giovedì, 21 settembre 2006
Nomen omen
Il dg dello Charleroi cerca di svendere il club e propone una tratta di giovani africani. Si chiama Mogi (Bayat) ed assoluto protagonista di un nuovo scandalo che agita il calcio belga. (Tuttosport)
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domenica, 17 settembre 2006
On this day in American history: 9/17
Constitution Day
Oggi si celebra la firma della Costituzione degli Stati Uniti d'America, che si tenne il 17 settembre 1787.
Se capitate sulla East Coast e siete interessati alla Costituzione, non potete mancare una visita al National Constitution Center, a Philadelphia.
We, the People
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mercoledì, 13 settembre 2006
Nel caso, mi accontenterei del Tg2
Dovesse servire, rendo disponibile questo blog per un'intervista in ginocchio a qualche importante esponente governativo, nella quale assicuro massima serietà nell'accondiscendere silenziosamente qualora mi venisse detto una roba anche ben più clamorosa (certo, facile non sarebbe) dell'ormai celebre "Bye bye Condi".
Nel caso, mi accontenterei del Tg2
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20:45
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Freedom and Security: Counterterrorism and the Challenge of September 11,2001
Lunedì 11 settembre ho partecipato a due eventi relativi alla commemorazione dell'11 settembre.
Il primo è avvenuto in Piazza del Campidoglio, dove il Sindaco Veltroni e l'Ambasciatore Spogli hanno ricordato insieme alle molte persone presenti i caduti di cinque anni fa. Veltroni ha anche annunciato che presto verrà loro intitolata una piazza nella nostra città. Qui c'è il testo del saluto dell'Ambasciatore.
Successivamente ci siamo spostati al Centro Studi Americani, dove Joseph B. Bellinger, Consigliere legale del Segretario di Stato Condoleezza Rice, ha svolto - a fianco di Spogli e del Presidente del CSA nonchè Ministro dell'Interno Giuliano Amato - una relazione sulla lotta al terrorismo dopo l'11 settembre. Tra il pubblico l'ex Ambasciatore italiano all'ONU Vento, Massimo Teodori e molte altre personalità che spesso si incontrano ai sempre interessanti appuntamenti del CSA. La relazione del Consigliere Bellinger si trova qui.
Qui, invece, il numero di Spotlight USA dedicato all'11 settembre.
martedì, 12 settembre 2006
Memento
A futura memoria, perchè sulla realtà stanno vomitando in troppi.
L'unica strategia degli antiamericani per professione (in permanente servizio da 50 anni senza soluzione di continuità e con ricambio degno delle peggiori madrasse ideologicamente pervertite), di qualsiasi nazionalità essi siano, è che ciò che accade in Medio Oriente si risolve in 3 mosse: 1) riconoscimento della piena legittimità a fare strame dei minimi diritti di libertà, civiltà e democrazia, da noi acquisiti dopo secoli di buio e sangue, da parte di chi interpreta il Corano come un manuale di guerra; 2) fuga e scuse ufficiali da parte dell'Occidente (con promessa di non provare mai più ad immaginare che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo debba essere difesa ed applicata a tutti, secondo quella odiosa e sopravvalutata formula che tra l'altro recita "Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità") per qualsiasi intervento in Medio Oriente che non sia improntato a far diventare le truppe occidentali dei simpatici scudi umani a disposizione dei vari Hezbollah, Hamas, Achmadinejad e Giulietto Chiesa nel loro intento per niente mascherato di cancellare Israele dal mappamondo, senza se e senza ma; 3) due stati e due popoli in Palestina, dàlli all'invasore sionista e viva viva il ricordo del celebre pacifista Arafat.
Il tutto mentre Hamas, la controparte con la quale Israele dovrebbe dialogare, non riconosce la stessa Israele. E ben inteso, se il processo di pace non va avanti non è perchè la prima delle due parti non riconosce e vuole cancellare la seconda. E' colpa della seconda, comunque.
