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giovedì, 30 settembre 2004

 

Bricolage

Costruisci anche tu il tuo dialogo interreligioso ! E' semplice, è nuovo, è politically correct. Dopo ti sentirai meglio, anche se qualcuno al guardarti vomiterà.

Funziona così. Per prima cosa, metti una maglietta con su scritto "Bisogna dialogare con l'Islam moderato". Poi, affacciati alla finestra così vestito e urla: "Bisogna dialogare con l'Islam moderato". Subito dopo, prendi carta e un bel pennarellone nero e scrivi: "Bisogna dialogare con l'Islam moderato". Dopo, registra un messaggio sulla segreteria telefonica di casa e del cellulare, con questo motto: "Bisogna dialogare con l'Islam moderato". Ancora, spedisci una cartolina, un sms, un fax ed una email a tutti coloro che sono nella tua agenda, con questo breve testo: "Bisogna dialogare con l'Islam moderato". Per finire, fai stampare volantini e adesivi che distribuirai, e uno striscione che appenderai dal balcone accanto alla bandiera della pace (immancabile, lo do per scontato) con queste parole: "Bisogna dialogare con l'Islam moderato".

A questo punto, il più è fatto. Ora vai davanti allo specchio, guarda dritto negli occhi e ripeti questo mantra: "Cacciare Saddam è stato un errore ... Cacciare Saddam è stato un errore ... Cacciare Saddam è stato un errore". Ci siamo quasi. Ora chiediti l'alternativa al cacciarlo quale fosse ... ecco, bravo: bisognava dialogare.

Perfetto, tutto a posto. Saddam è l'esempio dell'Islam moderato. Per questo è giusto ringraziare i suoi lacchè, chiamandoli "resistenza", quando massacrano 37 bambini.

Complimentoni.

Un post di Mixumb delle 16:44 politica · commenti (8)

 

I wanna thank you

"Un ringraziamento alla società civile, alle forze politiche, alle organizzazioni religiose, alle organizzazioni della resistenza irachena".

Firmato: Un ponte per ...

Altri da ringraziare ? No ? Bene, allora continuate pure a festeggiare. Allegria. Noi intanto raccattiamo i cadaveri ammazzati da quelli che voi ringraziate.

Un post di Mixumb delle 12:16 politica · commenti (8)

mercoledì, 29 settembre 2004

 

Nuovi approcci antropologicamente superiori e sindromi di Stoccolma preventive

E niente, stavo pensando che la prossima volta che mi capita di voler regalare dei libri per me importanti, spiegare i miei principi, manifestare molta fede e poi scusarmi e persino chiedere perdono a qualcuno con l'obiettivo di comprenderne il lavoro e trattarlo con rispetto e dignità e calore e solidarietà, invece di farlo così, brutalmente, forse è più originale che io lo rapisca e lo tenga bendato. Mi vorrà bene, quando il suo paese si farà in quattro per farlo rilasciare.

Sembra uno spot di un'agenzia di viaggi: "Approfitta anche tu della fantastica accoglienza islamica, avrai in regalo il Corano con annessa traduzione. Sconti per comitive, militari a metà prezzo (tanto poi li sgozziamo)".

E tutta Italia dietro a preoccuparsi, mentre la gente va in gita a divertirsi.

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martedì, 28 settembre 2004

 

FahrenHYPE 9/11

Perchè ho l'impressione che questo film non andrà a Cannes ? Perchè ho la sensazione che non verrà osannato dagli Zucconi nostrani ? Perchè ho idea che non verrà nemmeno distribuito nei normali circuiti ?

Perchè ? Perchè ? Perchè ?

Perchè racconta tutte le balle raccontate dal guru del Bushbashismo mondiale, ecco perchè.

E mica vorremo cominciare a svelare tutte le migliaia di balle che si raccontano per fomentare l'odio contro gli Stati Uniti ?

Oppure si ? Un misterioso Mixumb ...

Un post di Mixumb delle 13:43 personale, i love america · commenti (6)

 

Four more years

Se è vero che io amo l'America, e in particolare New York, ed è per questo che non ci sono banners a favore di un candidato alle prossime elezioni, è vero anche che chi ha avuto la cortesia di leggere qualcuno dei miei post sa bene come la penso e chi auspico vinca. Per questo, ieri sera mi sono quasi commosso quando un amico mi ha portato spilla e adesivo presi alla convention repubblicana di settembre a New York, ed una mitica cravatta con bandiere e aquile che conserverò gelosamente.

Lo so che è un gesto semplice: ma il fatto che qualcuno abbia pensato a me stando lì, e mi abbia fatto questo piccolo/grande regalo, mi riempie di soddisfazione. Lo scrivo qui, a futura memoria: grazie Corrado, tu non sai quanto mi abbia fatto felice (anche se ieri te l'ho detto appena dieci/quindici volte !). Non lo dimenticherò, davvero. Grazie.

E, anche, forse big news per il progettino al quale un mefistofelico gruppetto di lavoro sta mettendo mano con furia filoamericana. Ragazzi, se è come penso io FORSE ci saranno presto ottime notizie e magari non è impossibile sognare una bella festa di inaugurazione da qualche parte in via Veneto ... ma per ora basta così, al lavoro ! Un misterioso Mixumb ...

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lunedì, 27 settembre 2004

 

Ditelo coi fiori

Mi capita a volte di condividere per intero il contenuto di un post: e molte volte le parole che sento come scritte da me sono del Griso. Questa è una di quelle volte.

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venerdì, 24 settembre 2004

 

Grazie

C'era una volta un gruppo di persone che volevano cambiare il mondo. Tanti altri avevano avuto la stessa idea, ma questo non fermava i nostri intrepidi. Queste persone si raggruppavano da sempre intorno ad una figura carismatica, come spesso accade quando si mettono in moto quelli così matti da far fare un salto in avanti ad una società. Il leader carismatico era un folle pennellone, con la capa tosta più del granito, che andava avanti a sigarette e scioperi della fame. Molti furono coloro che si aggiunsero al gruppo, molti quelli che se ne distaccarono, in feroce polemica o in maniera più soft. Alcuni, come nelle migliori tragedie, si schierarono presto nelle file dei peggiori avversari del gruppo che fino a poco prima avevano frequentato, imparando tutto quello che sapevano.

Era un gran gruppo, quel gruppo: fatto di gente caparbia, leale, onesta. Fatto di gente concreta nel suo idealismo, abbastanza rompicoglioni da rendersi antipatica all'establishment dei padroni del vapore, sufficientemente incisiva da inventare spesso le scarpe sulle quali far progredire la società italiana, matta tanto da anticipare il mondo di un po', pronta a pagare sulla propria pelle le dimostrazioni dell'incoerenza della legge e della parola ai dànni di chi è più debole.

Oggi accade che quel gruppo, che si rinnova di volta in volta e risorge dalle ceneri alle quali è destinato con costanza e professionalità da chi non li sopporta, è preso in una incosciente iniziativa, l'ennesima. Da aprile sono in giro, senza un soldo e con le sole froze della propria passione, a prendere firme per abrogare una legge ingiusta, stupida, indegna e soprattutto irrispettosa. Senza che nessuno se li sia filati, hanno rotto l'anima ai cittadini risvegliandoli dal classico torpore italiota, il tutto nel totale silenzio di tutti i mezzi di informazione, e nella colpevole astensione per troppo tempo di quelle forze di opposizione che hanno fatto del dire che Berlusconi è il male assoluto lo sport nazionale, ma poi trovano sempre qualche scusa per ritardare, edulcorare, addolcire il loro impegno se c'è da fare uno sgarbo alla chiesa e alla pantofola del monsignore di turno, e non ai cattolici, badate bene. Se è chiaro che l'impulso dato a settembre dai ds e da rifondazione ha reso possibile arrivare ad oggi con qualche speranza di farcela (ma poi c'è la cassazione, la corte (in)costituzionale, le elezioni anticipate, le leggine truffa, gli inciuci, la follia del quorum, i rappersentanti che dicono ai rappresentati di andare al mare invece che a votare, il parlamento che legifera in opposizione a quanto detto dai cittadini ... avoglia, ancora, siamo appena all'inizio), è altrettanto chiaro che il lavoro sporco, duro, faticoso, a volte umiliante lo han fatto sotto la pioggia e sotto al sole, di giorno e di notte, di primavera e d'estate, sacrificando ferie e tempo libero e anche quello non libero i protagonisti di questa battaglia: i militanti, o militonti come li chiama affettuosamente il loro leader, radicali. Che tutti se ne rendano conto, non solo quelli che li chiamano nazisti bestemmiando la storia e la civiltà e l'intelligenza di chi non fa il ministro dei rapporti col parlamento, che tutti lo sappiano: sarà un'altra cosa della quale ringraziare, e applaudire, tutti ma proprio tutti i radicali italiani. Nel mio piccolissimo, questo post è per voi, per voi tutti: splendido esempio di impegno, esaltante spirito di dedizione, magnifica dimostrazione di quanto si possa essere grandi e umili allo stesso tempo. Io vi ammiro, e di cuore vi dico grazie. Mi pregio di considerarmi uno di voi, e qualcosina ho fatto, ma è nulla di fronte al vostro impegno.

