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giovedì, 16 novembre 2006

 

Se ne va un grandissimo

Onore a Milton Friedman, maestro ineguagliabile. Il migliore, davvero.

Un post di Mixumb delle 21:57 politica, personale · commenti

lunedì, 06 novembre 2006

 

Seconda stella a destra

"Seconda stella a destra, questo è il cammino
e poi dritto fino al mattino
non ti puoi sbagliare perchè
quella è l' isola che non c'è... "

E’ tutto in quella frase, detta con nonchalance dall’amico che mi ha portato nel mondo dei radicali, che me li ha fatti conoscere, apprezzare, ammirare. Quell’amico casinaro e un po’ matto, ma leale e onesto, logorroico ma sincero, che mi ha permesso di scoprire ciò che ognuno, a suo modo, per le sue vie, ha scoperto in qualche momento della propria vita politica, a cavallo tra una delusione, un senso di vomito, un’incazzatura ed una continua domanda sul perché si rimane qui, stranieri in patria, a lamentarsi odiando chi si lamenta, a dipingere le lodi della terra delle opportunità senza il coraggio di acchiapparle, quelle opportunità.

E insomma, sta tutto in quella frase: “noi radicali siamo abituati al fatto che qualcuno arrivi, qualcun altro se ne vada. Rientra nella normalità del nostro essere radicali, senza stupirci quando chi ha fatto un percorso con noi decide di abbandonare la squadra”.
 
In realtà io non ho mai fatto parte della squadra: nel senso che della squadra non ho i meriti, quell’accanimento nel lavoro, nella dedizione totale, nella vita vissuta a Torre Argentina; quel dare tutto sé stessi al partito o ad una delle sue diramazioni, sempre in adorazione per Marco, che lo incontri in ascensore e ti tratta – gigione - come se fossi un vecchio amico, ed è così diverso da quei boriosi politicanti che stanno altrove; con il grande rispetto che merita Emma, che ti guarda incuriosita se le confessi che l’ammiri molto, mentre si fuma l’ennesimo mozzicone di sigaretta con il suo look per niente cool. Marco ed Emma, era curioso notare come gli altri li chiamassero così, e mi sembrava strano e forse un filo sopra le righe, del tipo “io li chiamo per nome”, mentre poi si è capito che l’anomalia sarebbe stata l’approccio normalmente dedicato ai tromboni delle auto blu. E come si fa a non rimanere affascinati, rapiti, ammaliati da questo gruppo di folli, che si estrinseca come una specie di collezione di magnifici ed orgogliosi intelligentissimi freak, dove tutti sono normali e diversi, parlano e parlano e sono sempre a loro agio, e tu ti senti a casa dopo un minuto che sei con loro. Come si fa a non rimanere increduli di fronte alla serenità di Luca, che oggi non c’è più, e alla sua capacità di sintetizzare la sua vita e la sua lotta, nel sorriso meraviglioso della sua compagna: come si fa a non capire che sia la storia più emozionante del mondo, quella di loro due contro chi li vuole condannare al dolore?
 
E poi Daniele. Uno che chiami il centralino, e te lo passano. Che ti accoglie aprendoti la porta e scusandosi per il casino della sua stanza, lui, segretario del partito. Che sa quello che c’è da sapere, intelligente, cortese, a volte distaccato perché forse timoroso di apparire troppo superiore. Uno che ti risponde alle email, che ti richiama dal suo cellulare, uno col quale ti senti in sintonia, sempre. Uno che ti fa pensare che forse c’è ancora speranza per questo povero Paese, per chi come te non si riconosce nel mainstream che chiane e fotte.
 