Sono lieto che esista ancora un po' di stampa libera, soprattutto oltreoceano, e sono lieto che esistano i blog, in particolare quelli che mille volte meglio e più spesso di me ricordano ciò, a futura memoria. Perchè se verremo conquistati, colonizzati, sconfitti, e riportati ad una civiltà preilluminista e oscura con l'insostituibile ausilio di quegli utili idioti che ci ritroviamo in casa e che consumano le nostre società come un cancro che da dentro ci divora, facendo ciò che già fecero per decenni col comunismo, sempre dalla parte sbagliata e sempre contro l'America: bè, se accadrà tutto ciò, ancorchè internet non sarebbe più libero come è oggi e le libertà nostre e dei nostri figli sarebbero molto limitate, sono certo che ci sarà il modo di ricordare com'era l'occidente prima dell'11 settembre e durante la guerra che ci è stata dichiarata, e che stiamo perdendo. Sono certo che ci sarà modo di ricordare, perchè come durante le dittature dello scorso secolo ci sarà sempre un porto sicuro, libero, democratico al quale approdare e nel quale rifugiare le ultime menti non asservite all'ideologia prima nazista, poi comunista, poi islamofascista: un porto che darà il benvenuto ai sinceri uomini liberi con una statua con in mano una fiaccola, che saluta il Paese più magnifico e giusto del mondo e la città più straordinaria che sia mai esistita.
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lunedì, 11 settembre 2006
Non vuol dire
Un'altra giornata di celebrazioni se n'è andata, con tante persone che sinceramente sono rispettose di ciò che avvenne, e tante altre che non hanno capito perchè non vogliono ascoltare il significato delle urla, delle fatwa, dei lucidi e folli proclami, degli editti di guerra, delle minacce che da 5 anni chi ci attacca ci sta vomitando contro con una chiarezza che non lascia alcun alibi.
Non vuol dire. Uccidere tremila civili innocenti non vuol dire avere voglia di fare un accordo. Terrorizzare della brava gente e minacciarla di farlo fino alla propria fine non vuol dire essere disponibili alla reciproca comprensione. Chiamare alla rivolta dirottando una religione millenaria e giustificando le peggiori nefandezze del mondo non vuol dire dimostrarsi un interlocutore affidabile. Incitare la propria gente a massacrare l'occidente americano non vuol dire avere gli stessi nostri sentimenti. Festeggiare la morte di inermi newyorchesi non vuol dire avere qualcosa da insegnarci. Inneggiare alla jihad contro infedeli e apostati non vuol dire condividere una cultura di tolleranza. Educare i propria figli al martirio non vuol dire avere la nostra stessa idea di libertà. Sostenere di amare la morte non vuol dire avere il diritto di essere equiparati a noi che amiamo la vita.
Questa è solo la finzione che alcuni di noi hanno inventato per paura, per codardia, per invidia, per vergogna, per egoismo, per ignoranza, per mancanza di lungimiranza, per inedia, per senso di impotenza, per comodità, per abitudine, per smarrimento, per inadeguatezza, per malafede, per razzismo, per cecità.
L'11 settembre non vuol dire "volemose bbene". E se avessimo, noi comodi europei, la volontà di fare un piccolo passo in avanti sulla strada dell'onestà intellettuale lo capiremmo subito. Oggi noi commemoriamo, molti di noi con una planetaria e incommensurabile faccia tosta, i morti dell'11 settembre. Tra di essi, c'è chi ha capito presto che con coloro che li stavano per uccidere non c'era da accordarsi, nè da dialogare, nè da capirli, nè da giustificarli. Sul volo 93 c'erano eroi, che ci insegnano che a trattare con il male non si ottiene nulla. Sono morti lo stesso, si dirà. Ma potevano scegliere tra il disonore e la morte, scegliendo il primo avrebbero avuto entrambi, e non hanno scelto il disonore: sono caduti con onore, hanno salvato chissà quante altre vite, hanno impedito al male di vincere. Nessuno di noi comodi occidentali sempre pronti a dare addosso agli USA potrà mai lasciare un così grande ricordo. Anche se qui c'è chi ha il coraggio anche l'11 di settembre di stuprare la loro memoria pretendendo di insegnare che avrebbero dovuto parlare, dialogare, trattare. Che con questa gente sarebbe questa la ricetta giusta.