C'è una sola parola: GRAZIE.

P.S. : l'Italia è quel paese nel quale da 6 mesi si raccolgono firme per abrogare un referendum, ma la prima puntata della principale trasmissione politica ad occuparsi di questo argomento così fondamentale andrà in onda il 28 settembre, quando sarà ormai tempo solo di controllare e certificare i moduli ma nessuno sarà per strada a prendere le firme di chi si informa solo grazie a "Porta a Porta".

Anche qui, c'è una sola parola: VERGOGNA.

Un post di Mixumb delle 21:19 politica · commenti (32)

 

Relativismi culturali

Perchè noi occidentali siamo corrotti e blah blah e la nostra società non ha nulla da insegnare e blah blah e bisogna rispettare le tradizioni e blah blah e il dialogo con altre culture e blah blah e le povere donne occidentali nella società consumistica americana e blah blah. E come obiettivo per il futuro, cari compagni, raggiungere le alte vette del riconoscimento dei diritti e della bellezza delle femmine arabe. Delle femmine di capra.

da Cox & Forkum

Un post di Mixumb delle 13:04 copio & incollo · commenti (22)

 

Qualcuno esca il pulsante rosso

Scena: prestigioso piano dedicato alla VicePresidenza di una importante istituzione con sede a Roma. Sono lì nel salottino, tutto molto soft. Piante, mobili in legno chiaro (ma non Ikea, siamo nel lusso), un corridoio sul quale a destra e a sinistra si affacciano uffici con scrivania della segretaria a vista e porta del suo capo rigorosamente chiusa. E' un giovedì pomeriggio, sono le 17. Il piano è deserto. Ci sono solo le segretarie, che annoiate navigano su internet. Non suona un telefono, non arriva un fax, nulla. All'ingresso ho appena incrociato una bionda (tinta) alta unoecinquanta in divisa da guardia, con pistola nella fondina, che mastica il suo chewing-gum (la guardia, non la pistola), e non posso chiedermi scettico quanta paura eventuali malintenzionati si possano prendere dalla vista di quella signorina che, per di più, mentre io attendo se ne va due volte a fumare in bagno. E' tutto molto calmo, molto silenzioso, molto soft. nessuno sta facendo un beneamato piffero. Le segretarie, colte da crisi di sbadiglio, ingannano il tempo parlando dell'imminente inizio del grande fratello. Direi che un paio starebbero bene nella caaasa. Io sono lì che scrivo un documento sul palmare, mentre sto aspettando di essere ricevuto dal boss dei boss. Il cellulare è spento, come sempre in queste occasioni, quindi niente telefonate di lavoro o di altro tipo. Mi guardo intorno, finito il documento che invio per email in ufficio. Su ogni porta tagliafuoco, da quella di accesso al piano a quella che introduce al corridoio, c'è un pannello di finto rovere con su un adesivo dove è scritto: "per sbloccare la porta, premere il pulsante rosso". Le porte, infatti, sono tutte aperte e bloccate. Cerco il pulsante rosso sulla porta, ma non c'è: niente vicino alla maniglia, niente sul lato. Lo cerco a destra e a sinistra dello spazio che la porta, qualora sbloccata, chiuderebbe: nulla, non c'è. Lo cerco nello spazio al quale si accede oltrepassata la porta, ma nemmeno lì. Chiedo una fotocopia ad una segretaria, quella me la va a fare e io curioso nel suo ufficio: il pulsante rosso non è nemmeno dentro gli uffici, vicino alle scrivanie, sotto le scrivanie, a fianco delle scrivanie, sulle scrivanie. Non c'è, 'sto pulsante rosso non si trova. Allora fermo una delle gentili e annoiate signorine, e glielo chiedo.

"Scusi, ma dov'è il pulsante rosso per sbloccare le porte ?" 

"Quale purzante rosso ?"

"Brutta idiota, ci passi tutte le tue giornate qui, possibile che non ti sia mai accorta che su tutte le porte c'è un adesivo con su scritto che per sbloccare la porta va spinto il pulsante rosso ?" (questo è quello che verrebbe da dire). "Vede signorina, quello segnalato dall'adesivo sulla porta. Me lo chiedevo così, per curiosità. Immagino che queste porte rimangano sempre aperte, ma cercavo il pulsante rosso - mica per chiudere le porte, non sia mai - e non l'ho trovato" (questo è quello che le dico).

"Aaah, capiiisco. Eh noozo, azpetti n'attimino, eh. (urlando) Giuusy, chessai 'ndo stà 'sto purzante rosso ? Come quale purzante rosso (fintissima, fino a venti secondi fa non ne conosceva l'esistenza, del pulsante rosso), quello pe' sbloccà ee porte, nno ? Ah, nemmeno tu oo sai 'ndo stà ? E comme ze fa ? Ah, chiamamo GGGiorgio, che quello zà tutto ? 'Ndo stà, chiamoonpo' sur cellulare".

Conciliabolo tra le due più una collega che accorre svegliata dal frastuono che ho involontariamente scatenato, sul tema "qual'è il numero di cellulare di Giorgio". Trovano il cellulare di Giorgio, chiamano.

"A'Giò, so' Meri (Mary ? Mery ?) sentim'po' ma 'ndo stà 'sto purzante rosso ? Come quale purzante rosso, ma possibbile che qquà nessuno zàmmai gniente (ancora più finta, ora rimprovera gli altri. ah, se non ci fosse lei in quest'ufficio ...). Er purzante pe' zbloccà le porte, no ? Ah. Ah. Mmh Mmh. Aha. Eccerto, ecciài raggione. Vabbè nì, grazzie eh"

Mi si avvicina con l'aria di chi ha appena scoperto non solo il contenuto del terzo segreto di fatima, ma anche che ce ne stanno altri cinque, di segreti di fatima. E lei li conosce TUTTI.

"Ecco, vede, stàqquà ddietro aa porta" e si accosta al muro per cercare di intravedere nello spazietto minimo lasciato dalla porta, che è poi lo spazio dello zoccoletto in basso al quale la porta è assicurata.

Mi accosto anch'io, e intravedo nella penombra piuttosto lontano un qualcosa che vagamente potrebbe essere un pulsante rosso.

"Ma lei ci arriva a spingerlo ?" Chiedo un po' perfido.

"Ennò, er braccio nun me ce passa, ma poi è mejo coo lasciamo llì, che nun vorei cominciasse a sonà tutto".

"Per carità, per carità. Quindi lei mi sta dicendo che per sbloccare la porta bisogna premere il pulsante rosso, ma per premere il pulsante rosso bisogna sbloccare la porta ?"

"Certo, è pe'ssicurezza".

"Capisco. Grazie."

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lunedì, 20 settembre 2004

 

Kofi Annan, l'unilateralista

Questo semplice, efficace e puntuale articolo dell'Opinion Journal, segnalato dall'ottimo Enzo di 1972, mi fa pensare con grande tristezza all'incaponirsi dei pacifisti antiamericani nel disegnare un mondo che non c'è. Come si fa a non provare tristezza per un gruppo di individui così fintamente ingenui dal perseguire come unica stella polare la dottrina secondo cui ogni cosa sbagliata è riconducibile agli USA, ed ogni cosa fatta dagli USA è sbagliata ? E' finita anche la rabbia per le ripetute e compulsive mistificazioni da quattro soldi che continuano ad essere scritte e dette con una impressionante necessità di costruirsi il nemico perfetto, quello al quale attribuire i problemi del mondo, per poi addormentarsi cullati dalll'illusione di essere, una volta tanto, dalla parte giusta. Prendiamo l'ultimo esempio, Kofi Annan che dichiara illegale la liberazione di un paese dal suo trentennale dittatore, e solo perchè dopo 17 risoluzioni di condanna ed una situazione in stallo a causa della corruzione della istituzione da lui guidata e delle convenienze di alcuni paesi in barba alle decisioni dello stesso Consiglio di Sicurezza, qualcuno ha deciso di intervenire per difesa preventiva. Ora, dire che esiste una dottrina per cui Kofi Annan possa dichiarare cosa sia illegale e cosa no, nel diritto internazionale, è già di per sè una mostruosità da circoletto rosso. Che lo dica lo stesso segretario generale dell'ONU è una non piccola aggravante, che aumenta ancora visto il suo curriculum. Ma in definitiva, fosse anche che questa gigantesca panzana beota la dica uno studente al primo anno di liceo ... ma come si fa, mentre si sta ben attenti a tenere alta la famosa bandiera del multilateralismo, ad affermare che qualsiasi nefandezza accada al mondo deve essere tollerata e difesa se anche solo uno dei 5 membri del Consiglio di Sicurezza, per motivi insindacabili, può bloccare qualsiasi operazione e spingere ad affermare che lo stop ad indicibili violenze è da considerare "illegale" ? Ma possibile che qui nessuno si rende conto che non c'è niente, ma proprio niente, di più unilaterale di questo ?

