergogna. Tutti a casa». Si è lamentato che il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, in testa alla catena di comando, non sia stato defenestrato e che Berlusconi non abbia chiesto a Bush di dimetterlo («vergogna!»). In una di quelle trasmissioni c'ero. Come spesso accade, la faccenda mi è venuta in mente mezz'ora dopo. Rimuginavo una frase di Diliberto: «Quando non sapete cosa dire, mi rinfacciate le torture e le prigioni di Cuba, eh, eh! Guardate le vostre in Iraq, eh eh!». Cuba? Macché Cuba. Italia. Era lui ministro della Giustiza del governo di Massimo D'Alema. Lo è stato dall'ottobre del 1998 al maggio del 2000. Dopo di che passò, con l'avvento di Giuliano Amato, a dirigere il suo partito e lasciò il posto di Guardasigilli a Piero Fassino. Non era stato un cattivo ministro, dicevano tutti. Un buon garantista, sostenevano. Fece rientrare in Italia dal carcere americano la terrorista Silvia Baraldini, in un tripudio di bandiere rosse. Ma c'era un'altra parola che ha sigillato il suo regno di padrone delle carceri italiane: Sassari! Un carcere difficile, quello di San Sebastiano. La nostra piccola squadra (tanto per chiarire: non ci svegliamo adesso) se ne occupò. A quel tempo Vittorio Feltri dirigeva Giorno-Carlino- Nazione. Luigi Manconi, collega ulivista di Diliberto al Senato, ci mandò un articolo e fu pubblicato in prim a pagina . In seguito approfondimmo. Il 28 marzo del 2000 i detenuti inscenano una manifestazione di protesta. Sbattono utensili vari contro le sbarre delle loro celle, urlano. A causa dello sciopero dei direttori delle carceri, erano venuti a mancare alcuni "servizi aggiuntivi", tipo ricovero ospedaliero e accesso ai rubinetti dell'acqua. Il 3 aprile per ordine del ministero si procedette ad una bella ispezione. Si risolse con il trasferimento di 21 detenuti. E lì accadde qualche cosa di tremendo. Lo ha accertato la magistratura. Siamo garantisti. Stimiamo le guardie carcerarie. Ma molte costole si ruppero. Molti denti saltarono. I parenti dei detenuti denunciarono al ministro Diliberto (14 aprile), in visita all'università di Sassari, i fatti che avevano già indotto la Procura adaprire un'inchiesta il 7. Arrivarono in tanti, con tute mimetiche e anfibi. Spogliati nudi, hanno ammanettato i detenuti con le mani dietro la schiena, presi a schiaffi sulle orecchie. «Li sollevavano e li lanciavano da una guardia all'altra senza fargli toccare terra: but tati dalle scale, messi in fila, presi a calci nella schie na, nelle gambe, sui testicoli». Sotto il dominio di Giancarlo Caselli, capo del Dap, e del ministro Diliberto. Non c'erano le fotografie, ma le radiografie sì. Gli americani sono più trasparenti. Diliberto si dimette alla notizia? Ma no. Caselli apre una timida inchiesta amministrativa. Giuliano Pisapia presenta un'interrogazione parlamentare. I fatti urlano. Diliberto legge: «Sono il vostro Dio, in quindici giorni diventerete come agnellini. Sappiate che il lager è un paradiso, qui inizia l'inferno». Sembra un sergente di Rumsfeld, invece è un comandante di Diliberto. Un caso isolato Sassari? Lo sfortunato Diliberto (o più sfigati i detenuti ad avercelo?), in quella primavera, è il supremo responsabile di una gerarchia carceraria che si rende famosa per altri casi di (presunta) tortura. A Napoli 24 agenti di Secondigliano sono in quei giorni sotto processo per ripetute violenze ai danni dei detenuti. Il tutto sarebbe accaduto tra il 1995 e il 1999, da Dini a Prodi a D'Alema. A Cosenza si accascia "per infarto" un ragazzino messo dentro molto bruscamente a Cosenza per un tentato furto. A Reggio Calabria, 12 agenti rinviati a giudizio per omicidio volontario ed altri 12 per favoreggiamento. Un ragazzo di 28 anni, secondo l'accusa, sarebbe