mercoledì, 30 giugno 2004
Si stava meglio quando c'era lui, caro lei ...

Lo dicono i simpatici pacifinti antiamericani a proposito dell'Iraq. Lo dicono anche i nostalgici fascisti dei tempi di Mussolini: e non a caso. Non a caso. Qui invece (grazie a 1972 che segnala, come sempre, preziosissimi documenti) c'è un resoconto di quanto fatto dall'amministrazione americana di Paul Bremer fino al 28 giugno, quando da bravi imperialisti cattivi gli americani hanno pensato bene di mantenere gli impegni e cedere il comando agli irakeni. Ma guarda.
E' un elenco diviso tra Government, Health, Education, Security, Economy and Infrastructure.
Per descrivere le reazioni scomposte di alcuni neo/proto/vetero/psico/lordo comunisti antiamericani, invece, c'è solo una parola: Shame. State comodi.
Mancava solo la scimmietta ... Gino, dove sei finito ?
PARIGI - La Chambre de l'Instruction della Corte d'appello di Parigi ha deciso oggi che Cesare Battisti dovra' essere estradato in Italia. Lo ha annunciato il presidente del tribunale.
L'ex terrorista Cesare Battisti, 50 anni, e' stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi e rapine in Italia.
A LETTURA SENTENZA PROTESTE IN AULA, BATTISTI RIMANE IMPASSIBILE
Giacca scura, pantaloni neri, dimagrito e in forma, Cesare Battisti e' rimasto impassibile alla lettura della sentenza che lo estrada in Italia, guardandosi poi intorno stupito a cercare gli occhi dei parenti e degli amici presenti in aula.
Ammutoliti anche gli avvocati storici dei rifugiati degli anni di piombo a Parigi Jean Jacques De Felice e Irene Terrel, che si erano detti fiduciosi nel buon esito della loro causa.
Battisti, condannato all'ergastolo in Italia per quattro omicidi e diverse rapine come leader dei Pac (Proletari armati per il comunismo) e' dunque ormai estradabile per la giustizia francese contrariamente a quanto la stessa giustizia aveva deciso nel 1991 quando le sue condanne in Italia non erano pero' ancora definitive.
Battisti resta in liberta' e i suoi legali, come avevano gia' annunciato, ricorreranno ora in Cassazione. Se anche questo tentativo fallisse porteranno il decreto di estradizione davanti al Consiglio di Stato. Ma secondo tutte le previsioni degli specialisti la breccia nella dottrina Mitterrand che ha fin qui protetto gli esuli italiani degli anni di piombo e' aperta e Battisti sara' estradato, anche se tra qualche mese. Sono da oggi nella stessa condizione di Cesare Battisti oltre una decina di ex terroristi italiani che da venti anni vivono in Francia e per i quali la giurisprudenza e' da oggi capovolta.
Numerose proteste di amici e sostenitori dell'ex terrorista si sono levate in aula. I familiari sono scoppiati in lacrime. Alle parole ''concessione dell'estradizione'' ha cominciato a singhiozzare, con le mani che le coprivano il volto, la compagna Mariette, mentre la ex moglie e' rimasta impassibile ed ha cercato subito di consolare la figlia.
''Honte, honte'' (vergogna) e' il grido che si e' insistentemente levato dall'uditorio mentre qualcuno dei presenti ha urlato: ''Siamo in una dittatura!''. Il sindaco del X Arrondissement, Jacques Bravo, quello dove risiede a Parigi Battisti, ha abbracciato e accompagnato fuori la compagna dell'ex terrorista, che nel corridoio di uscita del palazzo di giustizia se l'e' poi violentemente presa con un cameramen italiano che la stava inquadrando.
Una decina di manifestanti si sono distesi in terra in pieno boulevard du Palais, davanti al palazzo di giustizia parigino.
Una trentina di agenti in tenuta antisommossa hanno circondato circa duecento manifestanti che protestavano per la concessione dell' estradizione cantando vecchi motivi partigiani e della resistenza e l' Internazionale con l' accompagnamento alla fisarmonica dell' ex leader di Autonomia Operaia Oreste Scalzone.
Alcuni momenti di tensione si sono avuti tra i sostenitori di Battisti, i numerosi giornalisti e cameramen presenti: e' volato qualche spintone, un po' di insulti e poi la polizia, tra i fischi, ha sgomberato il boulevard che per oltre mezz' ora e' rimasto chiuso al traffico dai blindati accorsi sul posto.
Santità, che ne pensa della libertà di ricerca scientifica ?

Un post di Mixumb delle
14:42 politica
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commenti (2)
Io lo so che voi non ci vorreste credere ...
Eppure, dopo che l'ONU ha rifutato di vedere il problema sudanese fino a quando i media di tutto il mondo hanno iniziato ad occuparsene ... dopo che l'unica cosa che sono stati in grado di fare dalle parti delle nazioni unite è stato orgogliosamente riconfermare a braccia aperte (col voto contrario degli USA) il Sudan nell'accogliente e democratica assise della commissione diritti umani onusiana ... dopo che certi campioni hanno criticato gli Stati Uniti di tutti i problemi dell'universo mondo perchè sempre unilateralisti ... ecco, adesso naturalmente il problema Sudan è di responsabilità degli USA, che ovviamente sbagliano perchè non agiscono, unilateralmente, con metodi da "pulizia umanitaria" (c'è scritto proprio così). Perfetto. Adesso è tutto chiaro.
Frase finale, chiosa degna di personaggi per i quali nemmeno all'accademia della crusca hanno ancora coniato aggettivi sufficientemente adeguati: "E quelli con una vescica di bile al posto del cervello diranno che è tutta colpa dell’Onu". Non ve lo metto, il link: non avrete difficoltà a trovarlo, se vi interessa.
Mi sono ripromesso di cercare di non usare più epiteti. Fate come se avessi scritto e indirizzato al personaggio in questione tutti quelli che conoscete. Ho paura che se guardo negli archivi di certa gente ci scopro la spiegazione per cui l'estinzione dei dinosauri, la peste bubbonica di manzoniana memoria e la caduta dei capelli di Pippobbaudo siano inequivocabilmente, drammaticamente riconducibili a evidenti responsabilità della attuale amministrazione americana. Vedere come si riduce certa gente pur di sfogare la propria rabbia antiamericana è davvero, davvero uno spettacolo ributtante circa l'umana natura.
martedì, 29 giugno 2004
I wasn't talking to you

lunedì, 28 giugno 2004
La storia va avanti, e c'è chi non lo accetta
Oggi gli "imperialisti americani" lasciano il potere in Iraq al nuovo governo locale. Dopo più di 30 anni la popolazione di quel disgraziato paese sarà governata da loro conterranei non autoritari, rappresentativi di ognuno di loro, che porteranno quella terra alle elezioni di inizio 2005. A chi non ha sviluppato (e si cura con amore da qualche decennio) enormi fette di prosciutto sugli occhi non può sfuggire come tutto ciò sia storico. La natura umana di alcuni, invece, è tale per cui pur di perdersi l'ennesimo passaggio della storia, riescono a dare un penoso spettacolo di essi e della loro percezione della realtà. Non hanno timore nè vergogna a bollare come errori e fallimenti il fatto di aver liberato 50 milioni di persona dlle loro dittature: e lo si dice in nome della sinistra solidale. Se alcuni di questi figuri riescono a parlare di Saddam e del suo spietato regime solo con riferimento a quando gli USA ci intrattenevano ancora relazioni diplomatiche, in piena guerra fredda e con l'obiettivo di opporsi all'Iran di Khomeini, altri dipingono l'Iraq del rais come una specie di pacifico paradiso pieno di uccellini che cantavano, dimenticando senza un minimo di vergogna i milioni di morti, le fosse comuni, gli interi villaggi gasati e persino le violazioni al diritto internazionale - loro nuova icona da strumentalizzare e ribaltare. Altri campioni della menzogna descrivono come corrotto e fantoccio il governo che oggi prende potere in Iraq, accusandone il capo di aver avuto contatti con la CIA: sono gli stessi campioni che rispondevano, quando richiesti di un'alternativa alla rimozione con la forza del dittatore, che bisognava usare l'intelligence, e appoggiare i movimenti interni contrari a Saddam. Altri ancora, avendo deciso di contraddistinguere la loro esistenza con l'antiamericanismo di quando ancora gli tirava l'uccello, non esitano ad accusare l'amministrazione Bush di qualsiasi nefandezza si possa immaginare sulla faccia della terra: e se Bush dice di riferirsi a Reagan, ecco che quelli, che quando sentono parlare di Reagan ricordano la sonora lezione che egli diede ai loro idoli di oltre cortina, violentano la verità fanfaronando di ciclo economico reaganiano perdente, quando tutti gli indicatori macrieconomici indicano come miracolosa l'era delle reaganomics (rimettete il pannolone a Scalfari, e che qualcuno che gli vuole bene gli eviti i colpi di sole). Ieri come oggi, questi buffoni dimostrano come siano professionisti nell'arte del rovesciare la verità, del prendersela con la più grande democrazia del mondo, che invidiano e insultano, continuando imperterriti a prendere batoste dalla storia senza volerlo ammettere. Il più particolare di questi ha avuto qualche giorno fa la brillante idea di comparare i dati economici di oggi con quelli dell'era Clinton, per ottenere il risultato (tutto suo, solo suo) che questa amministrazione è stata catastrofica. Secondo voi ha minimanente accennato al fatto che nel mezzo c'è stato il più grande schock che l'economia abbia mai sofferto dal 1929 ad oggi ? Macchè, niente, acqua fresca. Gli USA di Bush crescono a ritmi vertiginosi, nonostante l'11 settembre. Si recuperano posti di lavoro, nascono nuove industrie, l'economia tira e l'America non ha mai perso il suo ruolo di locomotiva dell'economia mondiale. Eppure per certa gente l'attentato alle torri gemelle equivale allo starnuto di un lama, e nell'analisi dei dati economici non va minimamente preso in considerazione. E' lo stesso codardo che se la prende con Nessuno Tocchi Caino perchè non mette sullo stesso piano le 65 condanne a morte eseguite in America nel 2003 (65 di troppo, secondo il sottoscritto che adora gli USA: 65 di troppo) con le 5000 e passa eseguite in Cina, o che passa volentieri sopra scenari di umiliazioni e torture e campi di concentramento e genocidio esistenti nel mondo per concentrare la sua erezione su Guantanamo e Abu Ghraib, senza proferire parola indignata su altro. In Corea ci sono campi di detenzione che portano i nomi di quelli nazisti, un Birkenau di qua, un Auschwiz di là: ma è più logico impegnarsi contro quattro stronzetti con la divisa americana che quando scoperti vengono fermati, processati, puniti e radiati. va più di moda, una moda che continua da decenni, portata dall'invidia e dalla malafede, ma soprattutto dalla coscienza di essere vuoti e sporchi, oltre che rossi, dentro.