L'11 settembre non vuol dire "volemose bbene". Vuol dire "Let's roll".
Questa è la differenza tra l'Europa e gli Stati Uniti d'America.
sabato, 09 settembre 2006
Ground Zero, 9/11
Sono passati 5 anni. Sono passati in fretta? Oggi stiamo meglio? Ma che c’entriamo noi, in Italia, in Europa, con New York? E loro come stanno? Si sono scelti lo stesso presidente sciocco, se la sono cercata, sono stupidi, sono americani, sono imperialisti … quante volte ho sentito e letto le stesse scemenze, le stesse malefedi sostenute con la stupida lucidità di chi ha trovato un modo per spegnere il cervello e abbandonarsi a quello che i politicamente corretti e moralmente superiori gli hanno iniettato per farli stare sereni … gente pericolosa per sé e per gli altri, per la quale il disprezzo è talmente forte che mi fa stare calmo, come quel film con De Niro in cui i malati di parkinson stavano talmente male che invece di muoversi in fretta risultavano catatonici.
Ground Zero è una ferita che non si chiude. Ci vado sempre, quando sono a New York, e rimango lì a guardare il buco. C’è un senso di unicità, a Ground Zero. Scendi sulla Broadway, finiscono le strade che incroci contraddistinte da un numero. Poi attraversi Soho, e intravedi già Church Street. Se guardi in alto, camminando verso downtown, ci sono grattacieli ovunque o quasi: ma poi, ad un certo punto, incontri i postini che escono dal loro quartier generale e sai che sta per succedere qualcosa nel tuo orizzonte. Succede in un momento, e avverti che sei lì. La gente passa e corre esattamente come altrove, ma tu vedi questo vuoto troppo grande per non essere riempito: non è un’area che velocemente riattrezzeranno per un parcheggio, o per un nuovo grattacielo, o per un complesso residenziale di lusso. Non è un angolo tra un palazzo ed un altro, è un cratere enorme, che disturba l’orizzonte al quale sei abituato perché non lo interrompe. E perché tu lo sai, eccome se lo sai, che lo interrompeva magnificamente.
Devi piangere, quando sei lì? Ti senti in imbarazzo? Cosa viene a fare la gente qui, a vedere un buco? Che facciamo, ci scattiamo una foto? E che faccia faccio, un sorriso pare brutto, forse un mezzo sorriso che vorrebbe esprimere solidarietà e dispiacere? Guarda, lì ci sono i nomi delle vittime, o meglio dei caduti, o meglio dei morti … ma come li chiamiamo quelli che non ci sono più per colpa di una folle ideologia perversa e una cieca dedizione all’odio? C’è gente che riprende con la telecamera tutta la serie di foto che ricorda come andò. C’è la bandiera, ovviamente, e c’è una poliziotta di guardia con la bandana a stelle e strisce che significa orgoglio, attaccamento alla patria, dimostrazione che la polizia di New York non si piega e onora coloro che non ci sono più: e tu lo sai, ma cosa vuoi andarle a dire che non le sia già stato detto? Ti avvicini commosso, e quando sei davanti a lei piangi, dietro di lei il buco e la bandiera. Lei ti guarda: questo potrebbe essere un malintenzionato, cosa vuole da me, e sappiamo che l’atteggiamento della polizia di New York è giustamente diffidente di principio. Ma lei ti guarda, sorride comprensiva, e ti dice che no, non sei il primo al quale capita tutto questo. Ti stringe la mano, e tu la ringrazi per tutto, e piangi come un bambino, e ti maledici tra i singhiozzi per non riuscire a spiegare quanto sei grato a lei, ai suoi colleghi, ai suoi concittadini, al suo popolo. Ti maledici perché sei così dannatamente invidioso, senza alcuna cattiveria, di chi condivide la magnificenza e la grandezza di essere cittadino americano, di vivere a New York, e di servire quella patria e quella città.