morto sotto colpi di bastone e manganello. A Nuoro, nel celebre carcere di Bad 'e Carros, il 23 marzo, Luigi Acquaviva, il giorno dopo essere stato accusato del sequestro di una guardia, è trovato morto. Un suicidio strano, molto indotto. Il comandante del carcere è rimosso. A Torino, nel carcere minorile, un ragazzo maghrebino si dà fuoco il sabato santo per protestare per le (asserite) torture subite. Non ci sono le foto però. Dopo di che, i primi di maggio, il governo D'Alema va in crisi. Amato vorrebbe la sua conferma. Diliberto, attraverso canali di Magistratura democratica, ha subodorato - dicono i siti internet della sinistra capeggiata ora dallo stesso ex mnistro - che si sta muovendo qualcosa di brutto. Decide di andare a dirigere il partito. La Procura di Sassari chiede e ottiene 82 arresti. Troppo patenti sono le violazioni. È stata una spedizione punitiva, scrive il gip: «Il pestaggio è stato organizzato e voluto intenzionalmente, perpetrato con sevizie e crudeltà». Insomma: torture. Il Polo chiede le dimissioni di Caselli. Diliberto è sulla via dell'abbandono quando scrive questa missiva d'addio alle guardie carcerarie, in quel momento sotto tiro: «Abbiamo ottenuto risultati storici». Quanti torturati? Elenca invece tra le grandi conquiste «il pagamento dello straordinario». E conclude, mentre infiamma la polemica: «Abbiamo insieme ottenuto soprattutto qualcosa che non ha prezzo. È la dignità ritrovata». Ormai il caso è scoppiato. Diliberto non è già più ministro. I presunti torturatori sono in carcere. Trova il modo di dichiarare: «La più completa solidarietà per gli ingiustificati attacchi». Rumsfeld non era arrivato a tanto. Intanto gli accusati sono reintegrati e promossi. L'inchiesta si concluderà con pene lievi e fatti confermati, ma vattelapesca chi è stato. Proprio nei mesi di Diliberto ministro della giustizia, l'Italia era stata messa sotto accusa davanti alla Corte europea dei diritti umani. L'imputazione? Tortura. È stata assolta. Nove giudici contro otto. Diliberto, hai vinto.
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19:55
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Fecondazione, crollo delle nascite. Caos dopo la nuova legge sulla provetta. Fuga all'estero
da Repubblica di oggi (domanda: ma la chiesa non professava la necessità di incrementare le nascite?)
ROMA - Chi può se ne va, chi resta abbandona. Cinquanta e cinquanta, un amaro fifty fifty, mentre le percentuali di successo, già basse, si sono dimezzate. Provetta, l´Italia è allo sbando. A due mesi dall´approvazione della legge sulla Fecondazione Assistita, in attesa che il ministero della Sanità vari il regolamento di attuazione, dai centri, dalle associazioni, dai medici e dalle coppie arrivano storie di sconfitte e di fughe all´estero. Se nel 2003 i bambini nati con la procreazione assistita (fecondazione in vitro o inseminazione in utero) sono stati 10.000, per il 2004 si stima un calo del 30 per cento. Una involuzione dovuta, appunto, o alla rinuncia o al fallimento. «Con il divieto di congelamento degli embrioni, le percentuali di successo di una Fivet per una donna tra i 35 e i 40 anni - spiega Monica Soldano, presidente dell´associazione "Madre Provetta" - sono passate dal 15-20% al 10%. Se a questo si somma l´impossibilità di ricorrere all´eterologa ecco che i numeri delle nascite sono destinati a crollare. Tra le coppie c´è un senso di sbandamento e di abbandono, si sentono sconfitte. Noi abbiamo deciso di seguire la strada dei ricorsi, ma le prime sentenze sono già sfavorevoli. Un giudice di Catania ad esempio, ha negato ad una donna "a rischio" la possibilità di diagnosi pre-impianto, imponendole poi l´impianto di tutti gli embrioni prodotti. Per fortuna erano sani..».