Oggi è un giorno storico. Saddam è in carcere, in Iraq, e verrà giudicato dai sopravvissuti ai suoi 30 anni e passa di regime sanguinario. L'Iraq si sta rialzando, e imparerà (anche dalla NATO) sempre con maggiore costanza come difendersi dai nostalgici del tiranno. Noi, qui in Europa, i nostalgici di questo come di altri regimi sanguinari e dittatoriali ce li dobbiamo sorbire quotidianamente, dall'alto dello scranno di antropologicamente superiori in cui si sono appollaiati nel tentativo di sfuggire alla realtà, alla storia, alla vita che passa e va, e li vede rimanere drammaticamente, ancora una volta, al palo. Verrà il giorno, e non è lontano, in cui altre popolazioni, come oggi capita agli europei dell'est, sapranno ringraziare e apprezzare chi li ha liberati da una dittatura. Quel giorno i comunisti antiamericani di ieri e di oggi borbotteranno qualche altra stupidaggine, consci di aver preferito l'odio al rispetto, l'inazione all'impegno, il tartufismo alla solidarietà. E se dovesse essere rimasta loro una briciola di dignità, cosa di cui dubito fortemente, ci si impiccheranno, con quella scolorita, malconcia e stuprata bandiera della pace.
sabato, 26 giugno 2004
A proposito di "fare fessi"
Questo dossier intende dar conto di quanto accaduto sul fronte radiotelevisivo durante la campagna per le elezioni europee del giugno 2004 e delle iniziative relative intraprese dai radicali.
E’ importante sottolineare come questa attività sia stata iniziata da Radicali Italiani, e in particolare da una squadra di persone (Marco Beltrandi, Daniele Capezzone, Giuseppe Rossodivita, e altri qualificatissimi compagni), ben prima dell’inizio della campagna elettorale, campagna durante la quale, con il “Comitato di coordinamento delle iniziative elettorali e referendarie dell’area radicale e liberal-radicale”, di cui è Coordinatore Marco Cappato e membro Marco Beltrandi, si è cercato di raccogliere i frutti di quanto seminato nei mesi precedenti, con alterna fortuna.
Qui sotto le conclusioni
In questo dossier si è dato conto, a partire dai numeri delle presenza radiotelevisive forniti dal Centro d’Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva, di quale campagna elettorale si sia svolta sulle principali emittenti televisive nazionali, e quindi di quali informazioni abbiano potuto disporre i cittadini elettori i giorni 12 e 13 giugno 2004 al momento delle loro scelte di voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, con un costante riferimento alle lettera delle leggi vigenti, per verificare la legalità della competizione elettorale.
Si è anche dato conto delle assai significative iniziative politiche e legali ( e dei loro esiti) assunte dalla Lista Bonino per cercare di limitare il più possibile il compiersi delle violazioni delle norme, cercando di assicurare, per il tramite della difesa dei diritti del soggetto politico radicale, la difesa del diritto di ogni cittadino a “conoscere per deliberare”. Le conclusione che ci si sente di trarre dopo la lettura di queste pagine è che ancora una volta in Italia si è svolta una campagna elettorale in assenza di una adeguata informazione televisiva, sia per quanta riguarda gli aspetti quantitativi che gli aspetti qualitativi, e in presenza di numerose violazioni di legge, con conseguenze evidenti – ed inevitabili – sul risultato elettorale.
La breve ricognizione contenuta al capitolo 1 sulla normativa esistente, e quella contenuta al capitolo 2 sui regolamenti attuativi delle leggi in materia di campagna elettorale radiotelevisiva, hanno dimostrato senza ombra di dubbio come l’informazione sulle televisioni dovesse obbligatoriamente :
- garantire la parità di trattamento e l’imparzialità rispetto a tutti i soggetti politici;
- conformarsi con particolare rigore ai criteri di tutela del pluralismo, dell’imparzialità, dell’indipendenza, della obiettività e della apertura alle diverse forze politiche;
- evitare che si determino situazioni di vantaggio per determinate forze politiche;
- garantire la presenza equilibrata dei soggetti politici partecipanti alle elezioni;
- assicurare sempre e comunque un equilibrato contraddittorio.
A fronte di queste chiare regole, i capitoli 3, 4, 5 e 6 hanno documentato invece come l’informazione televisiva si sia svolta in forme ben diverse da quanto prescritto, determinando condizioni di indubbio svantaggio per la Lista Bonino, e in generale, per i soggetti politici esterni alle due maggiori coalizioni o presenti alle elezioni per la prima volta. Fra questi ultimi addirittura, esistono diversi soggetti politici presenti al voto che non sono mai stati oggetto di informazione televisiva, sia nei tg, sia negli approfondimenti. Si è anche documentato come questi squilibri si siano anche accentuati nella ultima settimana di campagna elettorale con la sostanziale cancellazione della Lista Bonino, e con una particolare focalizzazione sui maggiori partiti all’interno delle due grandi coalizioni politiche particolarmente nelle più seguite trasmissioni di approfondimento del servizio pubblico radiotelevisivo Rai, in singolare coincidenza con gli appelli dei leader delle due principali coalizioni agli elettori a non disperdere il voto tra le forze considerate “minori” (si veda il paragrafo 5.1). In questo ambito, il capitolo 6 evidenzia come nell’intera campagna elettorale si sia registrata una costante forte esposizione mediatica anche di alcuni partiti che si riferiscono alla coalizione di centro-sinistra italiana, accumunati dall’esprimere una chiara ed intransigente opzione a favore del ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq, evidenziando come esista una correlazione tra questa esposizione televisiva e i differenti risultati elettorali. Il capitolo 3 ha inoltre dato conto di come la campagna elettorale televisiva sia stata in larghissima misura concentrata sulla crisi irachena, a scapito delle questioni relative all’Unione Europea, all’economia, e di tante altre questioni che sono oggetto di dibattito in tutto il mondo, come le questioni della bioetica e della libertà di ricerca scientifica, che toccano la vita e la salute di milioni di individui. Quando i radicali lo hanno denunciato e documentato non hanno ottenuto risposta, mentre dopo le elezioni sono stati diversi gli esponenti politici che hanno lamentato soprattutto l’esclusione di molte tematiche concernenti l’Unione Europea. Inoltre, si è anche visto come sia stata negata l’informazione sulla raccolta firme promossa dai radicali relativa al referendum abrogativo della legge sulla procreazione medicalmente assistita, nonostante le molteplici iniziative assunte e nonostante la Lista Bonino ne avesse fatto oggetto di campagna elettorale. Si conferma quindi, a questo proposito, una situazione che di fatto si è creata in Italia, a dispetto di ogni legge, per cui l’agenda politica del paese è determinata con il più assoluto arbitrio da alcuni conduttori di poche e seguitissime trasmissioni televisive di approfondimento politico/informativo, praticamente sempre conformi nelle loro scelte ai desiderata delle maggiori coalizioni politiche, con l’esclusione di ogni tema che possa risultare trasversale ad esse. In Italia cioè sembra sussistere una condizione per cui le maggiori forze politiche possono liberamente determinare quali debbano essere per tutti i temi di una campagna elettorale, e, soprattutto, di quali nessuno possa parlare agli italiani. Il capitolo 7 ha invece dimostrato come, a dispetto di un regolamento elettorale assai più rispettoso delle leggi vigenti in confronto alle passate tornate elettorali, anche in questa occasione si sia confermata la tendenza ormai trentennale di marginalizzazione degli spazi della “comunicazione politica” (tribune e conferenze stampa), quelli cioè massimamente regolamentati, a favore delle trasmissioni di “informazione” che più facilmente possono essere manovrate dai maggiori partiti e dai loro referenti giornalistici. Lo si è fatto con ritardi inaccettabili nella programmazione e messa in onda di questi spazi, con collocazioni in palinsesto ad orari improbabili.