Fa caldo ora, come quel giorno. C’è il sole in alto ora, come quel giorno. Sei innamorato dell’America ora, più di quel giorno. Vorresti abbracciare i tuoi cari ora, come quel giorno. Ma guardi in alto, ti guardi intorno, vedi la bandiera. C’è un tipo che suona l’inno con un flauto, le tue orecchie allenate a quelle note lo percepiscono forte e chiaro tra i rumori: è un sollievo per il cuore gonfio di emozioni e sentimenti troppo grandi. Sudi freddo, stamattina quel simpatico inglese completamente tatuato che in Christopher Street ti ha marchiato per sempre il braccio sinistro con il simbolo IloveNY ti ha detto di non sudarci, ma come si fa? Chiudi gli occhi, e senti le lacrime che continuano a scorrere sulle tue guance. L’odore è indefinito, il suono è quello del traffico e dell’inno e della vita di New York. Sei con gli occhi chiusi, e pensi a quella mattina di 5 anni fa. Cerchi di rivivere la scena, che tante volte hai rivisto, che hai cercato da tutte le angolazioni chiedendoti perché ti facessi tanto male a rivederla così spesso, sei forse il più grande esperto di filmati sull’undici settembre che ci sia in Italia, li hai visti tutti, scaricandoli da internet o registrandoli dalla tv, comprando dvd. Da qui è arrivato il primo aereo, da lì il secondo. Quanto inconcepibile sarà stato vivere quei momenti? Come l’atterraggio di un’astronave aliena, qualcosa che la mente fatica a collegare con la realtà quotidiana qualsiasi. Uno shock, e poi i fogli che volano, ed i corpi che volano, la gente che scappa, ti sembra di sentirli passare accanto a te come fantasmi che non se ne andranno più, come coloro dispersi e mai più ritrovati che non daranno mai pace ai loro congiunti e che probabilmente sono la cosa più vicina ai fantasmi che il mondo reale possa partorire e concepire. Il panico, l’incredulità, l’incomprensione. La stranezza e l’inaspettato in un posto come Downtown New York dove tutto è programmato, e dove si programma di tutto. Gli occhi ancora chiusi, ti rimbombano nella testa le parole di Bin Laden, e di chi gli paragona Bush; dei vari kamikaze che lasciano i loro deliri ad una telecamera, e dei vari vigliacchi che fanno lo stesso ma in uno studio televisivo, seduti su comode poltrone con fuori l’autista che li aspetta per portarli nelle loro comode case, dove i loro figli non avranno coraggio ma nemmeno dubbi nel chiedere loro: perché l’hanno fatto? Lo rifaranno? Lo faranno qui? E come reagiremo se lo faranno? Come lo impediremo, e cosa faremo dopo?
Apri gli occhi, e sei a Ground Zero. La gente di fronte alle foto è cambiata, alcuni chiedono una foto a qualche turista, l’ufficio informazioni è aperto ma nessuno osa avvicinarsi. La poliziotta di colore con la bandana a stelle e strisce ti guarda, e tu guardi lei. Le vedi gli occhi e sai che lei vede i tuoi, ancora velati dalle lacrime. E sai, o forse speri e ti illudi di sapere, che sei riuscito senza parlare a spiegarle quanto le sei grato, quanto ammiri la polizia di New York, quanto ami questa città, quanto rispetti e sei grato a questo Paese. Ti incammini confuso e per un attimo non cogli la direzione da prendere, tu che a New York non sbagli mai strada: le gambe pesanti, il cuore di più, l’anima in pena, lo sguardo triste ma speranzoso. Sei a Ground Zero, sai che ci ritornerai sempre, ogni volta che verrai qui, sperando che siano tantissime. Rimpiangi di non avere mai visto le torri dal vivo, di non esserci mai salito, ricordi il racconto di tua madre e della cena con tuo padre al Windows on the world. Telefoni a tua moglie e a tua figlia, senza dar loro pensiero ti sforzi di essere allegro senza dire in che parte di New York ti trovi. Forse capiscono dove sei, da quante volte inconsciamente rubi ai caduti la frase che più spesso hanno detto lasciando messaggi nelle segreterie telefoniche o riuscendo a parlare con i propri cari prima che le torri crollassero: dici loro che le ami.