L´unica strada, per molte associazioni, è quella di appoggiare il referendum abrogativo promosso dai radicali, e per il quale sono state raccolte 50mila firme. «Si è fermato tutto - rilancia Federica Casadei di "Mamme on line" - le coppie fuggono all´estero, siamo inondate di richieste di persone che vogliono essere indirizzate in centri sicuri, tanto che noi abbiamo messo in rete una lista di indirizzi qualificati, per evitare che le coppie finiscano in un mercato nero che è già fiorente. Le testimonianze più drammatiche sono quelle delle donne che hanno fatto già diversi tentativi e che con la nuova legge sono destinate a subire sempre più bombardamenti di ormoni. Ormai c´è un vero turismo della provetta - aggiunge Federica Casadei - per fecondazioni eterologhe, ma anche omologhe. Chi ha più soldi emigra in Francia, in Svizzera, in Spagna, a Malta, in Grecia, affrontando trasferte i cui costi possono lievitare, tra viaggio, intervento, soggiorno, oltre i 10mila euro. Poi c´è il business dei paesi poveri e il commercio di gameti, soprattutto ovociti, da zone come l´Ucraina, la Moldavia, la Lituania».
Storie e scenari che ricordano l´Italia negli anni in cui l´aborto era proibito, i centri clandestini prosperavano e facevano vittime, mentre chiunque avesse mezzi volava a Londra o in Svizzera. Anche se, dal punto di vista tecnico, non tutto sembra così drammatico. E´ il punto di vista di Andrea Borini, ginecologo, presidente dei centri Cecos, quei 28 centri che fino all´approvazione della legge erano le più famose banche di gameti del Paese. «Le riserve di seme le abbiamo regalate ai centri di ricerca, mentre continuiamo a conservare lo sperma e gli ovociti di chi fa auto-donazione, perché deve affrontare, magari, cure invasive, che potrebbero portare sterilità. Premesso che questa legge è fortemente limitativa delle libertà individuali, credo che l´attuale calo di richieste sia dovuto al fatto che tra gennaio e febbraio c´è stata la grande corsa, e in quei due mesi si sono raggruppati gli interventi di una stagione». Andrea Borini spiega che nei centri Cecos ci si è concentrati sul congelamento degli ovociti. «I nostri risultati sono in linea con il passato, ma la statistica dovrà essere verificata nel tempo. Abbiamo però avuto una buona riuscita dal congelamento degli ovociti, con due gravidanze in corso. Ed è questa la tecnica che offre maggiori speranze per il futuro». Alessandro Di Gregorio, ginecologo torinese, esperto di sterilità di coppia, prevede invece un futuro inquietante. «Le conseguenze di questa legge assurda già si vedono, perché le pazienti scompaiono, non sappiamo dove vanno, anche se possiamo immaginarlo. Ma il dato più preoccupante è il calo dei successi. Sono addirittura i centri pubblici ad avvertire le pazienti che le loro probabilità, senza congelamento degli embrioni, senza l´eterologa, sono dimezzate. L´unico risultato è che nasceranno sempre meno bambini».
Un post di Mixumb delle
08:01
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We are the losers, my frieeend
Non so, non mi appassiona nemmeno moltissimo l'ennesimo - ma stavolta gigantesco - autogoal della sinistra italiana, che una volta era centrosinistra e così una volta era giusto definire quell'accozzaglia di personcine. Non mi sorprende che la linea la diano gli schiaffoni umanitari, anzi mi soprprende che qualcuno si sorprenda. E non è un atteggiamento da primo della classe, credo solo sinceramente che c'era da aspettarselo. Condivido comunque il commento di Luigi Castaldi, puntuale e stringato.
A dire la verità non ho nemmeno letto moltissimi commenti a tal proposito. Qualcuno lo avrà sicuramente già detto ... la cosa che mi ha colpito non è tanto la mozione unitaria. Quello che a me è rimasto più impresso è la sequenza degli eventi, e quanto questa risulti una perfetta preview di quello che succederebbe (succederà ?) in sede di elezioni politiche. Ovvero: grande spinta della piazza estremista, forze politiche dell'estrema sinistra che vanno a rimorchio, sinistra riformista che nicchia, sondaggi che mettono il pepe sotto al sedere dei "leaders" (no, meglio: """""leaders""""", cinque virgolette sono il minimo), Bertinotti che esulta, attrazione fatale delle vecchie posizioni antiamericane che fungono da richiamo della giungla, Bertinotti che esulta, unità nelle tesi più a sinistra, Bertinotti che esulta, riformisti col mal di pancia e piuttosto rassegnati. Bertinotti che esulta. Ah già, dimenticavo: naturalmente il voto li vede sconfitti, vincono gli altri.