Persino la “conferenza stampa” finale, spazio di comunicazione politica praticamente conquistato con l’iniziativa politica dei radicali, è stata sminuita dall’insistenza con cui la Rai ha preteso ed ottenuto dalla Vigilanza una collocazione in palinsesto tale da consentire la contemporanea messa in onda sulla rete ammiraglia del servizio pubblico radiotelevisivo della più importante e seguita trasmissione di approfondimento politico/informativo, con conseguente documentata diminuzione dell’ascolto, salvo ovviamente per le conferenze stampa dedicate ai due maggiori partiti, andate in onda senza fastidiose concorrenze di altri programmi (si veda il paragrafo 7.1). La vicenda narrata nel paragrafo 7.2 conferma come nulla la Lista Bonino avrebbe potuto ottenere in termini di presenza televisiva se non fosse intervenuta con decisione ( e per una volta con la collaborazione delle istituzioni preposte) a proposito delle tribune televisive per le elezioni amministrative del giugno 2004. In ultimo, ma non per ultimo, le iniziative messe in campo dai radicali a partire da molte settimane precedenti l’inizio della campagna elettorale, qui sinteticamente descritte, hanno contribuito alla approvazione del più legale dei regolamenti elettorali da quando è in vigore la legge sulla “par condicio”. Se questo regolamento non è riuscito ad evitare – se non in piccola parte – quanto sopra descritto, ciò è stato dovuto anche all’inefficacia degli interventi della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi e dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni che questi regolamenti hanno approvato; la prima soprattutto per non essere intervenuta, pur sollecitata a farlo, a svolgere il proprio ruolo di vigilanza e di indirizzo verso la Rai, la seconda per le sue pronunce che appaiono sovente oscillanti e ispirate alla necessità di non scontentare le emittenti e la politica italiana, nelle loro componenti più forti.
Caro Montanelli ...
Trent'anni fa nacque Il Giornale. A me manca Indro Montanelli. Credo di non essere l'unico.
Mio padre leggeva Il Giornale. Era un montanelliano di ferro, e io imparai da lui a leggerlo. A 15 anni, quando cambiai scuola e andai in uno degli istituti più di sinistra di tutta Roma (non avevano l'obbligo di portare giustificazioni scritte alle loro assenze, e il secondo giorno che ero lì bruciarono la presidenza ...), venivo da una scuola dove di politica ne avevo assaggiata poca: non che non ce ne fosse, ma io non mi appassionavo al mainstream di sinistra. Nel nuovo istituto, invece, tutto era diverso. Era ancora settembre, e un giorno mi vidi arrivare quei miei compagni, orgogliosi di apostrofarsi così, tutti con le sciarpe. Andò così. Mi avevano accolto benissimo, e ancora oggi sono in contatto con alcuni di loro, sparsi un po' per il mondo facendo cose che allora nessuno si sarebbe aspettato. Ma quel giorno di settembre, dopo mezz'ora, tutti decisero che si faceva sciopero. Io ricordavo quanto mi diceva mio padre: fa sciopero chi lavora, non chi studia ... comunque, decidi tu. Rischiando di rimanere in classe da solo, c'era poco da decidere. La stessa prof. di filosofia, la mitica Giamba, mi sorrise dicendomi che non avremmo potuto fare lezione in due, sapendo che il primo a non volerlo fare ero io, che non avevo voglia di contrappormi ai miei compagni e avevo già individuato altro di più divertente da fare. Insomma, dopo mezz'ora lasciammo la classe. Io venivo da 3 anni in un'altra scuola, dove accadeva più o meno questo (almeno, per me e per altri come me): nel vialone che ci portava alla scuola (che era stata prima un carcere e poi un ospedale) si cominciava ad annusare l'aria ... di qualcosa di diverso. Incrociavi qualcuno che tornava indietro, allontanadosi dal luogo dove ti aspettava un'interrogazione, un compito in classe, 5 ore di noia o tutt'al più qualche prurito per la compagna di classe che non ti si filava nemmeno di striscio. Arrivato davanti alla scuola, qualcuno ti metteva al corrente che in un minuscolo isolotto dell'arcipelago del chissadovestan c'era qualcuno in difficoltà : SCIOPERO !! Nel breve giro di dieci minuti, succedeva che: a) nei primi quindici secondi tutti ci dichiaravamo inorriditi, e solidarizzavamo con fare contrito. b) all'unanimità, propendevamo per una scelta ragionata che desse un chiaro segnale di protesta. c) mentre ci toglievamo la maschera ... appariva come per magia il procky col pallone nella busta (alcuni di noi ritenevano che la busta col pallone fosse una estensione del braccio sinistro del Procky. C'era chi si spingeva a giurare che anche suo padre ne fosse dotato, una sorte di tara ereditaria della quale noi approfittavamo felici). d) ci si incamminava festosi verso Villa Pamphily, stando attenti a fare una strada diversa da quella sulla quale un giorno ci blindò la Strazza, la mostruosa prof. di Chimica, che capendo cosa stessimo facendo e dove stessimo andando (sega a scuola e partitona al parco) ci lanciò uno sguardo di un fulminante che manco gli alieni di Taken. Ecco, a parte il fatto che ripensandoci ora non mi capacito di come si riuscisse a giocare a pallone per 3 o 4 ore di seguito, tanto da far ritorno a casa al solito orario, sudati come cammelli, facendo finta di aver fatto tutte e 5 le ore e di aver perso l'autobus (da cui il motivo del fatto che sembravamo reduci dalle dodici fatiche di Ercole): a parte questo, potete immaginare la mia faccia quando, al primo giorno di sega nella nuova scuola, vidi il mio nuovo amico Sergio con la sciarpa al collo. A Settembre. Gli faccio: "Ma che stai male ? Fa caldo, perchè la sciarpa ?" E lui, tranquillo: "E' la sciarpa da manifestazzzione, no ?" Io lo guardo incuriosito, mi giro verso Adriano al banco dietro e dico: "Ahò, ma questo va alla manifestazione ?" E lui, tirando fuori la sua sciarpa: "Ma perchè, tu non ci vieni ?". Ma vi prego di crederci, il tutto con la più grande serenità. Stiamo parlando di bravi ragazzi, il Michele diceva che andava e teneva su il casco per non farsi filmare dai cellerini, ma non ci ho mai creduto ... ero capitato, per mia fortuna, in una classe di giovani comunisti (quasi tutti) che non appartenevano, nessuno di loro, alle frange cattive o comunque violente. Erano tutti molto più politicizzati di me (in quell'occasione andai dove sapevo di trovare i miei vecchi compagni, e fu la più bella partita a pallone a Villa Pamphily di tutta la mia vita), che tutt'al più leggevo Il Giornale. Ecco, quando a volte mio padre mi veniva a prendere in macchina, accompagnavamo due o tre di questi miei nuovi amici. E dopo qualche volta, avendo visto che mio padre leggeva Il Giornale, senza la minima cattiveria cominciò a circolare la voce che il mio papà fosse fascista. Usavano questo termine, i miei compagni, senza alcuna acrimonia: sapevano che io ero innocuo, e pure mio padre ... non ci vedevano come nemici, anche perchè come ho detto si trattava di ragazzi che non avrebbero fatto del male ad una mosca, però c'era questa equazione lettore de Il Giornale = fascista che era pressochè unanime in quei ragazzi di 15 anni cresciuti a pane e Paese Sera, col mito di Che Guevara e abituati a chiamare fascisti tutti quelli che non la pensavano come loro. Un'equazione che oggi ritrovo in gente che dovrebbe essere più adulta, stando alla carta d'identità, ma che in realtà sembra essersi risvegliata - dopo anni di sonno - come se venti anni non fossero passati affatto.
Insomma, se penso a Il Giornale di Montanelli penso a questo, in prima battuta. Poi penso alle corrispondenze di Severgnini e Pasolini Zanelli, penso alla mia ammirazione per Margaret Thatcher, penso al fatto che smisi di comprarlo quando Montanelli fondò La Voce. Mi manchi Indro, quanto mi manchi ...
Qui invece copio & incollo la testimonianza di Mario Cervi, che fu insieme a Montanelli sin dall'inizio de Il Giornale. Auguri !