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venerdì, 17 settembre 2004

 

Three ... two ... one ... we are go for launch

Elisabetta Gardini, neo portavoce di Forza Italia (non so per quanto ...), esordisce da par suo con un'intervista Minzolini su La Stampa di oggi. Tra le varie amenità, ci mette al corrente del fatto che Giulio Tremonti avrebbe acquistato ... rullo di tamburi ... una MACCHINA METTISUPPOSTE. Poi censura la sorella dell'ex ministvo tacciandola di scarsa riservatezza per avere informato in camera caritatis della succulenta quanto raccapricciante notizia la Gardini stessa. Che la spiffera in un'intervista al terzo giornale italiano per tiratura.

Non so da che parte cominciare a commentare ... sarà la risposta all'oggetto del post qui sotto (catfight Gardini vs Vento) ? Ma voi lo immaginate Tremonti a 90 gradi con la bandana in testa che ... ma poi, come funziona, è elettrica o va a pile ? O sfrutta l'idrogeno secondo i dettami di Jeremy Rifkin ? Dove è stata inventata, chi l'ha brevettata, dove si trova in commercio, si può organizzare un franchising, si ordina in forma anonima, c'è la possibilità di personalizzarla con i colori della propria squadra (chissà gli interisti ...), c'è uno sconto per i ministri trombati di recente ... apriamo un thread da qualche parte, insomma parliamone

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Giu-da Mac-cablog ! Giu-da Mac-cablog !

La parola definitiva sulle nuove leve ggiovani della Margherita ("democrazia è libertà di farsi male in questi modi qui").

E ricordatevi: "se potete alzare il silenzio, perchè non è carino che ridete così".

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giovedì, 16 settembre 2004

 

Ma intanto che voi dialogate …

 

Il lessico della politica prevede di questi tempi la predominanza della fortunata formuletta “dialogare con l’Islam moderato”. La usano, in particolare, quelli che si sono sempre opposti alla liberazione di milioni di persone da feroci dittature, limitando la loro unica attività in merito a dispensare insegnamenti su ciò che non si dovrebbe fare e stuprando la parola “pace” da tutte le possibili e pervertite posizioni. Nel frattempo, coloro che agli occhi di questi principi dello stuzzicadenti in bocca vengono costantemente riconosciuti come i responsabili di qualsiasi efferata cosa accada sulla faccia della terra – gli Stati Uniti – si occupavano non senza errori di andare a scovare gente come i talebani e Saddam Hussein. Ora, per prima cosa, qualcuno dovrebbe spiegarmi per quale motivo il dialogo con l’Islam moderato dovrebbe essere alternativo alla caccia nei confronti di mostri come talebani, terroristi e dittatori: a meno di non voler far professione di ennesimo relativismo affermando che questi fossero moderati (non che non ci si aspetti di tutto, tra le piroette sulle capocchie di spillo da parte dei simpatici e coloratissimi pacifisti). In secondo luogo, sarebbe bello arrivare alla comprensione del perché i loro nuovi eroi – Chirac, De Villepin e Barnier – vengono omaggiati di grande saggezza (d'altronde sono o non sono eredi di chi inventò la ghigliottina ? sempre di far saltare le teste dai corpi si trattava) ma poi si ostinano a dichiarare che i turchi in Europa non ce li vogliono e quanto al presidente del nuovo Iraq non si parla nemmeno lontanamente di fargli mettere piede in Francia, fosse pure per andare al Parlamento Europeo (via da Strasburgo, subito, allora: non l’irakeno, il Parlamento Europeo). Però nel frattempo si va in moschea a genuflettersi a gentaglia come Hamas e gli Hezbollah, e a baciare i piedi di vari imam e mullah che alla faccia della moderazione predicano lo sgozzamento degli occidentali infedeli.

 

Ma soprattutto, a cercare di dialogare con l’Islam moderato qualche volta ci si rimette le penne, come insegna Baldoni che questo cercava di fare, dialogare. O voleva fare altro ? Non credo, no ? Voleva dialogare. Se questo non basta per spiegare quanto la formuletta – come tutte le formulette – sia inadeguata e serva solo a far prendere aria alle bocche antiamericane tra un “Bush è come Saddam” ed un “Se ragazzini di 15 anni si fanno esplodere insieme a 20 civili la colpa è degli americani” … se questo non basta, fatemi capire una cosa: ma mentre voi dialogate con l’Islam moderato, senza peraltro capire chi sia moderato e perché (fa molto ridere e spaventa anche un bel po’ che oggi ad esercitarsi nel distribuire patenti di moderazione ci sia gente che marcia convinta sotto bandiere e si candida in partiti che richiamano esplicitamente ed orgogliosamente un’esperienza come quella comunista che ha fatto qualche decina di milioni di morti), con l’Islam non moderato che succede ? Esiste, l’Islam non moderato, oppure tutti i milioni di morti che ha fatto sono responsabilità della CIA ? Le due Simone secondo voi ci hanno provato a dialogare ? Si ? E com’è che le hanno rapite e minacciano di sgozzarle ? Ma allora non sono moderati quelli che le detengono oggi ? E che vogliamo fare con quelli, acclarato che non sono moderati ? Che succede se la Siria testa armi chimiche sui sudanesi, nell’assordante silenzio di tutto ma proprio tutto il carrozzone del multilateralismo del quale vi riempite le gengive ? Se l'Iran si prefigge pressochè ufficialmente di arrivare ad avere ordigni nucleari, voi che dialogate avete una ricetta ?

 

Si, già conosco la risposta, frutto dell’ennesima formuletta. La risposta è “non lo so, ma certo non la guerra”.

 

Non lo sapete mai, quando c’è da essere concreti. Però sfilate e manifestate che è un piacere, alla moda arcobaleno e bruciando con grande invidia le bandiere dei vostri alleati.
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martedì, 14 settembre 2004

 

Twip !

Seguiamo la notizia così come appare sul portale ufficiale ANSA.

ROMA - Tornano le imprese di Spiderman con l'atteso sequel "Spiderman2", in 800 sale dal 16 settembre. Oggi il film verrà proiettato in anteprima al cinema Adriano di Roma, con un particolare allestimento scenografico e una mostra di progetti di design allestita per l'occasione nel foyer del cinema. Ma si vocifera che il supereroe sarà già Roma da stasera, al Colosseo.
Il leggendario supereroe della Marvel torna al cinema con un nuovo film diretto sempre da Sam Raimi, il regista de "La casa", che vede protagonisti ancora Tobey Maguire e Kirsten Dunst. In occasione dell'anteprima di oggi al cinema Adriano, è stata allestita anche una mostra sui progetti degli studenti dell'Istituto Europeo di Design, nella quale verranno esposti oggetti che per caratteristiche e funzionalità rimandano al mondo di Spiderman, come una lampada a otto zampe che si attacca a qualsiasi superficie o un letto a forma di ragnatela. Alla serata parteciperanno, tra gli altri, Gabriele Muccino, Roberta Capua con Massimiliano Rosolino, Pamela Prati, Marco Risi. Infine per gli amanti del fumetto, prima del film verranno proiettate delle tavole disegnate da Alex Rossi che riassumeranno il primo episodio.

Dunque. Per prima cosa, non è "Alex Rossi" ma "Alex Ross", e le sue tavole non sono altro che i titoli di testa del secondo Spiderman. Secondo, portatemi uno che ha ideato un letto a ragnatela e poi uno che se lo compri, che voglio guardarli in faccia. Ma soprattutto, in che senso "si vocifera che il supereroe sarà già Roma da stasera, al Colosseo" ? Che c'è in programma, un combattimento con quelli mascherati da centurioni ? Oppure una visita al Cavalier Berlusca, tra supereroi ?

Robb dei pazz. Comunque il film è bello, se ne consiglia assolutamente la visione.