Bertinotti che esulta.
Update: concordo in toto anche col commento di Random Bits, che riporta un editoriale del Riformista.
Un post di Mixumb delle
07:56 politica
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giovedì, 20 maggio 2004
Ostaggi: doppio ricatto a Berlusconi
Renato Farina su Libero di oggi
Il capo dei no global, Gino Strada, tratta coi terroristi e poi lancia un ambiguo avvertimento al premier: se li vuole liberi stia attento a come parla. Tutto dipende da cosa dirà agli Usa...
Gino Strada, il pacifista più famoso, ormai più per le idee antiamericane che per i meritori ospedali, ieri si è fatto portavoce del ricatto dei terroristi. Un messaggio molto chiaro, che ha il sapore dell'avvertimento: "Quello che succede nei colloqui tra Berlusconi e Bush, o quello che succederà rispetto alla visita di Bush in Italia (il 4 giugno, ndr), condizionerà i tempi della liberazione". Chiaro, no? Caro Berlusca, se fai troppo l'amerikano sarà colpa tua se succede qualcosa a quei tre. Se il 4 giugno reprimi le manifestazioni contro l'arrivo di Bush con le cariche della polizia, stanno freschi, e per colpa tua, i nostri tre. I nomi ce li ricordiamo? Forse neanche quelli. Su Maurizio Agliana, Umberto Cupertino, Salvatore Stefio, i tre ostaggi sopravvissuti, è caduto il silenzio. Diciamo meglio: di loro, in quanto figli di mamma, non importa niente a nessuno. Contano soltanto perché sono stati trasformati in pedine della campagna elettorale. Poveretti due volte. Quando la ditta del Nevada li ha spediti in Iraq, con un buon ingaggio, gli avevano spiegato che avrebbero curato dei tralicci del telefono, non le urne delle europee e della provincia di Milano. Invece sono diventati una scheda. Ogni giorno che passa la vicenda si fa chiara, quanto più il destino del trio è oscuro: sono un'arma di ricatto. Sono stati trasformati loro malgrado in uomini-cannone, pronti a colpire il meccanismo delicato della nostra democrazia. I terroristi che li hanno ora tra le mani non sono sprovveduti. Sapevano di poter giocare con i sentimenti degli elettori. In Spagna c'è voluto un attentato devastante, l'11 marzo. E Zapatero, graziato da questo evento spaventoso, si è subito adeguato: tutti a casa, toreri e muchache. Le stesse menti islamiche si sono applicate poi all'Italia, ed erano convinte di piegare Berlusconi con il rapimento del gruppetto. Ci conoscono. E sanno come funzionano televisione e giornali nostrani: tutti a raccogliere appelli disperati e lamentosi, tutti a spiegare che è meglio cedere e salvare delle vite, piuttosto che insistere in una guerra incomprensibile ai più. Sorpresa: Berlusconi ha tenuto duro. Non ha nemmeno chiesto scusa per la definizione (peraltro se l'era rimangiata subito) di civiltà inferiore rifilato al popolo dei minareti. Allora ci sono andati pesante, con l'assassinio a sangue freddo di Fabrizio Quattrocchi. Quello però è stato per loro un incidente. Fabrizio è morto da uomo coraggioso, accettando il colpo in testa "da italiano". Fatto sta che il premier di Arcore, con una tempra che nessuno gli ha riconosciuto, non ha piegato la schiena: niente ritiro, restiamo amici degli americani, vogliamo l'Onu. Nonostante tutto, pareva che lavorando con i servizi segreti, che pure loro conoscono le tecniche degli avversari, fosse riuscito a portarli a un passo da casa. Qualcosa era sfuggito al ferreo controllo di Al Qaeda. Sarebbe stato un trionfo per il Cavaliere. Qualcuno ha calcolato in 8 punti il guadagno elettorale che ne avrebbe ricavato. Un guaio per la sinistra, e addio ritiro delle nostro truppe. E dall'Europa, dallo strano intreccio di movimenti pacifisti, "resistenti" iracheni e mass media, non