Quei ribelli borghesi del Giornale - di Mario Cervi
Non vorrei aver l’aria di indulgere a un reducismo di maniera ricordando che trent’anni or sono il 25 giugno 1974, nacque il Giornale. Non di reducismo si tratta perché le nostalgie si addicono a ció che è ormai passato agli archivi della cronaca e della storia. Per fortuna nostra - e, ne sono sicuro, anche per fortuna del Paese nelle sue varianti ideologiche e nelle sue sfaccettature politiche - il Giornale è vivo e vegeto. Questo non è dunque un amarcord patetico, ma la memoria di ció che il Giornale rappresentó quando venne al mondo, e di ció che vuole ancora rappresentare nel panorama dell’informazione italiana. Esso fu, in quegli anni Settanta segnati da derive estremistiche e da azioni terroristiche, una rivolta contro la rassegnazione. Diede una voce - lo si è scritto molte volte, ma giova ripeterlo - alla maggioranza senza voce, silenziosa come usó dire, degli italiani rispettosi delle leggi, delle tradizioni, dei valori patriottici. Italiani contro i quali minoranze vocianti inveivano definendoli reazionari, o piú spicciativamente fascisti o fascistoidi. Il che insultava la realtá e la veritá, ma trovava ascolto in molti circoli intellettuali, in molti salotti, in innumerevoli assemblee studentesche. Il portabandiera di quella rivolta fu Indro Montanelli, improvvisatosi direttore quando gli altri vanno in pensione: Montanelli cui nessuno potrá mai negare o togliere il merito di essersi buttato in una battaglia che sembrava perduta in partenza. Su quell’intrepido Montanelli si riversarono gli insulti e i sarcasmi di progressisti che non avevano capito nulla: né quale fosse il corso degli avvenimenti - in Italia e fuori d’Italia - né quali fossero gli imminenti verdetti della storia. Tanti che militavano allora nel campo della sinistra, e che per fortuna loro sono ancora attivi ed elargitori di sentenze e consigli, diventarono in seguito laudatori del grande Indro solo perché aveva litigato con Silvio Berlusconi. Avrebbero dimostrato maggior coerenza e onestá se quelle lodi le avessero prodigate allora, o se si fossero astenuti dal prodigarle in ritardo, con fin troppa evidente ipocrisia. Il Giornale fu una ribellione al conformismo, fu un no all’ossequio verso poteri forti - o creduti forti - che presumevano di poter ipotecare il presente e l’avvenire, e in qualche modo ipotecavano solo il loro fallimento. Infatti - a proposito di poteri forti - questo quotidiano che difendeva i principi liberali, il mercato, i valori cosiddetti borghesi, non ebbe da chi il mercato lo dominava se non avari e nascosti appoggi, quando li ebbe. Non per niente Montanelli usava dire, sarcasticamente, che per difendere con convinzione i capitalisti bisogna frequentarli poco. Tra coloro che erano in grado di sostenere un’impresa cosí rischiosa e cosí affascinante vi fu un giovane imprenditore di spicco, Silvio Berlusconi - con lui voglio citare anche Achille Boroli - che non temette la «contaminazione» montanelliana, e che si espose, con denaro proprio e alla luce del sole, per evitare che un’avventura bellissima ma economicamente difficile fosse condannata a una lenta asfissia e alla morte per mancanza di ossigeno. È possibile - e lecitissimo, intendiamoci - avere sul personaggio Berlusconi opinioni critiche. Ma almeno gli si riconosca il coraggio che dimostró prendendo le redini gestionali del solo quotidiano che si opponesse alla moda e ai modi imperversanti. Un coraggio che, anche a distanza di anni, suscita ammirazione. Il Giornale - non è un autoelogio ma una consapevole rivendicazione - ha avuto ragione. Le tesi liberali che ha sostenuto - e che sostiene - sono risultate trionfanti nel nostro Paese e in tutti i Paesi che contano a livello di civiltá, di cultura, di democrazia. I fautori delle magnifiche sorti comuniste - o di ció che somigliava loro - dovrebbero avere il capo coperto di cenere, e invece li vediamo pontificare nei talk-show e in saggi impegnati. Stranezze della sorte. E tuttavia non ci ispira neppure il piú piccolo dubbio sulla giustezza di ció che abbiamo fatto. Non voglio indugiare - perché mi addolora - sul contrasto che deflagró tra Berlusconi e Montanelli quando Berlusconi entró direttamente in politica. Quella pagina amara è ormai alle nostre spalle. Ma dopo d’allora il Giornale ha condotto altre battaglie sotto la guida di direttori che, pur molto diversi per estrazione e formazione, non hanno mai dimenticato come e perché questo foglio controcorrente fosse stato ideato. Vittorio Feltri, io stesso per qualche tempo, Maurizio Belpietro siamo stati volta volta gli interpreti di un’idea e di un ideale. Belpietro lo è tuttora. A questo quotidiano possono essere addebitati, come a tutti gli altri, difetti anche gravi. Ma una cosa è certa: la sua mancanza sarebbe un colpo gravissimo - sono tentato di definirlo fatale - per quel pluralismo, quella dialettica, quella vitalitá della carta stampata che è l’orgoglio e il privilegio dei Paesi liberi. Trent’anni sono molti o sono pochi secondo i punti di vista. Un giornale che nacque il 25 giugno del 1974 puó essere considerato adulto e anche - mi si scusi il termine, penso sia chiaro perché lo uso - ormai immortale, inserito nel quadro della stampa italiana con un suo ruolo preciso e insostituibile. E un quotidiano necessario a chi vuol sapere - magari arrabbiandosi -‘ a chi ama la polemica. Necessario - con le sue firme eccellenti e con la sua bravissima redazione - alla vitalitá dell’informazione italiana.
venerdì, 25 giugno 2004
Google bombing ?
Grazie a Liberopensiero
Cercate su google la frase
anti-war peace protesters
e premete invio ...
Mi sembra che l'algoritmo di google sia avanti alla gran parte dei pacifinti in servizio permanente.
Update: sicuramente più avanti di me, che ho dimenticato di dire (grazie a MS che me lo ricorda) che bisogna cliccare su "Mi sento fortunato".
Un post di Mixumb delle
14:40 politica
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commenti (2)
Dev'essere dentro l'armadio, nascosto sotto qualche chilata di scheletri
Gino, Fausto, Oliviero, Gianni, Armando ... è ora di ritirare fuori lo striscione "Fuori l'Italia dalla NATO". (PS: all'ANSA dev'esserci il casual friday della lingua taliana)
LA NATO ACCOGLIE RISCHIESTA ASSISTENZA DI BAGHDAD
BRUXELLES - Il Consiglio atlantico ha accolto la richiesta del governo iracheno di ricevere assistenza tecnica da parte della Nato fra l'altro nell'addestramento dell'esercito. Lo riferiscono fonti informate del quartier generale dell'Alleanza.
La riunione, del tutto inattesa, del Consiglio atlantico della Nato aveva come punto piu' importante la discussione - a livello di ambasciatori rappresentanti permanenti delle 26 nazioni Nato - della richiesta irachena di assistenza tecnica, compreso l'addestramento delle forze di sicurezza del Paese.
Una prima riunione straordinaria del Consiglio atlantico, che di norma si riunisce il mercoledi', era stata indetta gia' ieri pomeriggio. Scopo della seduta - aveva rivelato lo stesso segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer - era quello di ''preparare il terreno'' per i capi di Stato e di governo dei Paesi dell'Alleanza che si riuniscono lunedi' e martedi' ad Istanbul per il Vertice della Nato. De Hoop Scheffer, in una conferenza stampa, si era mostrato ottimista dicendo di sperare che la Nato accolga la richiesta di assistenza tecnica da parte del governo ad interim iracheno, che sollecita fra l'altro l'impiego di istruttori Nato per formare l'esercito e la polizia del nuovo Stato. Una richiesta che il governo italiano vorrebbe fosse accolta, ma che deve superare le riserve soprattutto della Francia.
Gay Pride Week: Gay New Yorkers Find It Easier To Adopt Than Ever
An increasing number of gay men and women are adopting children, and here in the city, it's easier now than ever before. Cheryl Wills has the story, as NY1's coverage of Gay Pride Week continues.
This past Father's Day was a special one for Brad Hurtado. He and his partner, Sean, celebrated the day with their three and a half year old daughter Grace.
Neither man is Grace's biological parent; they legally adopted her shortly after she was born in Texas. They were even present when Grace came into the world.
“We were lucky enough to be in the delivery room when Grace was born. I was able to cut the umbilical cord and we took her home the next day,” says Hurtado. “It's a really unusual opportunity for gay parents to have that whole experience."
Unusual, but not uncommon. New York - like most states - does not specifically prohibit gays and lesbians from adopting children, and it's estimated that between six and 14 million American children live with at least one gay parent.
A generation ago, it wasn't so easy for gays to adopt.
“Now there are so many agencies that really are willing to work with you that I think it's just about finding the right agency," says Hurtado.
For gays and lesbians, it's a dream come true. Agencies and courts in most states now apply a "best interest of the child" standard to decide these cases.
Some vehemently disagree with gays and lesbians adopting children, and two states - Florida and Mississippi - explicitly prohibit adoption by homosexuals, although research shows the children of lesbian and gay parents grow up just like the children of heterosexual parents.
Some states allow only single men or women to adopt, while in New York gay couples can adopt a child together.
But gay parents like Hurtado admit that life may not always be easy for children like Grace.
“I think any child that is raised by a gay couple will be teased, will feel out of place, will feel like they're being picked on for the reasons that their parents are gay. I think that's a given,” he says. “But there are plenty of kids out there in every school in the world who get picked on because their dad is out of work or their parents are interracial."
But Hurtado says he's not worried about that, because he and his partner plan to shower Grace with love and raise her the way any loving parents would.
New York “battezza” la “Order Sons of Italy Way”
24 giugno 2004. Alla cerimonia erano presenti più di 500 ospiti, oltre al Presidente Nazionale dell'OSIA, Joseph Sciame. Il sindaco Bloomberg ha ufficialmente decretato il 19 giugno "Order Sons of Italy in America Day"
Una strada per celebrare un secolo di vita dell'OSIA. E' ciò che ha fatto la Città di New York, che ha deciso di omaggiare la più grande e storica associazione italo-americana dedicandole una strada nel quartiere di Little Italy, proprio là dove, il 22 giugno 1905, si ritrovarono i fondatori di quella che è poi diventato l'Order Sons of Italy in America.
All'incrocio Order Sons of Italy Way/Grand Street si sono così date appuntamento più di 500 persone, oltre al Presidente Nazionale dell'OSIA, Joseph Sciame, e al Presidente per lo Stato di New York, Joseph J. Di Trapani. "Dal momento che ci stiamo sempre più avvicinando al centenario della nostra associazione – ha dichiarato in tale occasione Di Trapani – è per noi un onore ospitare questo straordinario evento, e proprio nel luogo in cui tutto ebbe inizio. Ora abbiamo un'eredità permanente, che possiamo condividere con tutta la città di New York e i suoi abitanti".