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Nazisti su Marte a San Marino: e pensare che Giovanardi è di quelle parti ...

A San Marino gli embrioni «vietati»

Personale italiano nella clinica: da ottobre via alla selezione genetica usata per i talassemici

A mezz’ora di macchina da Rimini. A un passo, letteralmente, dall’Italia. Però all’estero. La Repubblica di San Marino si sta attrezzando per praticare le tecniche di fecondazione in vitro con diagnosi genetica preimpianto. I primi cicli partiranno a ottobre. E la lista d’attesa è lunghissima. Si tratta di coppie con figli microcitemici che intendono imboccare la strada del trapianto con la certezza di concepire un figlio «compatibile» per l’intervento. Si tratta di coppie portatrici di patologie genetiche come la beta-talassemia, la distrofia muscolare, la fibrosi cistica, l’atrofia muscolare spinale. Si tratta di coppie italiane, fertili, tagliate fuori dalla nuova legge sulla fecondazione medicalmente assistita approvata il 10 marzo scorso. Uomini e donne che non saranno più costretti a costosissimi viaggi della speranza negli Stati Uniti, in Belgio, in Spagna o in Turchia. E che potranno scegliere Paesi più vicini: anche Nova Gorica e Malta ci stanno pensando. Tra i professionisti italiani contattati dalla clinica privata sanmarinese per seguire i nuovi pazienti c’è il dottor Francesco Fiorentino, 38 anni, direttore del centro Genoma di Roma. Il biologo molecolare ha già eseguito in Turchia la diagnosi preimpianto degli embrioni delle due gemelline che hanno salvato il fratello Luca, guarito a 5 anni dalla talassemia grazie al trapianto di cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale. L’intervento, compiuto il 12 agosto a Pavia, aveva suscitato polemiche e imbarazzi proprio perché reso possibile dalla selezione degli embrioni, concepiti in provetta all’estero.

Fiorentino avverte: «È inutile che fingiamo di non saperlo. La selezione degli embrioni prima dell’impianto è l’unica via sicura per curare una terribile malattia ed è un modo certo per non dover poi affrontare un doloroso aborto, comunque permesso dalla legge».
Sottoporsi, a un passo dall’Italia, a un ciclo di fecondazione in vitro, che dura dai 15 ai 18 giorni, garantisce l’abbattimento dei costi. Prima che entrasse in vigore la nuova legge, la diagnosi preimpianto costava intorno ai mille euro mentre la fertilizzazione in vitro variava dai 2.500 ai 3.500 euro. Chi dopo marzo si è trovato costretto ad andare in Turchia ha dovuto sborsare 5.000 euro soltanto per la fecondazione assistita, e senza contare i farmaci e le spese di viaggio e di permanenza. A Bruxelles la parcella sale a diecimila euro, negli Usa raddoppia.
«Noi non ne facciamo un discorso di soldi - va avanti Fiorentino -, a noi interessa dare un contributo alla ricerca. La nostra gratificazione è vedere pubblicati i nostri studi sulle riviste specializzate: delle gemelline concepite a Istanbul ha scritto la Molecular Reproduction».

Il problema della ricerca, e dei forti limiti imposti dalla legge numero 40 del 2004, è sentito da tutti coloro che hanno a che fare ogni giorno con le malattie genetiche. Lo conferma il professor Giovanni Monni, primario di ginecologia al Microcitemico di Cagliari. In una regione, la Sardegna, che ha l’infelice primato di 1.500 talassemici, il 20% dei malati italiani. Con un cittadino su otto portatore sano della beta talassemia (tra due coniugi portatori il rischio di avere un figlio malato è del 25%). Monni sospira: «Abbiamo le mani legate. Fino al 10 marzo avevamo fatto già 44 diagnosi preimpianto: eravamo pronti per due o tre alla settimana. Adesso continuiamo a eseguire la villocentesi, ma senza più poter studiare la compatibilità in vista di un trapianto. E tutto ciò perché adesso questa ricerca è bollata come eugenetica. Malgrado l’Organizzazione mondiale della sanità lo abbia detto chiaramente: eugenetica significa selezionare caratteristiche come il colore dei capelli o degli occhi. Non possiamo neppure suggerire ai nostri pazienti di andare all’estero. Rischiamo di essere radiati dall’albo».



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Chissà se ha la bandana in testa ... (poi dice che non era una visita di stato)

GB: NOMINATO NUOVO GIULLARE DI CORTE DOPO CIRCA 350 ANNI
LONDRA - Dopo oltre 350 anni la Gran Bretagna ha di nuovo un suo giullare di corte, che girera' il paese intrattenendo le folle con balli, canti e gag di vario genere. Si chiama Nigel Roder, ha 37 anni ed e' un ex insegnante di matematica. Il recupero dell'antica professione, estinta nel Regno Unito dopo la decapitazione di Carlo I ad opera di Oliver Cromwell nel 1649, e' dovuto a una iniziativa dell'ente pubblico English Heritage, che promuove e difende le tradizioni locali. Un'inserzione pubblicata recentemente sui giornali richiedeva ''un giullare di aspetto allegro e gia' in possesso di tutta l'attrezzatura necessaria (compresi i campanelli)''. All'annuncio hanno risposto in sette, ma alla fine l'ha spuntata Roder. ''E' un lavoro fatto apposta per me. Sono sempre stato bravo nell'intrattenere la gente'', ha commentato il neogiullare che guadagnera' circa 300 euro per ogni apparizione e lavorera' il prossimo anno da marzo a ottobre. Il suo compito sara' far ridere. In passato, i giullari che non ci riuscivano potevano anche essere condannati a morte. ''Dovra' provocare e far divertire. Anche se non dovesse far bene, comunque non rischia la decapitazione'', ha detto una portavoce di English Heritage.


Un post di Mixumb delle 09:48 copio & incollo · commenti (2)

 

It showers, government thief

C'è in giro una simpatica storia su quanto il Bushbashing stia imperando. Succede anche in America, con buona pace di tutti coloro che sostengono l'impossibilità di un americano di essere antiamericano (che basterebbero le ultime parole di Noam Chomsky per spiegare quanto sia sciocco): perchè ritengo, eccome, che inventare di sana pianta notizie false, mistificare e stravolgere la realtà, interpretare piroettando sulle punte dei piedi come personaggi tipo Zucconi su Rep o tutta la redazione del tg3 insegnano (per non parlare del Furioso Tenente Colombo, che pure ci ha costruito la sua ricchezza su quel paese quando era un "servo di Agnelli", ma sic transit gloria mundi e si ritrova oggi a travestirsi da noglobbal con tanto di lacca sui capelli rigorosamente responsabile di una buona percentuale di buco dell'ozono) sia antiamericano, quando riguarda l'attuale presidenza degli USA. Per inciso, io non credo ai sondaggi come fossero oro colato. Ma certo che stiamo a + 9 per Bush, ora come ora. Vedremo a novembre: se dopo aver vinto le elezioni del 2000, le elezioni di mid term, molti governatorati in fondamentali e popolosi stati e poi - come credo avverrà - anche le elezioni del 2004 ci sarà ancora gente con il trip che "Bush non è l'America", sarà da organizzare qualche premio "testa fra le nuvole" da sorteggiare tra i lisergici nostalgici di un mondo che non c'è, se non nella loro capoccia. Con o senza lacca da Verdurin, con o senza passamontagna a coprire la faccia.

Insimma, la notizia è che la CBS, e più precisamente il prestigioso Dan Rather e la altrettanto prestigiosa trasmissione "60 minutes" (se avete il satellite la potete vedere su raisatextra la domenica notte), hanno preso una topica bella grossa: è una storia di falsi memo attribuiti a George W Bush e di Times New Roman del 1973, tutta da leggere. E chi l'ha svelata ? Un blogger, il mitico Charles Johnson di Little Green Footballs. Dal che si conferma come per quanta disinformazione possa circolare nei canali ufficiali - e ne circola a tonnellate - piccoli davide possono sempre colpire giganteschi golia, ed i loro tentativi di orientare l'opinione pubblica. Ne parla qui Mark Steyn, qui William Safire, qui il Wall Street Journal.

E per concludere, una citazione dotta per una rapida comprensione della vicenda: come dice Paola Ferrari a novantesimo minuto, CI DICE TUTTO AllahPundit (erano aaagnni che sognavo di scriverlo).

Un post di Mixumb delle 07:23 i love america · commenti

lunedì, 13 settembre 2004

 

I'll no more wake up in the city that never sleeps

E' morto nella sua casa di New York a causa di un infarto all'età di 76 Fred Ebb, famoso per aver scritto la canzone "New York, New York" interpretata tra gli altri da Frank Sinatra e Liza Minnelli.