è stato difficile sgambettare i nostri uomini pronti a portarsi in Italia i tre ostaggi. È a questo punto che l'alleanza con i pacifisti è diventata chiara più del sole. I rapitori hanno domandato una manifestazione di piazza al popolo italiano da far subito. Questo avrebbe salvato i tre. Pronti, via. C'è stata la marcia su San Pietro del 29 aprile, dove ai famigliari piangenti si sono aggiunti i sostenitori di Saddam Hussein, con relative bandiere, e i fautori del cedimento umanitario. Mentre Berlusconi è stato fermo e tosto. Il 30 aprile, con un comunicato sunteggiato da Al Jazeera, i sequestratori hanno fatto sapere più o meno (il testo del fax rice- vuto in Qatar non è mai stato diffuso integralmente) di aver molto gradito il corteo di protesta contro il governo davanti al Papa, e hanno spiegato che gli ostaggi stavano bene, potevano cavarsela. Ma il tempo di detenzione dipendeva da Berlusconi. Se avesse chiesto e ottenuto dagli americani e dai capi democratici curdi la liberazione dei loro amici detenuti nelle carceri del Nord Iraq. Insomma, come al suk. Un tira e molla con sullo sfondo le elezioni da condizionare grazie alle tivù. Lo hanno fatto sapere loro, in vari documenti strategici: "La televisione non è meno importante delle armi per la nostra vittoria, anzi talvolta è più forte". Berlusconi ha risposto spegnendogli le televisioni e le radio, domandando il silenzio stampa su queste vicende. Che fare? Il governo opera attraverso l'intelligence (e i servizi, come dice la parola, agiscono in segreto e nulla sappiamo). I terroristi hanno fatto capire, attraverso canali assai scoperti, che gradivano l'opera dei pacifisti. I tre li avrebbero dati a loro, per far vincere la sinistra il 13 giugno. I campi antimperialisti, che ad Assisi dall'agosto del 2000 ospitano guerriglieri e miliziani di ogni risma marxista ed islamica, hanno mosso i loro uomini e le loro email. Ma non paiono godere troppa credibilità. Chi c'è di meglio allora di un uomo come Gino Strada? Candidato al Nobel della pace, eroe umanitario dell'Afghanistan, leader di Emergency, ormai soprattutto antiamericano assoluto e sostenitore di Bush=Berlusconi=terroristi. Eccolo prestamente mobilitarsi. Sui giornali racconta di aver telefonato da Bagdad al capo di tutta la guerriglia della zona dove sono stati presi i quattro civili italiani il 12 aprile (a Falluja). Il tizio, di nome Al Kubaysi, legatissimo ai pacifisti di Assisi, gli spiega chi sono i suoi fiduciari. Ombra e segreto. Poi finalmente ecco questa intervista uscita ieri sull'Unità. Trascriviamo la titolazione di pagina 4: "Strada: "Gli ostaggi saranno liberati ma peseranno le uscite del premier". Il fondatore di Emergency: gli intermediari assicurano il rilascio, l'atteggiamento di Berlusconi condizionerà i tempi". Il medico confida: "Nessun contatto con il governo italiano, perché riteniamo di non doverne avere con nessuna forza di occupazione, e il governo italiano è una forza di occupazione". Sugli "intermediari", che sono poi i colleghi degli assassini di Quattrocchi, è uno zucchero: "Devo dire di aver trovato gente molto ragionevole, abbiamo chiarito che la maggior parte degli italiani è contraria a questa guerra". Strada ammette: "Si sta giocando una partita politica". Politica. Come dire: elezioni. Qualche pagina dopo, in un'altra intervista sull'Unità, l'imam di Vicenza, il tunisino Touhami Ouelhazi, convoca una manifestazione per sabato di pacifisti musulmani e cattolici e dice: "Berlusconi? Un pericolo per gli ostaggi". Più chiaro di così. Più ricatto di così. Anzi, ricatto al quadrato. Cercasi qualcuno che pensi a quei tre, senza infilarli nelle urne delle europee.