A permettere in tempi brevi questo "ribattezzamento" della via, il Consigliere dello Stato di New York, Allen Gershon, e il New York City Council's Italian American Caucus; ma a presenziare alla cerimonia sono stati anche personaggi di primo piano quali George Pataki, Governatore dello Stato di New York – tra l'altro, di origini italiane – e il Sindaco della Città, Michael Bloomberg, che ha ufficialmente decretato il 19 giugno (giornata in cui è stata inaugurata la strada) "Order Sons of Italy in America Day".
"I sacrifici che i nostri genitori e i nostri nonni hanno fatto per offrirci maggiori opportunità – ha affermato l'attore Tony Lo Bianco, tra gli invitati alla cerimonia – sono un esempio della purezza dell'amore che tiene unite le nostre famiglie in questo giorno e negli anni a venire. L'OSIA è stata una parte di quell'eredità in questo secolo di storia".
Nell'esprimere il suo apprezzamento ai presenti per "questo grande inizio" delle celebrazioni dell'anniversario, il Presidente Sciame ha acceso una simbolica Fiamma della Libertà in omaggio ai membri OSIA, ma anche ai loro genitori e nonni che hanno vissuto sulle spalle l'esperienza migratoria. "In questa maniera – ha affermato – dichiaro aperto l'anno delle celebrazioni dell'OSIA, per tutti i suoi membri, le sue Logge e le sue Grandi Logge. Incoraggio quindi ciascuno di voi a organizzare e coordinare gli eventi più adatti a riflettere sulla gloriosa storia della nostra associazione".
Oggi l'OSIA può contare su oltre 600mila membri e sostenitori, e su una rete di oltre 700 sedi sparse da costa a costa. L'associazione lavora su vari livelli – comunitario, nazionale e internazionale – per promuovere l'eredità culturale italo-americana: si stima infatti che siano circa 26 milioni le persone di origini italiane, ponendo la comunità al quinto posto tra i più grandi gruppi etnici degli Stati Uniti.
mercoledì, 23 giugno 2004
Quanto è vero ... quanto è vero
Due Italie
Quando Berlusconi dice che ci sono due Italie, "una di persone perbene come noi e una di persone come loro", molti protestano, indignati.
Mica perché non siano d'accordo: è che pensano la stessa cosa, rovesciata.
Luca Sofri
La sinistra americana e Michael Moore
Christopher Hitchens fa le pulci alle incongruenze del nuovo "capolavoro" del nuovo guru della sinistra pacifista (meglio, del sinistro pacifismo). Arriverà anche per lui il momento in cui diremo "sic transit gloria mundi", come avvenuto per Lula e per gli altri campioni di sinistrismo antiamericano col faccione della ruota della fortuna dell'odio contro gli Stati Uniti oggi caduti in disgrazia presso chi auspica per tutto il mondo la pace di Saddam. Sempre utile riportare le parole del maestro George Orwell, a proposito del pacifismo militante con gli occhiali appannati dal livore. Sono del 1945, e tuttavia attualissime.
The majority of pacifists either belong to obscure religious sects or are simply humanitarians who object to taking life and prefer not to follow their thoughts beyond that point. But there is a minority of intellectual pacifists, whose real though unacknowledged motive appears to be hatred of western democracy and admiration for totalitarianism. Pacifist propaganda usually boils down to saying that one side is as bad as the other, but if one looks closely at the writing of the younger intellectual pacifists, one finds that they do not by any means express impartial disapproval but are directed almost entirely against Britain and the United States.
lunedì, 21 giugno 2004
La pena di morte nel mondo

Si svolgerà mercoledì 23 giugno 2004 a Roma la presentazione del Rapporto 2004 di Nessuno tocchi Caino, curato anche quest’anno da Elisabetta Zamparutti ed edito da Marsilio.
Il Rapporto è dedicato al Presidente dello Zambia, Levy Mwanawasa, che è anche autore della Prefazione. Cristiano battista di forti sentimenti abolizionisti, da quando è stato eletto nel 2001 Presidente dello Zambia, Mwanawasa ha dato un impulso notevole al processo di democratizzazione del paese e si è sempre rifiutato di firmare i decreti di esecuzione delle condanne a morte.
Parteciperanno: Marco Pannella, Presidente di Nessuno tocchi Caino; Sergio d’Elia, Segretario di NtC; Elisabetta Zamparutti, curatrice del Rapporto 2004 di NtC; Kalombo Mwansa, Ministro degli Affari Esteri dello Zambia; Alfredo Mantica, Sottosegretario agli Affari Esteri; Kok Ksor, Presidente della Montagnard Foundation (Vietnam); Cesare Salvi, Vice Presidente del Senato; Enrico Pianetta, Presidente Commissione diritti umani del Senato. Saranno inoltre presenti Parlamentari italiani e Ambasciatori di vari paesi.
La conferenza di presentazione del Rapporto sarà anche occasione di un rilancio, a partire dall’Africa, della campagna internazionale volta a ottenere un pronunciamento dell’Assemblea Generale dell’ONU per una moratoria universale delle esecuzioni capitali.
L’appuntamento è per mercoledì 23 giugno 2004 - h. 10.45 in Via di Torre Argentina 76, Roma.
Qui si può firmare l'appello all'ONU per la moratoria delle esecuzioni capitali
domenica, 20 giugno 2004
Colpi di testa
E se ti sputa una con ... la rabbia (e l'orgoglio) ?
Roma, 19 giu. - (Adnkronos) - Caro Totti, non si preoccupi e non chieda scusa a nessuno. Poulsen la stava tormentando da tre ore e si meritava ''un cazzotto nei denti e una ginocchiata non le dico dove''. Firmato Oriana Fallaci, che con un breve corsivo su 'La Gazzetta dello Sport' di oggi, dal titolo 'Lo sdegno e il cazzotto', prende posizione sulla vicenda che ha coinvolto il numero dieci della Roma e della Nazionale. ''Caro Totti, capisco -afferma la scrittrice- le necessita' professionali, ma io non avrei chiesto scusa a nessuno. Erano tre ore che quel danese la prendeva a gomitate, pedate, stincate. Pur non essendo una tifosa di calcio, guardavo ed ho visto tutto. Con sdegno. Unico dissenso: io avrei tirato un cazzotto nei denti e una ginocchiata non le dico dove. Stia bene, dunque, non si rimproveri ed abbia le piu' vive congratulazioni di Oriana Fallaci''
E perchè, qualche ditata in un occhio no ? Una strizzatina alle palle, un pestone su un callo, una strappatina di peli dal naso ? Anche perchè, da quanto ci svela la temibile Oriana 'sto danese ha cominciato a tirar calci ar pupone un paio d'ore prima dell'inizio della partita. E non si fa così ...
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Consigli per gli acquisti
Oggi, più che mai oggi, si consiglia vivamente l'acquisto e la lettura di questo volume. Si potrà così paragonare quel guazzabuglio compromissorio al ribasso chiamata costituzione europea con la più liberale costituzione al mondo. Certo, per farlo bisognerebbe avre un minimo di dignità ed onestà intellettuale. Non come la nuova coppia comica dello scenario italiano, Spinelli & Scalfari (le SS), che cercano un colpevole per la frittatone costituzionale di Bruxelles e ne trovano due, indovinate chi: esatto, proprio loro, Blair e Bush. E ti pareva. Tristezza, per favore vai via.
Giuseppe Maranini
La Costituzione degli Stati Uniti d’America
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a cura di Eugenio Capozzi
Nel 1949, dalla cattedra di diritto costituzionale comparato della facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" di Firenze, Giuseppe Maranini lancia il primo assalto di quella che sarà la sua lunga e tenace guerra contro la "partitocrazia", in nome di una democrazia fondata su un governo autorevole ed una efficace separazione tra i poteri.
Nel corso universitario di quell'anno, per la prima volta qui riproposto, Maranini indica nell'ordinamento degli Stati Uniti il modello per eccellenza del regime costituzionale: ma ne descrive le caratteristiche ricostruendone, innanzitutto, la genesi storica e la profonda connessione con gli equilibri socio-politici di quel paese. In tal modo, egli propone alla classe politica e all'opinione pubblica italiana non un'astratta "costituzione ideale", ma piuttosto un'analogia tra lo sviluppo storico della democrazia americana ed il processo di maturazione civile, che egli avverte compiersi sotto i suoi occhi, della società italiana del suo tempo.
venerdì, 18 giugno 2004
Se non ci fossero bisognerebbe inventarli ...