Ebb non era famoso solo per la canzone che è diventata simbolo della città, ma anche per la stesura dei dialoghi dei capolavori dei musical di Broadway come Cabaret e Chicago.

Riportiamo l'immortale testo della canzone scritta da Ebb nel 1977:

New York New York

Start spreading the news
I'm leaving today
I want to be a part of it, New York, New York
These vagabond shoes
Are longing to stray
And make a brand new start of it
New York, New York
I want to wake up in the city that never sleeps
To find I'm king of the hill, top of the heap
These little town blues
Are melting away
I'll make a brand new start of it
In old New York
If I can make it there
I'll make it anywhere
It's up to you, New York, New York.

I want to wake up in the city that never sleeps
To find I'm king of the hill, top of the heap
These little town blues
Are melting away
I'll make a brand new start of it
In old New York
If I can make it there
I'll make it anywhere
It's up to you, New York, New York.

Questo blog deve il suo nome ad un tributo alla sua più famosa composizione. No more "vagabond shoes".
























Un post di Mixumb delle 20:31 copio & incollo, i love america · commenti

domenica, 12 settembre 2004

 

Mel Martínez and the American Dream 

Carlos Alberto Montaner for The Miami Herald

In the early 1960s, thousands of Cuban families made the painful decision to let go of their children to prevent the recently installed communist dictatorship -- then engaged in the brutal construction of the ''new man'' -- from seizing moral and educational control of their children's lives.
From 1960 to 1962, aided by the Catholic Church, 14,000 children and teenagers arrived alone in the United States and were hurriedly placed in schools and foster homes until they could be reunited with their parents. In many cases, months elapsed before that reunion; in others, years. Some, like my friend Jorge Viera, never saw their parents again.
This distressing episode is known as ''Operation Pedro Pan'' and is notable for the disproportionate number of successful Cuban Americans who emerged from their traumatic experience. Among them are the extraordinary composers Willy Chirino and Marisela Verena, singer Lissette Alvarez, writer Carlos Eire, super-businessman Armando Codina and editor Frank Rodríguez.
It is likely that the loneliness and the uprooting, far from weakening the character of these youngsters, served to harden them and forge within them a greater sense of responsibility.
One of those ''Pedro Pans'' -- intelligent, tall, thin and bronzed -- was named Melquíades (Mel) Martínez. Then 15 years old, he was a devout Catholic, played baseball with some skill and came from Sagua la Grande, a small town in central Cuba.
Bilingual and bicultural
In October 1962, a few days before the Missile Crisis, Mel boarded a plane for Miami, unaware that very near his home the Soviets had placed nuclear missiles ready to attack the United States.
Martínez's story is now told by almost every U.S. newspaper. He has just won the Republican Party primary in Florida and is a candidate for the U.S. Senate. Until a few months ago, he was a member of President Bush's Cabinet as secretary of housing and urban development. Earlier, he had been the county executive of Orange County.
Martínez studied law, married an American and integrated himself into U.S. society without abandoning his Hispanic roots. He is bicultural -- he speaks Spanish and English without an accent -- and, with plenty of reason, insists jubilantly that the American Dream does exist and that it is attainable. His very life is proof of that.
If he wins the election on Nov. 2, he will be the fourth Hispanic in the history of the United States to become a U.S. senator [all the others have been from New Mexico] and the first Cuban American to achieve that honor. Apparently, he has a good chance to win. Florida already has had a governor surnamed Martínez.
The American Dream is not exactly material success. It is something a lot more important -- the equivalent of a curious statement that appears in the Declaration of Independence of the United States: the right to pursue individual happiness. The idea implicit in that phrase is that, if you respect the rules of the game and channel your efforts in a freely chosen direction, you can achieve and preserve the happiness that you have sought with such determination. It is a relationship between cause and effect that generates in people the immense satisfaction of having successfully accomplished the mission they chose.
Curiously, those who can best understand the link between ''the pursuit of happiness'' and the American Dream are the immigrants such as Mel Martínez. Many Americans take for granted what to an immigrant is extraordinary.
The European Jews who escaped the Nazi insanity and miraculously reached the United States, the Cubans who fled from Castroism, the Nicaraguans who were exiled by the Sandinistas and the Venezuelans who now evade the chaotic government of President Hugo Chávez know that in their countries of origin there was no guarantee that studying, working hard and obeying the law would lead to some form of happiness or family security. The fragility of the rule of law constantly endangered all personal achievements.
Fruits of their labor
In those countries, being a hard-working and decent citizen did not guarantee the right to one's property, to one's dignity or even to one's life. Any demagogue who would invoke the sacrosanct word revolution could destroy with impunity the dreams attained by thousands of people after many years of hard work. What Martínez and millions of other immigrants found in the United States was a society where nobody could take away the fruits of their labor.
Will Martínez reach the Senate? I don't know. The U.S. Senate is an institution of white, generally rich men, and Martínez's Democratic opponent, Betty Castor, is a worthy and renowned educator. But Martínez is an immigrant who aims to succeed. Such people are not easy to stop on their way to the top.
















Un post di Mixumb delle 09:01 copio & incollo, i love america · commenti

sabato, 11 settembre 2004

 

Two Thousand One, Nine Eleven

Questa poesia fu scritta da un anonimo nei giorni successivi l'11 settembre 2001, quando non si era ancora certi del numero delle vittime degli attentati, e si pensava fossero più di 4.000. E' stata pubblicata sul libro di Peggy Noonan dal titolo "A heart, a cross and a flag".

 

 

 

 

 

 

 

 

Two Thousand One, Nine Eleven

Four thousand plus enter heaven.

A bearded man with stovepipe hat

Steps forward saying, “Let’s sit and chat”.

 

They settle down in seats of clouds

And a man named Martin shouts our proud

“I have a dream !” And once he did,

The Newcomers said, “your dream still lives”.

 

Groups of soldiers in blue and gray

Others in khaki, and green and say

“We’re from Bull Run, Yorktown, the Maine”.

And the Newcomers said, “You died not in vain”.

 

From a man on sticks one could hear

“The only thing we have to fear –“

And a Newcomer said, “We know the rest,

Trust us sir, we’ve passed the test”.

 

“Courage doesn’t hide in caves

You can’t bury freedom in a grave,”

The Newcomers had heard this voice before

A Yankee twang from Hyannis shore.

 

A silence fell within the midst

And somehow a Newcomer knew what this

Meant time had come for her to say

What was in the hearts of the four thousand that day.

 

“Back on Earth, we wrote reports,

Watched our children play in sports

Worked our gardens, sang our songs

Went to church, walked along.

We smiled, we laughed, knew love and hate,

But unlike you we were not great”.

 

The tall man in the stovepipe hat

Stood and said, “Don’t talk like that.

Look at your country, look and see –

You died for freedom, just like me”.

 

Then, before them appeared a scene

Of rubbled streets and twisted beams

Death, destruction, smoke and dust

And people working because they must.

Hauling ash, lifting stones,

Knee deep in hell, but not alone.

 

“Blackman, Whiteman, Brownman, Yellowman

Side by side helping their fellow man !”

So said Martin, as he watched the scene. Then:

“Even from nightmares, can be born a dream”.

 

And down below three fireman raised

The colors high in the ashen haze

The soldiers above had seen it before –

On Iwo Jima in ’44.

 

The man on sticks studied everything closely

Then shared his perceptions on what he saw mostly

“I see pain, I see tears,

I see sorrow – but I don’t see fear.

 

“You left behind husband and wives

Daughters and sons and so many lives

Are suffering now because of this wrong.

But look very closely. You’re not really gone.

 

“All of those people, even those who’ve never met you

All of their lives, they’ll never forget you

Don’t you see what has happened ?

Don’t you see what you’ve done ?

You’ve brought them together, together as one”.

With that the man in the stovepipe hat said

“Take my hand,” and from there he led

four thousand Newcomers on into heaven

On this day, two thousand one, nine eleven.

Un post di Mixumb delle 01:06 i love america · commenti (1)

mercoledì, 08 settembre 2004

 

Parliamone

Mi capita, con l’avvicinarsi dell’11 settembre, che un velo di tristezza e di cupissima inquietudine si impossessi di me. La vita va, la vita è bella, solitamente in questo periodo ci si rituffa nel lavoro e si è troppo presi da tutto per fermarsi. In questo caso, nel mio caso, è anche una cura per non farsi sopraffare da questo male dell’anima che sale e salirà fino a sabato, e poi piano piano riscenderà per rimanere tra la gola ed il cuore, lì dove non fa male ma fa sapere che c’è, e risalirà tra un anno per un nuovo anniversario di dolore.