E i tanti altri, che tu, radicale “di destra”, ammiri per le tantissime battaglie che con loro condividi ma che senti un po’ lontani comunque: tra i quali c’è Rita, una splendida cinquantenne che ha il potere di farti continuare a credere che l’impegno è un bene, che crederci si può, che la battaglia si vincerà. Una donna semplice, una soldatessa mite e incazzosa per ciò in cui crede, qualcuno da ammirare in maniera assoluta. E i tanti altri, naturalmente. E Radio Radicale, e la mitica rassegna del direttore Bordin, uno che non può essere vero, non può esistere nel 2006, oggi, con quel suo fare da signore che sotto sotto gliele canta, con le sue citazioni buttate lì su cose che non conosci, con il suo francese perfetto ed il suo inglese maccheronico dalla pronuncia storta.
 
Ma poi capisci che la favola finisce. Non è la loro favola a concludersi, è l’idillio tra di loro e te. I due insiemi viaggiano, si intersecano ma poi si lasciano. Te ne accorgi giorno dopo giorno, ti dispiace ma ti senti più maturo e grato per averli conosciuti, essere stato uno di loro, in un ambiente in cui questa scelta è vista malissimo. E sai che ti resterà dentro sempre l’insegnamento di questa squadra di corsari della politica, di questi disperati eroi, di questi cocciuti sciocchi, di questi volenterosi geni che scelgono sempre, beffardi, di fermarsi prima del traguardo. Ti senti strano, non hai più un’accogliente rifugio nel quale riconoscerti, noti sempre più i loro difetti ma scatti in loro difesa quando qualcuno li attacca, quasi pensassi di detenere il monopolio delle critiche da rivolgere loro. Lo fai perché altrove non è cambiato nulla, schifo c’era prima e schifo c’è adesso, ma tu hai già giocato il jolly e ora è finito l’effetto della superforza, bello ma breve, per cui da Pac Man che mangia i mostri sei ridiventato Pac Man che li deve evitare per non morire; come se avessi fumato una canna, una bella sensazione ma indotta artificialmente, un qualcosa di buono che però è destinato a finire, uno sballo temporaneo che passa, e se ne va.
 
E allora ciao, radicali italiani. Vi sono grato per quello che spesso siete, e vi detesto per quello che a volte siete. Vi ammiro per quello che fate ogni giorno, ma vi disprezzo per quello che fate raramente. In questi giorni le avete sbagliate tutte, sostituire Daniele con Rita è come sostituire Schevchenko con Oliverira: non è colpa dei secondi se sono onesti ma inadeguati, sono i primi ad essere fuoriclasse e farseli scappare è qualcosa di imperdonabile.
 
Che siate (laicamente) benedetti, tanto, e maledetti, un po’. Guai a voi, che illudete e deludete, ma molto di più guai a chi vi tocca, quasi mai degno di giudicarvi. Vi ho voluto bene, e sempre ve ne vorrò. Ma questo è un addio, meravigliosa pattuglia di visionari, insostituibili capoccioni, maestri inimitabili nel mandare a puttane i vostri incalcolabili meriti.
 
"E ti prendono in giro se continui a cercarla
ma non darti per vinto perchè
chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te... "
Un post di Mixumb delle 21:15 politica, personale · commenti (1)

 

Intervista all'Ambasciatore Ziyal

E' in edicola il numero di novembre di Romacapitale che contiene, tra l'altro, la mia intervista all'Ambasciatore ungherese Kovacs.

Il motto più popolare tra la popolazione turca recita: “pace a casa, pace nel mondo”. Non ci sembra cosa da tenere nascosta, oggi che la Turchia è di nuovo al centro dell’attenzione europea in vista del proseguimento dei negoziati per l’adesione all’Unione e alla vigilia di una importante e quanto mai delicata visita di Benedetto XVI nel Paese crocevia tra Europa ed Asia, Occidente ed Oriente, Cristianesimo ed Islamismo. La Repubblica di Turchia, fondata nel 1923, è stato uno dei primi paesi a concedere ai cittadini il suffragio elettorale universale e oggi sta concludendo un rapido processo di modernizzazione; è una repubblica laica con un sistema parlamentare pluralistico che garantisce la libertà di religione, anche se la popolazione turca –circa 70 milioni – è di religione musulmana per il 98%. Paese membro del Consiglio d'Europa e associato alla Comunità Economica Europea dal 1963, la Turchia è entrata a far parte della NATO nel 1952 ed è stato sin dall'inizio uno dei paesi cardine dell’alleanza, con un esercito convenzionale secondo tra i paesi membri soltanto a quello degli USA.