Grazie a SchockandAwe

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Kofi cuor di leone e i suoi adepti
Tante volte abbiamo letto che uno dei più grandi errori degli USA sarebbe stato quello di cacciare Saddam senza il consenso dell'ONU. Abbiamo letto che il diritto internazionale sarebbe quello stabilito dal Consiglio di Sicurezza, sicchè basta che uno solo dei 5 paesi con diritto di veto si metta di traverso e qualsiasi decisione o risoluzione, sacrosanta oppure no, non passa, e con essa non passa alcun concetto in essa contenuto, perchè a quel punto il presunto "diritto internazionale" non lo prevederebbe. Si è trattato di una mostruosità interpretativa data dal pacifismo antiamericano, che alla mia vecchia professoressa Saulle avrà provocato un'ulcera fulminante, povera lei. Uno stravolgimento del diritto, una manipolazione della carta ONU, un abominio che qualsiasi studentello del terzo anno di scienze politiche non farebbe fatica a smontare. Mentre dal fronte pacifista si acclamava l'ONU manco fosse il deus ex machina universale per di più dotato di sue truppe autonome e apolidi, c'era chi liberava paesi, facendo errori certo, ma imprigionando un despota sanguinario e interrompendo la dittatura talebana. E giù tutto il pacifistume, a dare addosso agli USA: come osavano liberare un paese senza l'approvazione dell'ONU (sedici risoluzioni c'erano state, tra il 1991 al 2003. sedici) ? L'ONU c'era, in Iraq, ma se ne andò nell'agosto del 2003, quando decidendo di farsi proteggere dagli irakeni e non dagli americani, agevolò la strage in cui persero la vita Sergio Vieira De Mello ed alcuni collaboratori che lavoravano nel quartier generale ONU a Baghdad. Da quel giorno l'ONU se ne andò, mentre dalla curva pacifista si continuava a sostenere che per l'Iraq la panacea sarebbe stata che ci andasse la stessa organizzazione internazionale che stava lasciando il paese: e già questo dà la misura delle sconclusionate teorie del pacepacepace e volemosebbène. Lo slogan ipocrita è continuato, fino a quando non ci si è resi conto che il Consiglio di Sicurezza iniziava ad approvare risoluzioni, all'unanimità, che di fatto legittimavano, accompagnavano e tutelavano quanto fatto dagli USA. E in sottofondo, l'urlo pacifinto "ONU ONU ONU" come a Ok il prezzo è giusto quando il pubblico esaltato gridava "Cento Cento Cento".
Oggi che a Baghdad si respiri aria diversa, nelle grandi difficoltà, l'hanno capito tutti. C'è chi questa comprensione accoglie con rabbia, e usa autobombe, terrorismo e attentati per difendere disperatamente un mondo che in Iraq costituisce il passato, la dittatura, il male, la mancanza di democrazia. C'è chi questa comprensione accoglie con invidia, e sono gli zapateri di tutta Europa, quelli che si sono resi conto che il loro giochetto antiamericano è stato smascherato, e rimbombano nelle loro orecchie gli echi della sola cosa che sono stati capaci di dire, che le truppe della coalizione se ne devono andare, ora che l'ONU dice che non c'è sicurezza. Una bella accoppiata di posizioni. Da una parte il pacifistume che vuole che se ne vadano gli alleati e che arrivi l'ONU. Dall'altra la burocrazia pavida dell'ONU, che non arriva se non c'è sicurezza, che al momento non può essere garantita da altri che le truppe alleate. E si direbbe che le due posizioni siano inconciliabili, se non fosse che i primi si sono riempiti la bocca dell'osanna alla seconda pur di dare addosso alla loro unica ragione di vita, consistenza e comunanza: gli Stati Uniti. Quando si chiede loro l'alternativa valida e applicabile, questo è quello che sono in grado di fornire: una marmellata di posizioni antistoriche che coinvolgono come salvifica un'organizzazione che non ne vuol sapere. Se si chiedesse loro con quale giocatore Trapattoni dovrebbe sostituire Totti, quelli risponderebbero in coro avvolti con la bandiera arcobaleno: Gianni Rivera. E poi comincerebbero a manifestare contro il Trap che gli risponderebbe di andare a scopare il mare.
Non sono uno storico, e non so se nel corso dei secoli a livello mondiale sia mai stata tenuta una posizione tanto raccapricciante, così incoerente, bislacca e zompettante come quella del fronte pacifinto riguardo una questione cruciale come l'Iraq di oggi: il tutto mentre i loro strapagati idoli ammiratori delle dittature festeggiano i dieci anni dal Ruanda, non muovono un dito sul Sudan, fanno spallucce sul riarmo atomico iraniano o sui campi di concentramento coreani e si voltano dall'altra parte guardando per terra con atteggiamento benaltrista se qualcuno nomina loro Srebrenica. Certo è che lo spirito di Monaco è sempre più presente: i vari zapateri si devono essere affidati a qualche esperto di sedute spiritiche a capo della commissione europea, per evocarlo e così bene interpretarlo.
E la chiamano pace.
Non c'è più religione ...
WASHINGTON - Non si chiama piu' Madonna, e' diventata Esther.
Sulle orme di altre star delle musica americana, la cantante, attualmente in tournee' negli Stati Uniti, ha deciso di cambiare nome, scegliendo uno dei piu' classici nomi del Vecchio Testamento, ora che e' diventata una fan della cabbala, l'antica filosofia ebraica.
Aveva fatto di peggio Prince, che aveva addirittura cancellato il suo nome, chiedendo di essere chiamato (ma solo per iscritto, ovviamente) con un logotipo di ispirazione egizia. Meno significativo il cambiamento operato dal rapper, ex fidanzato di Jennifer Lopez, che da Puff Daddy si era trasformato in P. Diddy.
Al New York Times, la cantante ha dato una spiegazione un po' particolare: ''Mia madre, che si chiamava anche lei Madonna, mori' all'eta' di 30 anni, stroncata da un cancro. Ho voluto legarmi a un altro nome''.
Madonna aggiunge che ''non si tratta di una negazione dell'esistenza di mia madre. Volevo legarmi all'energia di un altro nome''.
La cantante, che ha vissuto una vita spericolata per diversi anni, ai tempi della 'Material Girl', e' severissima con i suoi due figli, Lourdes, 7 anni e Rocco, 3 anni. Come racconta la stessa Madonna, ''i miei figli devono mettere a posto il loro casino, devono pulire la propria stanza'', e non solo.
''I miei figli - aggiunge Esther - devono sempre essere educati: grazie, prego... portate i piatti nel lavandino una volta finita la cena. Se essere educati significa essere tradizonali, allora si', sono tradizionale''. Madonna parla anche del suo matrimonio con il regista inglese Guy Ritchie, che dura ormai da sette anni. ''La chiave per un matrimonio che funziona e' imparare a perdonare'', spiega la cantante.
Esther-Madonna lascia poi chiaramente intendere di essere molto cambiata in questi ultimi anni. ''Ero una bambina cattiva -racconta-, anzi ero proprio la piu' cattiva di tutte. Ho portato un sacco di caos nelle vita di tante persone a causa del mio comportamento egoista''.
Ora, Esther e' una persona decisamente diversa: ''Prego tutti i giorni e sono convinta si tratti di una maniera molto forte per comunicare e per spingere la gente a cambiare''.
mercoledì, 16 giugno 2004
Totti - den italienske lama
Senza parole ...





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martedì, 15 giugno 2004
Umberto, chennepensi ?
Ma secondo voi, Bossi è proprio contento contento del risultato delle elezioni ? Proprio entusiasta ? Io non credo così tanto.
Per prima cosa, mi sa che gli salta Tremonti, sto giro. Il suo maggiore alleato nella coalizione ha preso una scanizza memorabile, mentre i suoi avversari sono andati bene e benissimo, e presto passeranno alla cassa. Ma soprattutto, i suoi lacchè hanno fatto tutta la campagna elettorale senza di lui, e han preso più voti di quando c'era lui al comando. Gli hanno ritagliato il ruolo del grande vecchio malato e un po' rincoglionito al quale si fa riferimento per commuovere l'elettorato, ma poi credo che le decisioni non le prenda più lui. Non so bene se e quando riuscirà a riprendersi lo scettro, combinato com'è. Chissà, poi, se avrà la voglia e la forza di essere il Bossi di prima, direi che è difficile, soprattutto dopo il risultato elettorale. Non è mai bello quando chi ti sostituisce ottiene un ottimo risultato, Bossi è troppo sveglio per non saperlo.
Per cui, secondo me un po' gli rode.
Un post di Mixumb delle
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Affluenze
Molto spesso, quando sostengo la supremazia della democrazia americana su quella europea, mi si risponde che gli USA hanno un grave deficit derivante dal fatto che lì, mi si dice, votano in pochi.
Alle elezioni europee dello scorso weekend, l'affluenza alle urne è stata del 45,5 %. Ma va anche considerato che : 1) in Belgio e Lussemburgo il voto è obbligatorio. 2) veniamo da una legislatura in cui, tra introduzione di una moneta comune ancora antipatica a molti, allargamento a 10 nuovi paesi, tentativi più o meno fantozziani di dotarsi di una pseudocostituzione e analisi a non finire sul ruolo dell'Europa in politica internazionale (il tutto senza minimamente preoccuparsi di chiedere l'opinione della stragrande maggioranza della popolazione europea), del nostro continente si è parlato tantissimo (non in Italia in campagna elettorale, ma questo è un altro discorso e non è una novità). 3) nei nuovi paesi, lungi dall'entusiasmo della prima volta, l'affluenza è stata del 26,7 %. 4) le liste euroscettiche hanno fatto man bassa.
Mi sembrano dati significativi. E non mi si risponda che si trattava di elezioni che poco incidevano sulla vita dei cittadini europei (a parte la curvatura delle banane ed il diametro dei cetrioli): questa, lungi dall'essere un'attenuante, è un'aggravante. Sono 25 anni che gli europei eleggono i membri di un'assise che ha carattere quasi esclusivamente consultivo, ma questo per gli euroentusiasti non credo si possa esibire come un fiore all'occhiello.