Ma il dolore in questi giorni è forte per tante, troppe vicende che accadono nel mondo, e che in fondo uniscono per un attimo pacifisti e non pacifisti, filoamericani ed antiamericani, belli e brutti e insomma tutti noi: i bambini no, i bambini, no. Non così, non torturandoli nella cattiveria, non guardandoli negli occhi. Mettere una bomba sarebbe stato meno crudele di quello che è accaduto: perché chi non è morto serberà per sempre nel suo cuore la paura e l’incredulità per ciò che gli è accaduto, e non è e non sarà una condizione da augurare a chicchessia, comunque la pensi. La vendetta inseguirà molti dei superstiti come i criminali che li minacciavano li hanno inseguiti armati e pronti ad ucciderli, e molti di loro troveranno sollievo solo nel farsi esplodere a fianco a qualcuno, probabilmente incolpevole, solo perchè di nazionalità dei terroristi di oggi. Poi, noi che su questo ci siamo uniti ci ridivideremo accusandoci, insultandoci, compatendoci.


La Cecenia, insomma. Allora, mettiamola così. Parliamone, amici. Questo è un piccolo blog, perché piccolo è il talento ed il tempo che il titolare ha e gli dedica, e non per colpa di altri. Lo chiedo a tutti coloro che passano di qua: parliamone. Comincio io, chè così poi lascerei parlare voi. Butto lì alla rinfusa.


- Olivier Dupuis ha molti meriti, tutti nei confronti della causa cecena, ma anche molte colpe, tutte nei confronti della causa radicale.

- Non posso non menzionare e ricordare e si, profondamente rimpiangere Antonio Russo. Antonio, da lassù sarai più triste di tutti noi. La foto di questo post ti ritrae insieme a quei bambini che non puoi più difendere, ucciso da coloro che oggi sono a pieno titolo tra le vittime e domani ritorneranno dall'altra parte della staccionata.

- Giudico spericolati, mirabolanti e profondamente falsi i parallelismi che ho letto tra Usa e Russia in questa situazione. Molte, moltissime le differenze; poche, pochissime le similitudini.

- Nonostante ciò, ritengo un gravissimo errore l'appoggio incondizionato promesso a Putin da George W. Bush. Lo ritengo, insieme ad una sottovalutazione del dopoguerra in Iraq, il suo più grave errore di politica estera. Ugualmente, lo supporto, lo voterei e so che vincerà e credo che sia la cosa migliore che possa accadere. Ma qui, così, grave errore.

- Niente, niente, niente potrà mai giustificare né perdonare quello che è successo a Beslan.

- Il fatto che Putin abbia fatto il Putin da troppo tempo a proposito della Cecenia non salva, non permette, non lascia spazio a spiragli di relativismi nella condanna per i fatti di Beslan.

- Il fatto che Beslan non sia giustificabile non salva, non permette e non lascia spazio a spiragli di relativismi nella condanna per le centinaia di migliaia di morti sulla coscienza di Putin che ha voluto, fomentato, incrementato la seconda guerra russo-cecena.

- So che su questo probabilmente si incrina un fronte di persone con le quali condivido pressoché totale identità di vedute su tutto ciò che in politica estera accade da parecchio tempo, identità di vedute che considero un piacere, un onore, un orgoglio, una giusta e sacrosanta posizione e che ovviamente rimane intatta e anzi rafforzata in ciò che diciamo e scriviamo.


Soprattutto, leggete il pezzo di Adriano Sofri qui sotto che se ho capito bene andrà su Repubblica domani, che copio&incollo dal blog di Luca Sofri, suo figlio (Luca, spero di non trasgredire ad alcuna regola della quale non sono a conoscenza e di non fare cazzate nel copiare&incollare il tutto: nel caso, perdonami e ti prego di credere alla mia buona fede). E' lungo, ma è un dono di sintesi e verità, di leggerezza e amore, di tristezza e impotenza. Ragazzi, davvero, che povero, piccolo, infelice paese è quello in cui oggi Adriano Sofri debba rimanere in galera perché povere, piccole e infelici persone possano far sentire tutti noi un po’ in galera insieme a lui.

 

LA STORIA DI UNA CATASTROFE - di Adriano Sofri - Repubblica, 9 settembre 2004

 