Palazzo Gamberini, sede dell’Ambasciata prima dell’Impero Ottomano e poi della Repubblica di Turchia, svolge quest’attività ininterrottamente da 117 anni. A riceverci, con cortese ospitalità, è l’Ambasciatore Sitki Uğur Ziyal. 62 anni, coniugato e padre di una figlia. L’Ambasciatore Ziyal ha servito il Suo Paese ad Ankara come pure in diverse aree del mondo e dal novembre 2004 è Ambasciatore in Italia. Facciamo gli auguri a Sua Eccellenza per le celebrazioni della Festa Nazionale del Suo Paese, svoltesi lo scorso 29 ottobre.

Signor Ambasciatore, c’è chi definisce i rapporti tra Occidente ed Oriente come uno scontro di civiltà e pensa che Islam e democrazia siano incompatibili, c’è chi invece ritiene che l’Occidente, stanco perché secolarizzato, debba rinunciare ai suoi valori per non contraddire alcuna istanza Islamica rifiutando di combattere quella parte di terrorismo che interpreta il Corano come uno strumento di guerra. A che punto è la storia delle relazioni tra Occidente ed Oriente, e quali prospettive Le sembrano più verosimili?

Forse il maggiore problema da affrontare è l’impostazione dei reciproci atteggiamenti, che dovrebbe tendere al mutuo rispetto e agli sforzi per comprendere meglio gli uni e gli altri e per ritenerci uguali. Temo invece che a volte alcuni occidentali ritengano di essere superiori, e questa è fra le ragioni per le quali esistono reazioni contro l’Occidente anche in altre parti del mondo, non solo in Medio Oriente. Bisogna incrementare il dialogo, riconoscersi nei valori universali che ci accomunano e la Turchia sta facendo quanto possibile in questa direzione. Non dobbiamo giudicare i Libri Sacri delle religioni diverse dalla nostra, e personalmente non ritengo che essi siano da leggere come libri di guerra perché la base della religione è la compassione e l’amore verso gli altri. Inoltre, non credo che l’Occidente sia stanco perché secolarizzato: la secolarizzazione porta la democrazia, senza di essa avremmo la teocrazia e non credo che alcuna persona civilizzata vorrebbe vivere in un regime di teocrazia. La Turchia crede nel rispetto delle religioni, nel dialogo e nel lavoro comune per il miglioramento delle condizioni di tutti noi.

La candidatura turca a far parte dell’Europa politica, sostenuta dal nostro Paese, è pienamente legittimata dai progressi compiuti da Ankara verso la definizione di uno Stato di diritto ispirato ai modelli europei, mediante un processo storico avviato da Atatürk negli anni ’20 dello scorso secolo. Grandi motivazioni culturali, geopolitiche ed economiche spingono ad impegnarsi sempre più nel negoziato sebbene vi siano forze che da entrambe le parti tendono a rendere difficile la reciproca comprensione. Il commissario europeo all’allargamento, Olli Rehn, è stato ultimamente in visita ufficiale in Turchia per continuare i negoziati iniziati un anno fa che registrano una frenata segnalata anche nella recente pronuncia del Parlamento Europeo. Si è in attesa per i primi di novembre della pubblicazione del rapporto della Commissione Europea sullo stato dei progressi di Ankara per l’adesione all’UE. Secondo un recente sondaggio promosso dalla Fondazione Bertelsmann solo una minoranza pari al 32% degli italiani crede che nel 2020 la Turchia sarà un membro effettivo. Quali miglioramenti si possono prevedere in questo campo, e in che tempi?