In ultimo, il tecnocrate presidente uscente della Commissione Europea ha proposto l'istituzione nel suo paese di provenienza di un albo degli elettori della sua lista ... ricorda qualcosa ?
lunedì, 14 giugno 2004
Ha perso ...oni, ha vinto ...oni
Parere mio: ha perso Berlusconi (tra l'altro nessuno mi toglie dalla testa che la frammentazione del voto in mille partiti, dovuta alla proporzionale, abbia avuto una ulteriore impennata grazie al suo appello a votare i partiti grandi: ormai molti italiani fanno IL CONTRARIO di quello che dice lui, a prescindere), ha vinto Veltroni (che nemmeno ha partecipato, e forse ha vinto anche per questo. con la vittoria delle liste di estrema sinistra, Prodi è bruciato come candidato, e l'unico che si alliscia da un bel po' senza perdere dignità è il buon Uòlter).
Rispetto alla forchetta prevista quando ho scritto il precedente post (se ti dicono "dal 2 al 4" tu pensi che come minimo devi essere al 3, ma speri almeno in un 3,5), la lista Bonino è andata male: 2,3 %. Che dire ? E' una sconfitta. Preannunciata quanto si vuole, ma è una sconfitta.
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domenica, 13 giugno 2004
Il miglior reality show dell'anno
Ragazzi, qualsiasi sia la vostra idea politica. spero non vi stiate perdendo la trasmissione di vespa sulle elezioni. Sulla base di exit poll con forchette gigantesche, si stanno scannado sul NIENTE Bondi, La Russa, Buttiglione, Angius, Di Pietro, Parisi, Pionati e Pansa. E' un'esperienza divertentissima. Bondi è il migliore, senza dubbio. Se va benissimo Forza Italia ha perso circa 6 punti percentuali, e Bondi è lì a dire che ha vinto. E' bellissimo, Bondi è bellissimo. La Russa li chiama "ex poll" (che sarà il nuovo must dell'estate, l'"ex poll"). Di Pietro ha detto che d'ora in poi l'ulivo deve diventare forza di "coverno", Parisi ha litigato con Vespa su quali partiti considerare per i paragoni (prima o poi qualcuno dovrà accendere un cero a qualche santo: avverrà il giorno in cui tra due elezioni, fossero pure intervallate di un solo anno, si potranno fare paragoni senza dover smembrare listoni e ricomporre alleanze che durano il tempo di uno starnuto), Angius continua a dire comulsivamente "è nata una nuova forza" e parla di successo strepitoso, sebbene bene che gli vada hanno gli stessi voti che avevano prima di unirsi, Buttiglione placido come un valium dice che la crisi economica col governo Berlusconi non c'entra niente.
Vespa fa il vigile, Pionati fa finta di essere un giornalista e nessuno fa notare che si candidò con Forza Italia nel 2001 e fu trombato. Pansa è quello che ci capisce di più.
Nessuno dice l'unica cosa che si potrebbe e dovrebbe dire: ha votato il 58,6 % degli italiani, il che vuol dire che di questa gente non se ne può più.
E' il più spassoso dei reality show che io abbia visto quest'anno. Spassoso e tragico insieme.
La lista Bonino è accreditata di una forchetta dal 2 al 4 %. In queste condizioni, credo sia un risultato accettabile, anche se naturalmente quell'8,5 % di 5 anni fa sarebbe stato non solo bellissimo, ma anche strameritato.
Purtroppo devo andare a dormire, chè domani è un'alzataccia. Ma spero per voi che non vi perdiate il resto del teatrino su raiuno. Spiega l'Italia quasi quanto un rapporto del censis.
P.S.: ma voi ne conoscete uno che abbia mai partecipato ad un exit poll ?
P.P.S.: ahimè, sembra che la mia amata Bologna si ritrovi con Cofferati sindaco. Quella la considerei una sconfitta (per quanto per fare il sindaco di Bologna non farebbe danni nel resto del paese, ma se risultasse randellato sarebbe ancora meglio, e di molto).
Update: adesso (alle 7 di mattina di lunedì) sembra che abbia votato il 73,1 %. Si vedrà.
Un post di Mixumb delle
23:47 politica
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Mannaggia al tappo ...

In realtà voi non lo vedete, ma nascosto nello studio fotografico dove questa EVIDENTISSIMA messinscena è stata organizzata c'era pure ginostrada. Il prode medico si era intufolato, avvisato da uno dei suoi informatori disinteressati, ed era riuscito a beccare in flagrante quelle merdacce degli ostaggi che si prestavano a questa bieca mossa elettorale.
E' che nel fotografare il trucco messo in atto per fregare noi italioti non antropologicamente superiori ha lasciato il tappo sulla nikon. Per cui lui ha scattato 15 foto, e all'Unità ha detto che aveva le prove. Ma poi, quando gli è stato chiesto di mostrarle, quello è andato a svilupparle e si è accorto dell'errore (d'altronde lui è un medico, mica un fotografo, dannazione !). E così ha dovuto dire che non aveva le prove, con successiva figure'mmerda.
Deve essere andata proprio così.
Leggetevi l'intervista al Generale Kimmitt sul Corriere della Sera di oggi
«Così abbiamo liberato gli italiani rapiti»
Il generale Kimmitt: «Nessuna trattativa. E' stato un blitz, presi 4 sequestratori». Ma a Roma indagano sull'ipotesi del riscatto
di LORENZO CREMONESI
BAGDAD - «Allora generale, è stato pagato un riscatto o li avete liberati davvero?». Mark Kimmitt è sorpreso, come se la domanda non avesse alcun senso. «Cosa vuole dire liberati davvero? C’è stato un blitz, grazie alle informazioni dell’ Intelligence . I tre italiani e il polacco erano ammanettati, tenuti prigionieri in un’abitazione nella cittadina di al-Mahmudiya, nell’area di Musayeb, una trentina di chilometri a sud di Bagdad. Li abbiamo liberati con la forza, grazie a un blitz, non c’era stato alcun accordo, nessuna trattativa con i terroristi» spiega Mark Kimmitt, il generale americano portavoce delle truppe della coalizione.
Scusi generale. Ma lo sa che in Italia si dice che è stato pagato un riscatto di 9 milioni di dollari? Lo sa che si dubita la versione del blitz?
«Mai sentita la storia del riscatto. Mi sembra ridicola» risponde.
E’ l’unico argomento per farlo parlare. Sino a ieri la versione americana si era limitata alle scarne dichiarazioni rilasciate dal comandante in capo delle truppe Usa, generale Ricardo Sanchez, l’8 giugno pomeriggio. Ma ieri Kimmitt si è sentito messo in dubbio e ha fornito nuovi particolari.
«Va chiarito una volta per tutte che quando siamo arrivati al covo c’erano i rapitori. Si è trattata di un’azione di guerra. Li abbiamo liberati, nessuno ce li ha consegnati».
E’ vero che non avete sparato un colpo?
«Vero».
Quanti rapitori avete arrestato?
«Quattro, sono tutt’ora nelle nostre mani per gli interrogatori necessari».
Che ruolo ha avuto l’ Intelligence italiana?
«Sono temi ancora sotto censura».
C’erano agenti italiani con il commando che ha operato a al-Mahmudiya ?
«Diciamo che il commando era composto da truppe della coalizione. Di più non voglio dire. Occorre capire che fornire troppi dettagli rischia di pregiudicare altre eventuali operazioni».
Lo sa che in Italia c’è chi afferma che in effetti il covo dei rapitori era nella cittadina di Abu Ghraib, una quindicina di chilometri a ovest di Bagdad, oppure si dà credito a una versione attribuita all’ostaggio polacco, per cui sarebbe stato liberato a Ramadi, addirittura 110 chilometri a ovest della capitale?
«Non c'è nulla di vero» risponde Kimmitt. E assieme a uno dei suoi più stretti collaboratori, il capitano Matthew Yandura, si avvicina a una grande carta geografica appesa a una lavagna.
«Ecco, vede? Li abbiamo presi qui, in questa zona sulla strada che dalla capitale scende verso le regioni sciite di Karbala e Najaf» dice indicando al-Mahmudiyah. Una regione nota per l’esistenza di bande di terroristi e criminali che dal luglio scorso hanno ucciso a sangue freddo alcuni giornalisti, un funzionario della Croce Rossa, uno dell’Onu, diversi agenti spagnoli. Poi Kimmitt ha uno scatto.
«Ancora non crede alla versione del blitz? Guardi. faccio avere al vostro giornale l’unica fotografia presa dalle nostre forze speciali mentre liberavano gli ostaggi. E’ inedita. Ma forse convincerà anche gli scettici. Gli ostaggi erano ammanettati. Prima di condurli fuori dal covo i nostri uomini hanno tagliato le manette con le cesoie, che vede nella foto. In quel momento avevamo appena catturato i terroristi. Se possibile, presto vi forniremo altri dettagli».
Nuntereggaeppiù
Prendo a prestito l'inno del grande Rino Gaetano, e lo dedico tutto alla politica politicante poloulivo italiana. Anche se oggi la stragrandissimissima maggioranza della colpa ce l'ha il berlusca. Secondo me è metaforico che non riesca a rispettare nemmeno il silenzio elettorale. E' grave, non nei termini delle vette raggiunte da certi pecorari scanii, ma è grave che questo non riesca a rispettare nemmeno una regola elementare e giusta e sacrosanta come quella che determina il silenzio elettorale. Per me, poi, è la parola silenzio che non gli va giù, a prescindere che sia elettorale o meno (onestamente, non credo abbia spostato un solo voto con l'uscita ad urne aperte: anzi, probabilmente ne ha persi, perchè ha denotato nervosismo). Si consiglia "L'arte di tacere" dell'Abate Dinouart.
Un post di Mixumb delle
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Margaret Thatcher: l'addio a Ronald Reagan
da Panorama
"We have lost a great president, a great American, and a great man. And I have lost a dear friend.