Sicuri sicuri ?
Avrei da chiedere qualcosa semplice semplice ai vari Leonardo, Brodo Primordiale e Pfaall, che accusano alcuni blog (che leggo, condivido, linko e sostengo) di esagerare le notizie di alcuni ritrovamenti in Iraq di materiale riconducibile alle armi di distruzioni di massa, buoni ultimi il sarin e la iprite.
Non vi chiedo il motivo per cui, secondo voi, Saddam ha disatteso 16 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU riguardanti il disarmo. Non vi chiedo perchè nel 1998 ha cacciato gli ispettori. Non vi chiedo come mai il Consiglio di Sicurezza ha votato 15 a zero (compresa la Siria) la risoluzione 1441 che minacciava serie ripercussioni qualora l'Iraq non dimostrasse che fine avessero fatto gli arsenali biologici e chimici del quale era in possesso, nè vi chiedo cosa significhi per voi il fatto che una istituzione sovranazionale rovesci l'onere della prova assegnandolo ad uno stato membro e quanto questo sia sintomatico di cosa i 15 pensassero sul fatto che le armi ci fossero oppure no. Non vi chiedo come fate ad essere sicuri che molto di questo materiale, e ribadisco che non si tratta di missili ma spesso di valigette, non abbia attraversato la frontiera con la Siria o sia da qualche parte in un paese grande come la Francia e affatto totalmente in mano agli alleati. Non vi chiedo cosa ne pensate del fatto che alcuni scienziati siriani fossero su uno dei due treni misteriosamente scontratisi in Corea al confine con la Cina qualche settimana fa. Non vi chiedo perchè Saddam avrebbe evitato di provare la distruzione delle armi che lui stesso aveva ammesso di avere, quando questa semplice azione gli avrebbe fruttato la certificazione dell'ONU che tutto andava bene. Non vi chiedo di commentare la notizia che Scott Ritter, il campione che voi avete citato per sostenere che Bush mentiva, è coinvolto nello scandalo oil for food; nè di dire qualcosa a proposito della attendibilità di un Hans Blix che descrive gli americani come bastardi e sostiene che in Iraq si stava meglio quando Saddam riempiva le fosse comuni.
Queste domande a più riprese sono già state fatte, senza ricevere risposte, e sono lì a dimostrare molte cose. Ve le porrei se avessi notizia di una vostra onestà intellettuale: ma sono mesi che - per come la penso io - dimostrate a più riprese il contrario. Data la vostra superiorità morale, la mia opinione dovrebbe anche scalfire poco la vostra sicumera, ma tant'è non me ne cala un granchè.
Una sola domanda, mi viene da porvi. Vi dite sicuri che le armi di distruzione di massa non ci fossero. Vi dite certi di poter certificare che rivoltando palmo a palmo l'Iraq non vengano trovate, e che non ci fossero nemmeno quando si iniziò l'intervento che ha liberato l'Iraq da uno che ha sterminato con quelle stesse armi che per voi non c'erano centinaia di migliaia di curdi. Padronissimi.
Ma allora, se vi capitasse di essere in Iraq come soldati - posto che voi siete migliori perchè siete pacifisti, non ci andreste mai, ritirereste le truppe, odiate la guerra eccetera eccetera: ma se foste lì contro la vostra opinione, maledicendo il vostro governo, odiando chi vi ci ha mandato - rifiutereste le protezioni fornite nell'equipaggiamento alle truppe alleate laggiù ? Guardatevi allo specchio e rispondete: andreste lì a capo scoperto, senza maschera e senza alcuna protezione, a fianco ad altri compagni bardati di tutto punto, perchè le armi non c'erano ed è tutta una montatura. E' così ?
Non vi affannate: la mia è una domanda retorica. Tranquilli. Nessun estremista islamico verrà da voi, e da noi tutti, a farvi assaggiare le armi in suo possesso. Non ancora. Ancora per poco, temo fortemente.