On this day in American history: 9/9
1776 The second Continental Congress makes the term ''United States'' official, replacing ''United Colonies.''
1850 California becomes the 31st state of the union
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mercoledì, 06 settembre 2006
Grazie America
Da oggi al 24 settembre a Roma, presso il Palazzo dell'Informazione a Piazza Mastai, c'è una mostra fotografica intitolata "Roma e il Mito Americano. Eventi e immagini" che presenta le fotografie contenute nel volume "Grazie America".
L'evento fa parte di un programma di iniziative molto interessante, se siete a Roma dateci un'occhiata.
Il programma è qui.
lunedì, 04 settembre 2006
On this day in American history: 9/4
Labor Day
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sabato, 02 settembre 2006
World Trade Center
Il film di cui tanto si parla l'ho visto lì dove andava visto, a New York. Devo dire che la sala era mezza vuota, con mia grande sorpresa, ed eravamo pur sempre sulla 42esima strada, nel bel mezzo del Theater District.
Le emozioni che suscita sono inevitabili, stante il fatto che chiunque abbia a cuore la democrazia occidentale (e ci togliamo dunque una larga fetta di Medio Oriente e molti utili idoti europei non pochi dei quali al governo in questo momento) non può non commuoversi quando si rivive, in qualsiasi modo anche molto meno in dettaglio di questo film, il vigliacco attacco terrorista alla civiltà americana, e dunque occidentale.
Il film è ben fatto, senza dubbio, dal punto di vista della costruzione dei personaggi. Stone, che ha molti scheletri nell'armadio (solo per citarne uno, l'incredibile documentario in ginocchio a quel despota che risponde - per fortuna ancora per poco - al nome di Fidel Castro), è comunque bravo nel suo lavoro: il che non vuol dire affatto che il suo lavoro sia sempre da applaudire. Stavolta non lo è, sebbene la scelta di stringere l'obiettivo sul salvataggio di due rappresentanti del corpo di polizia di NY (in realtà della Port Authority) abbia il suo perchè. La cosa migliore del film, a mio avviso, è la battuta di Nicolas Cage quando rivede la moglie: "tu mi hai tenuto in vita", le dice dopo tutto quello che ha passato, e c'è tutto l'amore del mondo in una frase che non è sdolcinata ma anzi è significativa. A lungo ho pensato se esistesse frase più ricca per raccontare a chi si ama l'intensità del proprio amore: mi sa di no.
Il problema non è tanto, o non solo, il fatto che metà del film si risolve nel dialogo tra i due, bloccati sotto le macerie: ci può stare e anzi va apprezzato il tributo a questi due eroi, che mentre tutti scappavano si offrivano di aiutare il prossimo. Il problema non sta nemmeno nella apparizione di Cristo con una bottiglia d'acqua in mano, che sinceramente non fornisce elementi interessanti alla storia: se si voleva citare il fatto che uno dei due poliziotti è rimasto vivo grazie alla sua fede si poteva fare - e sarebbe stato giusto farlo - in maniera meno pacchiana e rumorosa. Il problema è che non è moralmente accettabile fare un film del genere e non dire nulla, non spiegare affatto, non dare un minimo accenno a cosa sia successo e soprattutto perchè. Non si può limitare alla macchietta del marine qualsiasi riferimento a cosa avvenne l'11 settembre del 2001. Non si può girare un film su qualcosa di enorme come quel giorno che ha cambiato il mondo e far sì che se uno spettatore dovesse entrare a un quarto di film si troverebbe fino agli ultimi dieci minuti ad assistere ad una pellicola buona per qualsiasi disastro capitato in qualsiasi parte del mondo, e soprattutto per qualsiasi motivo, naturale o no.
Non si può fare un film intitolato World Trade Center e tacere sul fatto che non è un terremoto ma un attacco alla democrazia, che non è un evento naturale ma un atto terrorista, che non accade per caso ma perchè qualcuno nel seminare odio ha inteso uccidere gli innocenti cittadini di una innocente città.
venerdì, 01 settembre 2006
I love America
Non so da che parte iniziare. E’ la quarta volta che vado negli States, la terza a New York, ma quando poi torno in Italia è sempre la nostalgia che mi assale, e ogni volta mi scopro a chiedermi quando ci tornerò.