"In his lifetime Ronald Reagan was such a cheerful and invigorating presence that it was easy to forget what daunting historic tasks he set himself. He sought to mend America's wounded spirit, to restore the strength of the free world, and to free the slaves of communism.
"These were causes hard to accomplish and heavy with risk.
"Yet they were pursued with almost a lightness of spirit. For Ronald Reagan also embodied another great cause - what Arnold Bennett once called 'the great cause of cheering us all up'.
"His politics had a freshness and optimism that won converts from every class and every nation - and ultimately from the very heart of the evil empire.
"Yet his humour often had a purpose beyond humour. In the terrible hours after the attempt on his life, his easy jokes gave reassurance to an anxious world.
Ronald Reagan's life was providential
"They were evidence that in the aftermath of terror and in the midst of hysteria, one great heart at least remained sane and jocular. They were truly grace under pressure.
"And perhaps they signified grace of a deeper kind. Ronnie himself certainly believed that he had been given back his life for a purpose.
"As he told a priest after his recovery 'Whatever time I've got left now belongs to the Big Fella Upstairs'.
"And surely it is hard to deny that Ronald Reagan's life was providential, when we look at what he achieved in the eight years that followed.
"Others prophesied the decline of the West; he inspired America and its allies with renewed faith in their mission of freedom.
"Others saw only limits to growth; he transformed a stagnant economy into an engine of opportunity.
"Others hoped, at best, for an uneasy cohabitation with the Soviet Union; he won the Cold War - not only without firing a shot, but also by inviting enemies out of their fortress and turning them into friends.
When his enemies tested American resolve, they soon discovered that his resolve was firm and unyielding
"I cannot imagine how any diplomat, or any dramatist, could improve on his words to Mikhail Gorbachev at the Geneva summit: 'Let me tell you why it is we distrust you.'
Those words are candid and tough and they cannot have been easy to hear. But they are also a clear invitation to a new beginning and a new relationship that would be rooted in trust.
"We live today in the world that Ronald Reagan began to reshape with those words. It is a very different world with different challenges and new dangers.
All in all, however, it is one of greater freedom and prosperity, one more hopeful than the world he inherited on becoming president.
"As prime minister, I worked closely with Ronald Reagan for eight of the most important years of all our lives. We talked regularly both before and after his presidency. And I have had time and cause to reflect on what made him a great president.
"Ronald Reagan knew his own mind. He had firm principles - and, I believe, right ones. He expounded them clearly, he acted upon them decisively.
"When the world threw problems at the White House, he was not baffled, or disorientated, or overwhelmed. He knew almost instinctively what to do.
"When his aides were preparing option papers for his decision, they were able to cut out entire rafts of proposals that they knew 'the Old Man' would never wear.
"When his allies came under Soviet or domestic pressure, they could look confidently to Washington for firm leadership.
"And when his enemies tested American resolve, they soon discovered that his resolve was firm and unyielding.
"Yet his ideas, though clear, were never simplistic. He saw the many sides of truth.
"Yes, he warned that the Soviet Union had an insatiable drive for military power and territorial expansion; but he also sensed it was being eaten away by systemic failures impossible to reform.
"Yes, he did not shrink from denouncing Moscow's 'evil empire'. But he realised that a man of goodwill might nonetheless emerge from within its dark corridors.
"So the President resisted Soviet expansion and pressed down on Soviet weakness at every point until the day came when communism began to collapse beneath the combined weight of these pressures and its own failures.
"And when a man of goodwill did emerge from the ruins, President Reagan stepped forward to shake his hand and to offer sincere cooperation.
"Nothing was more typical of Ronald Reagan than that large-hearted magnanimity - and nothing was more American.
"Therein lies perhaps the final explanation of his achievements.
"Ronald Reagan carried the American people with him in his great endeavours because there was perfect sympathy between them. He and they loved America and what it stands for - freedom and opportunity for ordinary people.
"As an actor in Hollywood's golden age, he helped to make the American dream live for millions all over the globe. His own life was a fulfilment of that dream.
"He never succumbed to the embarrassment some people feel about an honest expression of love of country.
"He was able to say 'God Bless America' with equal fervour in public and in private. And so he was able to call confidently upon his fellow-countrymen to make sacrifices for America - and to make sacrifices for those who looked to America for hope and rescue.
"And so today the world - in Prague, in Budapest, in Warsaw, in Sofia, in Bucharest, in Kiev and in Moscow itself - the world mourns the passing of the Great Liberator and echoes his prayer 'God Bless America'.
"Ronald Reagan's life was rich not only in public achievement, but also in private happiness.
"Indeed, his public achievements were rooted in his private happiness. The great turning point of his life was his meeting and marriage with Nancy.
"On that we have the plain testimony of a loving and grateful husband: 'Nancy came along and saved my soul.' We share her grief today. But we also share her pride - and the grief and pride of Ronnie's children.
"For the final years of his life, Ronnie's mind was clouded by illness. That cloud has now lifted.
"He is himself again - more himself than at any time on this earth. For we may be sure that the Big Fella Upstairs never forgets those who remember Him.
"And as the last journey of this faithful pilgrim took him beyond the sunset, and as heaven's morning broke, I like to think - in the words of Bunyan - that 'all the trumpets sounded on the other side'.
"We here still move in twilight. But we have one beacon to guide us that Ronald Reagan never had.
"We have his example. Let us give thanks today for a life that achieved so much for all of God's children."
sabato, 12 giugno 2004
Mi sembra perfetto
A me Daveblog piace un sacco, ma un sacchissimo proprio. Lo leggo tutti i giorni ed è, per me, la blogrivelazione dell'anno. Copio & incollo le sue previsioni per le elezioni europee ... ma non per i risultati, per le dichiarazioni di domenica notte. Mi sembra perfetto. Grande Daveblog.
Se vince la destra
a destra: “Con questa netta vittoria, il Paese ha voluto legittimare il lavoro del Governo in questi tre anni. Ringraziamo gli elettori per averci ribadito la loro fiducia, malgrado le sirene che a sinistra gettano falsità e menzogne”
a sinistra: “prendiamo atto della scelta dei cittadini, e del fatto che il conflitto d’interessi si è mostrato in questa occasione in tutta la sua sconcertante verità. La verità di un governo che controlla le fonti di informazione e condiziona il volere popolare con promesse che non è in grado nè intende mantenere”
Se vince la sinistra
a destra: “Certo, dobbiamo aprire un dibattito e discutere al nostro interno per comprendere le ragioni di questo allontanamento degli elettori dal centro destra. Siamo certi che le ragioni vadano ricercate nella persecutoria campagna di disinformazione messa in atto dalle sinistre. Nulla cambia però nel Governo del Paese, che è solido e rimane quello che i cittadini hanno scelto tre anni fa”
a sinistra: “I cittadini hanno scelto, Berlusconi deve andarsene. Gli Italiani sono stanchi di bugie e promesse non mantenute. Questi signori se ne devono andare. Ci appelliamo al senso di responsabilità del Capo dello Stato, che pur in un momento così difficile per la storia del Paese, deve prendere atto del fallimento della Destra e dare atto all’opposizione di essere maggioranza”
Se pareggiano
a destra: “Con questa netta vittoria, il Paese ha voluto legittimare il lavoro del Governo in questi tre anni. Ringraziamo gli elettori per averci ribadito la loro fiducia, malgrado le sirene che a sinistra gettano falsità e menzogne”
a sinistra: “I cittadini hanno scelto, Berlusconi deve andarsene. Gli Italiani sono stanchi di bugie e promesse non mantenute. Questi signori se ne devono andare. Ci appelliamo al senso di responsabilità del Capo dello Stato, che pur in un momento così difficile per la storia del Paese, deve prendere atto del fallimento della Destra e dare atto all’opposizione di essere maggioranza”
venerdì, 11 giugno 2004
Occhescè ?
"Si vota sabato 12 dalle 15 alle 22 e domenica 13 dalle 7 alle 22. Necessari documento e tessera elettorale. Presidenza del Consiglio dei Ministri".
Fuori di sarcasmo, ma lo dico davvero: qualcuno mi spiega perchè questa iniziativa sarebbe tanto scandalosa quanto l'hanno dipinta oggi a sinistra ? Al di là degli orari (a me è arrivato alle 5 de la tarde, posso capire che alle 2 di notte rompe le palle, questo si), io non lo capisco. Quando seppi che l'amministrazione svizzera in occasione di uno dei frequenti referendum inviava a casa un chiaro volantone con le posizioni di chi era pro e chi era contro, pensai che ci voleva anche qui. Qui non ce l'abbiamo, perchè quanto a democrazia siamo indietrissimo. Ma da qui a gridare allo scandalo per un messaggio del genere, io il percorso logico non l'ho proprio capito. Davvero, con semplicità, c'è qualcuno che mi spiega che c'è di male a ricordare quando si vota e di quali documenti si necessita ? Perchè mi viene il sospetto che chi critica questa iniziativa creda che gli italiani siano un po' troppo idioti, e lo dico io che non è che abbia tanta fiducia nel popolo italiano. Cosa credono, di vivere in un paese dove la gente vota Berlusconi perchè riceve quel messaggio lì ? Non capisco il nesso: ti arriva quel messaggio, e allora voti Berlusconi. Cioè prima non volevi votare, o volevi votare un'altra lista. Leggi il messaggio, e zacchete, Forza Italia. Ma perchè ? Sarà che di riflessi pavloviani ne sanno più di me ... Si richiede parere, senza polemica da parte mia (anc