Ecco che tutti si sono messi in cerca dell’islam moderato. Col lanternino, perchè quasi ciascuno dice che ci sia, dove sia nessuno lo sa. Neanch’io, ma mi pare di sapere che cosa sia il suo più prezioso equivalente, e dove sia. Dove fosse, piuttosto. Era nell’Afganistan monarchico, prima. In Bosnia, prima. In Cecenia, ancora poco fa. E’ in Turchia, chissà se ancora abbastanza a lungo da scuotere le pensose autorità europee. E’ in Iran, ancora mimetizzato dai chador. E’ nelle donne che vanno a testa alta nelle strade di Algeri, in Khalida Messaoudi che l’ha tenuta alta anche nei giorni delle teste mozzate, e ora si è compromessa, secondo gli schizzinosi, andando al governo. A meno che si intenda quel pugno di personalità intellettuali laiche e anche religiose che aspirano a una riforma della loro legge e della loro fede e pagano con la galera un amore per la libertà, e meriterebbero di diventare i nostri eroi, a meno di quelle testimonianze inermi, l’islam moderato non è che la gente di nascita musulmana che vive prendendosi una libertà personale, di pensare, di parlare, di abbigliarsi e pettinarsi e radersi, di votare, di scegliersi per amore. Questo è l’islam moderato in cui bisogna riconoscersi, oltretutto perchè ci assomiglia, assomiglia alla parte migliore di noi. Mentre facciamo chiasso attorno alla fata morgana dell’islam moderato, quello vero, quel modo di vita e di convivenza, ci scompare sotto gli occhi. Lo sprofondamento cominciò nell’Iran di Khomeini, che presentò il suo lugubre conto sciita all’occidentalizzazione forzata dei Pahlavi. Poi è continuato, seguendo quell’oscillazione forzata del pendolo. Nell’Afganistan dei talebani, suscitato dall’invasione sovietica. (Chi ha voglia di ricordare, oggi, che i capi degli indipendentisti ceceni erano in prima fila nell’Armata Rossa in Afganistan?) Oggi, a Kabul almeno, qualche breccia si è aperta nella grande galera in cui i talebani avevano sigillato donne e bambini. In Bosnia si lasciò che l’odio razzista e urbicida facesse fuoco così a lungo da spalancare campi di addestramento ed edifici di culto fanatico a Iran, Arabia Saudita e altri disinteressati finanziatori. E non era facile, se si ricordi che riparo della convivialità cosmopolita ed europea era Sarajevo, e che i musulmani di Bosnia sono diversi dai cristiani jugoslavi solo per l’accidente storico di una conversione religiosa. La Cecenia di pochi anni fa vedeva concorrere tre modi di governo sociale: la legge laica dello Stato, la legge patriarcale tradizionale del teip, la legge coranica. L’ultima era la meno influente, e solo qualche maniaco auspicava l’avvento della sharia. L’islam ceceno era recente, e messo al servizio di una causa nazionale e anzi transnazionale, come quella dell’autonomia del Caucaso del Nord. Era famosa la Cecenia, nei trattati etnologici, per la diffusione di confraternite iniziatiche dell’islam mistico, la Naqshbandiya, la Qadirya, niente a che fare col wahhabismo –che arriva a far proselitismo coi soldi, assai prima che con la dottrina. Del resto quando arrivavate in Cecenia, e andavate in cerca di sufi adepti di Naqshbandia e di Qadirya, a meno che aveste il fiuto affinato di un vecchio professore di storia delle religioni, stentavate a trovarne le tracce. L’islam fu richiamato in servizio nella mobilitazione contro l’impero sovietico che si disfaceva, ma il presidente Dudaev sfotteva i neofiti fasciati dalla benda verde mandandoli ad arruolarsi nella marina del Caspio. Nella prima guerra cecena –la prima di questi dieci anni, che ne hanno ospitate due e ne annunciano una terza- e dopo la sua conclusione, l’islam restò dietro alla rivendicazione nazionale, e gli arabi “afgani” come l’emiro Khattab erano pochi, sopportati dai loro ospiti d’arme, malvisti dagli altri. Alla fine il trentenne Shamil Bassaev non sapeva ancora che cosa fare di sè: il più eroico patriota caucasico, il più temuto terrorista mondiale, il presidente della repubblica (primo ministro era già), il mercante di computer, il giocatore d’azzardo coi servizi russi, il contrabbandiere di petrolio, o chissà che altro. L’islam era solo una delle sue devozioni, e più moderata di altre mondanissime. Assai più laico era Aslan Maskhadov, che era stato, come Jokhar Dudaev, un alto ufficiale sovietico, poi il comandante militare della resistenza antirussa, e nel 1997 il presidente regolarmente eletto della repubblica di Ichkeria. Era invece islamista bigotto, e legato a quei paesi del Golfo dove l’anno scorso i sicari di Mosca l’hanno assassinato, Zelimkhan Jandarbiev, e fu battuto di gran lunga nelle elezioni.
La svolta venne nel 1999, quando Bassaev e Khattab compirono la grottesca invasione del confinante Daghestan, isolata dentro quel paese, che è il più straordinario crogiolo di popoli e lingue al mondo, e conclusa di lì a poco con una ovvia disfatta. Fu il segnale che aspettavano il Cremlino e il delfino Putin, e i capi militari russi umiliati dalla sconfitta e decisi comunque alla vendetta. Da allora Bassaev ha cessato di essere il redivivo Shamil, l’eroe della sua gente, e l’ha presa sempre più in ostaggio delle proprie gesta oltranziste. La sua gente, e i capi più prudenti, compreso Maskhadov, ostile al terrore contro i civili, desideroso di un negoziato e, da un certo momento in poi, di un’interposizione internazionale che disarmasse ambedue le parti, rinviando sine die la questione dell’indipendenza.
Mi è difficile ricapitolare la storia di una catastrofe, con l’animo dell’aderente alla minuscola e sempre più disperata confraternita dei difensori europei della vita e della dignità dei ceceni, frustrate Cassandre. Il distratto ascolto pubblico tende ad attribuire a questi pazzi di Cecenia una faziosità o una intransigenza che sono da loro lontanissime. E non solo perchè amano la Russia. Essi sono realisti, misurati. Vladimir Putin ha messo insieme nel suo pugno forte l’eredità dello zar e quella del Kgb; ha costruito sulla sfida dell’annientamento della Cecenia la sua ascesa; ha manomesso televisione e stampa libere con i metodi più spicci (anche a non voler considerare la sequela di assassinii di giornalisti indipendenti); ha espropriato con gli stessi metodi la concorrenza degli oligarchi; ha imposto in Cecenia elezioni e referendum farseschi. Tuttavia Putin è il presidente della Federazione Russa (anche dei ceceni, sapete). Dopo la trionfale rielezione, non aveva più avversari che potessero fargli ombra: e perfino questa sua onnipotenza ha indotto noi, i pazzi per la Cecenia, e forse lo stesso Maskhadov, a sperare che Putin aprisse finalmente una trattativa nella quale non aveva niente da perdere, e tutti avrebbero guadagnato la fine della carneficina quotidiana di ceceni e di russi. Non è successo, al contrario. L’abietta impresa di Beslan ha messo una pietra sopra ogni spiraglio di umanità. Ma già prima la speranza in un negoziato che isolasse Bassaev era morta. Putin ha voluto rinnovare l’investimento nelle milizie squadriste di Ramzan Khadirov e in un nuovo presidente filorusso, Alu Alchanov, il quale si è premurato di dichiarare una guerra senza quartiere a Maskhadov, tornato nella morsa degli attentati di Bassaev, e rassegnato a dare l’addio alla proposta di smobilitazione controllata dall’Onu. La proposta era stata sostenuta dai radicali e specialmente da Olivier Dupuis, e da adesioni significative nel parlamento europeo, benchè del tutto inadeguate alla sua ambizione. Eppure, provate a ripensare, dopo che Beslan ha spalancato l’inferno del Caucaso davanti agli occhi del pubblico, all’importanza di episodi e segni che rimasero pressochè inosservati. Membri del governo Maskhadov in esilio, da lui autorizzati, come il ministro degli esteri, Ilias Akhmadov, o della sanità, il medico Umar Khambiev, che si pronunciano in favore della nonviolenza anche dove la resistenza armata sia legittimata dall’occupazione di una potenza militare schiacciante. Manifestazioni toccanti, come la partecipazione a un digiuno per l’ingresso delle donne nel governo provvisorio afgano da parte di civili ceceni profughi nei tristissimi campi dell’Inguscezia. Episodi di rottura aperta fra Maskhadov e Bassaev. Segnali come questi avrebbero potuto eccitare la commozione e la premura dell’opinione e delle autorità europee, per non dire delle Nazioni Unite, così dolorosamente chiamate in soccorso. Non è avvenuto. Si dice che la compiacenza verso Putin, così spericolata nel nostro Berlusconi, spieghi questa ottusità, nemmeno incrinata dall’evidenza di un genocidio. E’ vero, ma temo che prima ancora ci sia una più gratuita distrazione, l’abitudine a voltare la testa dall’altra parte, delle persone e delle autorità: ora una mano assassina ce l’ha afferrata, la testa, e ce l’ha schiacciata dentro il sangue degli scolari e delle madri e delle maestre di Beslan, e non ce la facciamo a tenere gli occhi aperti. I radicali hanno idee grandiose e forze poche: bisognerebbe prenderli sul serio, quando la loro sola disponibilità induce genti guerriere per tradizione antica, ma finalmente stanche di guerra, e consapevoli dell’impossibilità di vincere con le armi, a cercare un’altra strada. E’ successo con i ceceni, e anche con gli uiguri del Xinjiang cinesizzato, con i Montagnards vietnamiti, con altre minoranze combattive e spossate. La nonviolenza, che è la più difficile e strenua delle forme di vita e di lotta, non è autosufficiente: non lo è neanche, e Gandhi lo sapeva, rispetto al ricorso alla forza. Può farne a meno a condizione di cercarsi alleati non per calcolo militare o economico, ma per la solidarietà nella buona ragione. Senza il sostegno internazionale, e in particolare europeo (il Caucaso è la culla dell’Europa), la nonviolenza, che è la più ardua delle rivoluzioni dovunque, e tanto più in un piccolo e maschio paese di fieri guerrieri, è una irrisoria chimera. Ci vuole un’audacia senza pari per pronunciare dalla Cecenia dei signori della guerra, dei teip rivali, dell’odio antirusso, le parole del disarmo, della trattativa, del rispetto per i civili, della nonviolenza. Alcuni fra i capi ceceni lo ebbero, e non per un breve momento. Putin continuò a chiamarli terroristi e sgherri di Al Qaeda: ridicola pretesa, che gli serviva a esigere l’appoggio del mondo intero, nel momento stesso in cui dichiarava la Cecenia un suo geloso affare interno, suo e dei suoi mercenari e torturatori.
Nella minuscola e desolata confraternita di pazzi della Cecenia, ebbi da tempo una speranza ancora più disperata. Ero persuaso che la trattativa non si sarebbe aperta, schiacciata fra il terrorismo ceceno, ormai travestito dal jihad islamista, l’oltranzismo gangsteristico dei capi militari russi, l’indifferenza e il cinismo dell’occidente. Oltretutto, la leggendaria unità cecena di fronte al secolare nemico russo era andata in pezzi. I resistenti moderati, come Maskhadov, sarebbero stati ributtati continuamente in braccio agli estremisti, che hanno dalla loro il vantaggio della spavalderia militare e della sfrenatezza morale, così da isolarsi dalla gente ma da sedurre le reclute sempre più giovani ed esasperate. Mi ero convinto che in Cecenia bisognasse sperare in una società civile pressochè inesistente, perchè i superstiti di quel popolo decimato sono un volgo disperso senza nome e senza voce. Una società civile, in quella patria del valor militare, vuol dire una società femminile. Le donne cecene sono piegate a un regime patriarcale rigido, sul quale l’islamismo ha impresso un violento giro di vite. Ma sono fiere, colte e capaci di una forte libertà. Obbediscono ai loro uomini –fin dai figli maschi neanche adolescenti- ma non con una sottomissione servile, bensì con una misteriosa superiorità, la docilità amorevole di sorelle e mogli e madri che sanno come gli uomini di tutte le età siano infantili e prepotenti, e non ci si può far niente: scherzarci su nelle cucine da cui i maschi restano fuori. Nei campi dei rifugiati, nelle cantine rovinate delle città, nelle case assediate dai sequestratori e dai razziatori, le donne vedono il consumarsi di una follia: a loro è riservata la debolezza del pianto, ma anche l’intelligenza delle cose. Gli uomini fanno la guerra. Se qualcuno –l’occidente, l’Europa, i volontari, gli amanti della pace, le madri russe- trovasse il modo di dare la parola alle donne cecene, ne troverebbe una capace di gridare su quel campo di rovine: “E’ tutta una pazzia”, e mostrare il re nudo. Lo so, non succede. Vedo che cosa succede: un mondo che uccide i bambini ogni giorno, ma lo mette nel conto dei danni collaterali, ed ecco che passa a sterminare i bambini prendendo bene la mira. Non è successo che la sapienza e il coraggio delle donne cecene abbia trovato un altoparlante in cui gridare: “E’ tutta una pazzia”. E’ successo, invece, che alcune tra loro abbiano preso un posto di nero spicco, cinte di esplosivo, spesso orfane o vedove o orbate di fratelli e figli, a volte incinte, e ora infine assassine suicide di bambini al primo giorno di scuola. Così le donne hanno reclamato la loro lugubre parte in tragedia. Oppure, bandite per aver subito l’onta dello stupro russo, sono mandate a purificarsene nella strage suicida.
Ci riguarda? Non ricordo una sola frase che l’Europa abbia saputo indirizzare alla gente cecena inerme, quando era sterminata, torturata, deportata, stuprata. Adesso possiamo lavarcene le mani. Possiamo dire che ormai è troppo tardi. Le donne cecene, erano loro l’islam moderato, prima che se ne parlasse tanto. Adesso le donne cecene sono note al mondo come ragni spaventosi, vedove nere.