Viaggio bello, bellissimo. Di quelli che non potrò scordare. Viaggio difficile perché la mancanza di mia moglie e mia figlia si è fatta sentire molto, troppo.
New York, Boston, Philadelphia, Washington. Quattro città, un paio delle quali viste davvero con troppa fretta (8 ore a Boston, addirittura solo 6 a Philadelphia), e una bellissima, in parte inaspettata sorpresa: DC, la capitale. L’avevo vista per qualche ora lo scorso anno, ma stavolta l’ho girata abbastanza bene, anche se bisognerà tornare. Ma davvero, come fa chi odia l’America a pensare di potere anche solo minimamente intaccare la grandezza di un Paese che ha come capitale Washington DC? Washington è strepitosa, monumentale, impressionante, patriottica, viva, ordinata.
C’è da dire che, con le dovute differenze, ci sono cose che accomunano i luoghi che ho visto. Si tratta di grandi città. Non ho (ancora) visitato alcuna area suburbana, non sono stato nei piccoli centri dell’America rurale né nella Sun belt o sulla costa ovest, mi mancano naturalmente moltissimi segmenti della civiltà americana per poter pensare di avere una conoscenza adeguata: ma il bello sta nella ricerca, nella scoperta, nel sapere che c’è sempre qualcosa di nuovo di fronte a te. E’ magnifico essere coscienti che la prossima volta rimarrò stupito e innamorato di altre cose ancora.
Ho visto poca gente con una fede al dito; pochissimi fumatori; molta gente che parla, parla, parla al cellulare. Ho visto esercenti maghi nel calcolare le percentuali delle tasse, ho visto ovunque servizi efficienti e comodi, puliti e rapidi, con molte persone che sono lì per aiutarti qualsiasi cosa tu debba fare (e pagare) e con strutture che ti suggeriscono che chi le ha progettate e le mantiene efficienti si è semplicemente posto il problema di cosa serva a chi le usa: spettacolarmente rivoluzionario e dolorosamente semplice, per chi viene da qui. Ho visto una società estremamente rigorosa su molte cose: dal fare la coda per tutto al tenere pulite le strade di bisogni degli animali, dal mantenere un comportamento di riguardo verso il prossimo al rispettare le leggi in generale. Ma l’attraversamento pedonale a Times Square sfugge a qualsiasi norma, e non so come sia possibile evitare che ad ogni minuto qualcuno non vada sotto una macchina, un SUV o uno dei mille taxi che vi circolano sempre. Molti guidano senza cinture e parlando al cellulare, ma le norme non lo vietano. Ho visto gente che mangia troppo e male, troppo velocemente e senza cura.
Mi piace scrivere alla rinfusa alcune cose che mi hanno colpito, altre me le lascerò per qualche post successivo, un paio geografici ed uno tematico. Fantastica la quiet car sull’Amtrak, il treno rapidissimo e comodissimo che unisce le città americane: non si parla in quel vagone, niente cellulari né musica (nemmeno con le cuffie), solo si legge, si lavora al pc, si riflette, si dorme. Ancora, una domanda mi è sorta alla fine del viaggio: ma come (o meglio, dove) fanno benzina? In quattro città ho visto solo un benzinaio, a Washington. Altrove, sono tutti molto ben nascosti, e molto meno numerosi in media delle città italiane ed europee. E’ vero che ci sono le grandi stazioni sulle highways, ma chi sta in città come fa? Ancora: la pubblicità dei medicinali in TV. Non ce n’è una che non si concluda con l’esortazione a chiedere al proprio dottore circa la compatibilità del prodotto suggerito con le proprie condizioni. Sarà certo per la necessità di evitare cause milionarie, ma mi sembra un consiglio da seguire sempre, e mai suggerito qui in Italia. Tante altre cose ancora da dire, e un’infinità da imparare.
Un discorso a parte va fatto per Times Square. Ora, ci sono tante cose che io non so fare, nella vita. Una che invece, a detta di altri, mi riesce piuttosto benino sarebbe scrivere, narrare, intrattenere. Forse è vero, ma se anche fosse vero ciò non vale per Times Square. Ci provo, ma non ci riesco, ormai lo so. Nel senso che potrei stare un’ora a parlarne raccontandola a qualcuno che non c’è mai stato o spiegando a chi la conosce anche meglio di me perché ne sono così profondamente e irrimediabilmente attratto, e non sarei soddisfatto di come l’ho descritta. Io semplicemente non arrivo ad esprimere cos’è, cosa sento quando ci torno e cosa ho provato quando ci sono capitato per la prima volta. Si sa che New York non è solo Times Square, e che certamente gli USA non sono solo New York. Ma io non so descrivere la sensazione nel trovarmi lì, di notte o di giorno, circondato da questo tanto, da questo troppo senza stancare, da questo fiume di gente che contemporaneamente, tutti insieme come un’orchestra di vita casuale ogni minuto sempre diversa e sempre uguale cammina, corre, produce, suda, mangia, beve, urla, sente musica, parla al cellulare, pensa e si adombra, attraversa la strada, si guarda intorno, fotografa, si meraviglia, ride e sorride, si incuriosisce, entra ed esce da metropolitane, autobus, sightseeing tour, negozi, alberghi, bar, ristoranti, teatri, outlet, megastore, starbucks, sbarro, friday’s, mcdonald, denny’s, jamba juice illuminati dal susseguirsi infinito delle insegne, degli schermi luminosi, delle scritte continue, dei semafori sempre accesi, dei cartelloni al neon, dei fari dei mezzi pubblici e privati, delle luci di appartamenti e uffici sempre aperti, delle pubblicità di Broadway o dell’ultimo film mentre arrivano i suoni di clacson, grida, sirene, voci, lamenti, elicotteri che sfrecciano sulla tua testa, risate, note musicali dagli schermi lassù in alto, accenni di conversazioni in strani accenti e lingue sconosciute captati da un cellulare che ti sfiora vicino all’orecchio del legittimo proprietario … insomma, gente che vive nella città che non dorme mai, nella piazza (ma come si fa in realtà a chimarla piazza? È un microverso a sé stante) che non dorme mai, che non può essere compresa se non ci si va, se non la si frequenta, se non ci si perde, se non ci si emoziona, se non si piange e ride allo stesso tempo mentre un fiume di gente ti insegue, ti sposta, ti evita e ti urta, ti ignora e ti guarda. Un posto dove stai un’ora a guardarti intorno e ti sembra sia passata mezza giornata, per l’enormità del tutto, dalle informazioni che ne trai alla fauna di gente che incontri, dalle facce al modo di camminare, dai vestiti alle scarpe, dai tatuaggi ai capelli, dal naked cowboy (ma ora c’è anche la cowgirl) ai giovani ragazzi (solo bianchi, niente neri o asiatici o latinos) che ti offrono un passaggio sui taxi a pedali, dal rappresentante dell’esercito della salvezza al pazzo pseudo profeta (sempre lo stesso almeno dal 2002 quando lo hai incrociato per la prima volta) che ti preannuncia che Cristo è risorto ieri e la fine del mondo sta arrivando, dal nero che ti vuole vendere il cd del suo ultimo album hip hop al sosia di un personaggio famoso che ti propone di farsi fotografare con te, dai messaggi scritti sulle magliette ai giornali sfogliati mentre si cammina: da ciò che si è e da ciò che si fa mentre il mondo con incredibile naturalezza ti gira intorno e tu sei lì, al centro, senza concepire o ricordarti come sia possibile essere fuori di qui e sentirsi vivo, e l’adrenalina ti va a mille e vuoi immagazzinare più eccitanti input che puoi, senza perderti nulla di quell’incredibile forza che ti arriva e rimbalza su di te e poi ritorna senza sosta, mentre a sud e ad est e a nord e ad ovest da te e sopra e anche sotto di te fino a dove riesci a vedere sembra a tutti che sia normale mentre tu pensi di essere dentro ad un film in cui qualcuno ha spinto +4 sul telecomando che indica la velocità di scorrimento delle immagini. E tu sei lì che ridi e urli dentro di te chiedendoti come farai quando sarai lontano.
E come lo spieghi tutto questo? Alla fine, con quattro semplici parole che descrivono tutto questo ed altro ancora: I love New York.