Un post di Mixumb delle 18:11 politica, copio & incollo · commenti (11)

martedì, 07 settembre 2004

 

Ecco perchè Alitalia può fallire

Grazie al preziosissimo lavoro di BlobGlob recupero e copio&incollo un fondo da incorniciare di Alberto Alesina (che, non a caso, scrive dagli USA) sulla crisi Alitalia pubblicato su La Stampa di ieri.

Troppa paura del mercato - di Alberto Alesina

L'Alitalia non riesce a sopravvivere senza aiuti di Stato (diretti o indiretti) o senza usare trattati internazionali che ostacolano la concorrenza. Per questo deve uscire dal mercato, cioè deve fallire.
Ma appena si parla di fallimento, subito insorgono tre obiezioni, tutte fallaci. Primo: la perdita dei posti di lavoro. L'Alitalia (come le altre compagnie di bandiera di altri Paesi europei) storicamente ha goduto di vari sussidi dal contribuente e ha potuto fissare tariffe elevate in mercati protetti dalla concorrenza. Non appena i mercati si sono un po' liberalizzati anche in Europa, l'Alitalia è colata a picco. Se uscisse dal mercato la domanda dei viaggiatori verrebbe soddisfatta da altre compagnie più efficienti, con tariffe più basse. Il mercato aereo si espanderebbe (più viaggiatori potrebbero permettersi i prezzi più bassi) e l'occupazione aumenterebbe. Certo, quella parte di assistenti di volo famosi per la loro scortesia e supponenza e quella parte di piloti sempre abbronzati che lavorano una manciata di ore al mese quando non scioperano, avranno difficoltà a trovare lavoro se non cambiano atteggiamento. Quei dirigenti che sanno gestire solo imprese protette dalla concorrenza dovranno rivedere i loro libri di business school. E' l'occupazione di questo tipo di assistenti di volo, piloti e dirigenti che vogliamo difendere? Si tratta di scegliere fra insider privilegiati e outsider discriminati.
La seconda obiezione è che certe tratte (Milano-Roma) senza l'Alitalia potrebbero non essere servite a sufficienza. Nell'Unione Sovietica dei programmi quinquennali si pianificava l'offerta di beni e servizi a tavolino; i risultati li abbiamo visti. In un sistema di mercato, domanda e offerta si incontrano nel punto in cui l'una soddisfa l'altra. Se l'offerta di voli Milano-Roma fosse insufficiente qualche altra compagnia entrerà in questo mercato. Se invece, senza Alitalia, i voli Milano-Roma diminuissero, significherebbe che oggi ce ne sono troppi.
La terza obiezione è che un Paese «deve» avere la sua compagnia di bandiera per motivi (immagino) nazionalistici. Io credo che sia meglio riversare il nostro orgoglio nazionale su quegli atleti degli sport «poveri» (cioè non i calciatori) che hanno vinto tante medaglie ad Atene e lasciare l'Alitalia al suo destino. Gli Stati Uniti spesso (a torto o a ragione) criticati per la loro arroganza nazionalistica non hanno mai avuto una compagnia di bandiera e non ne sentono la mancanza. Al contrario negli Usa la concorrenza nel mercato aereo è feroce. Molte compagnie sono fallite, tra l'altro proprio quelle vittime di organizzazioni sindacali di piloti ed assistenti di volo intransigenti. Altre invece hanno avuto straordinari successi.
Le obiezioni al fallimento dell'Alitalia sono il risultato di una cultura che vede nel mercato un mostro da imbrigliare, una visione che accomuna cultura marxista, cattolica e destra sociale, le tre componenti che rappresentano il 95% delle radici della nostra classe politica. Tanto di guadagnato per assistenti di volo, piloti e dirigenti Alitalia; tutto da perdere per viaggiatori e contribuenti. Mario Monti ha portato a Bruxelles una ventata di liberismo e di difesa del mercato contro i sussidi pubblici alle imprese e avrebbe continuato a farlo. Naturalmente il nostro governo ha pensato subito di sostituirlo; come si dice in inglese: «Le buone azioni non rimarranno impunite». Insomma, se tra sei mesi ci saranno ancora voli Alitalia o è successo un miracolo o anche il nuovo ministro del Tesoro Domenico Siniscalco ha perso la partita del liberismo.

aalesina@harvard.edu







Un post di Mixumb delle 08:32 politica, copio & incollo · commenti (7)

lunedì, 06 settembre 2004

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita ...

Certo non è un bel periodo per festeggiare. Ma che ci posso fare io se tra un 3 settembre di indicibili orrori per i poveri bambini dell'Ossezia ed una data simbolo come l'11 settembre c'è il 6 settembre ?

Oggi sono 35. Per festeggiare, una bella risonanza magnetica ...

Upgrade autocelebrativo (della serie "te stai a allargà"): raggiunti anche 100.000 accessi, tradotti in un migliaio scarso tolti i miei compulsivi refresh :)

Un post di Mixumb delle 06:41 personale · commenti (11)

venerdì, 03 settembre 2004

 

Fashion victims

E' che domani ho questo matrimonio ... no, non preoccupatevi, non è quello di Yaki e Lavinia

Vorrei vestirmi elegante, e ho un gran dubbio: la bandana, la metto oppure no ?

So'ddubbi amtletici ...

 

Un post di Mixumb delle 22:32 personale · commenti (2)

giovedì, 02 settembre 2004

 

Comunque vada sarà un disastro

Lo avete visto il video dell’uccisione dei dodici poveri nepalesi ? avete visto il corpo dell’unico di loro sgozzato che si contorceva, con la testa ancora mezza attaccata ? avete sentito il sibilo che all’inizio sembrava un cavallo che nitrisce e poi si rivela provenire da quel che resta del collo ? no? Bè, è per palati forti ma è istruttivo per quei campioni che insistono che “con l’Islam si dialoga” (con tutto l’Islam, Violante ? Ma come, abbiamo detto che generalizzare è sbagliato e per questo la Fallaci sbaglia, e poi con tutto l’Islam si dialoga ? Dialoga con quelli che sgozzano, dialogaci. Raccontalo al povero Baldoni, che a dialogarci ci avrà provato in buona fede fino all’ultimo incolpevole rantolo) e che “ci vuole la politica preventiva” (Fassino) il che vuol dire “non esportare la democrazia ma globalizzare i diritti civili in Medio oriente”: e grazie, e quant’è che lo si sta dicendo ? E di grazia, chi decide cosa sia diritto umano e cosa no, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ? Se è così piantatela di chiamare errore la liberazione di 25 milioni di persone da un tiranno sanguinario, se non è così dite quali siano i diritti da globalizzare, bene attenti a spiegare, dopo aver fatto la vostra lista di cose che dovrebbero fare gli altri, che differenza ci passa tra il fare ciò e l’esportare la democrazia occidentale.

Naturalmente, mi auguro che finisca bene. Spero davvero che rilascino i due ostaggi francesi, e che questi possano tornare sani e salvi a casa.

Tuttavia.

Detto che non addosso alcuna colpa ai due poveracci, i quali – come d’altronde tutti coloro che sono passati nella loro situazione, comunque ne siano usciti – sono stati strumentalizzati a dovere dai media e dalle politiche di tutta Europa … detto questo, temo fortemente che in qualsiasi modo si concluda questa vicenda, e speriamo che i due francesi sopravvivano a que