La fase della comparazione delle leggi turche rispetto a quelle europee è in fase di completamento: sappiamo cosa fare per adempiere a quanto ci viene chiesto, in primo luogo mediante la prosecuzione sulla via della democrazia. La mia sensazione, però, è che l’oggetto del negoziato non sia ben chiaro: tutti gli altri Paesi candidati negoziano con il fine di divenire membri della UE, ma da parte di alcuni rappresentanti europei sembra che non si voglia far entrare la Turchia a prescindere dal raggiungimento dei criteri economici e politici oggetto del negoziato: questo è totalmente ingiusto ed inaccettabile. Esistono argomenti che possono essere usati contro la Turchia, ma ognuno di essi può essere usato anche a nostro favore. La popolazione, ad esempio: si dice che i turchi siano troppo numerosi, ma è possibile che fra 15 o 20 anni questo sia un nostro punto a favore, e che allora sia l’Unione Europea a chiedere alla Turchia di entrare a farne parte e che magari i turchi non vorranno più farlo, come è già successo per i norvegesi. L’Europa considera i turchi come musulmani, ma se l’Europa non è costruita in base alla religione ma a valori universali – e questo è ciò che ci viene detto da tutti i leader europei – allora essere musulmani non dovrebbe essere un problema. Siamo d’accordo sui criteri da raggiungere, ci vuole tempo come in ogni processo e per qualsiasi Paese ma l’ultimo rapporto della Banca Mondiale dice che le capacità amministrative, le riforme giudiziarie e le infrastrutture economiche turche sono già allo stesso livello e in certi casi addirittura più avanti rispetto a quelle di alcuni Paesi già membri della UE. Noi vorremmo che ci fosse qualche preconcetto in meno: ciò permetterebbe alle opinioni pubbliche europee di sapere, per esempio, che negli ultimi 4 anni la Turchia è cresciuta del 38 % anche grazie ad una sempre maggiore integrazione con l’Europa, dimostrando quanto di buono potrebbe venire in quest’area ma anche in Medio Oriente, nell’area del Mediterraneo e del Mar Nero da una accelerazione di questo processo.

L’attuale governo turco sta favorendo, non senza difficoltà tra alcune forze politiche turche, l’apertura al dialogo sulla questione che l’Assemblea Nazionale francese ha definito “genocidio degli armeni” e che sta portando Parigi ad equiparare la vicenda all’Olocausto. Di recente il premio nobel per la letteratura è stato conferito allo scrittore turco Orhan Pamuk, che fu oggetto di una denuncia (poi ritirata per la modifica del vostro codice penale) per avere criticato il rifiuto turco a riconoscere le proprie responsabilità in quest’ambito, a dire la verità molto controverso: fonti turche lo descrivono come un evento nel quale morirono 300.000 armeni, mentre questi ultimi parlano a vari livelli di più di 2 milioni di vittime. Qual è la posizione ufficiale del Suo Paese?

Siamo molto orgogliosi del Premio Nobel a Pamuk, e speriamo che altri ne seguano in altre discipline. Naturalmente non tutti i turchi sono d’accordo con le sue idee, ma questo è un segnale che la Turchia sta crescendo. A proposito dell’Armenia, la Turchia sostiene che sia accaduta una tragedia, per molte ragioni: non è successo che un giorno qualcuno si sia svegliato ed abbia semplicemente deciso di uccidere tutti gli armeni, che tra l’altro hanno spesso ricoperto incarichi estremamente importanti lungo la vita dell’Impero Ottomano (uno dei miei predecessori nella carica di Ambasciatore a Roma era armeno). Poichè c’è una differenza di vedute su cosa sia accaduto, per capire quale sia la verità dovremmo cercare negli archivi dei diversi Paesi, a disposizione per essere studiati da una Commissione mista di storici di diverse nazionalità: ma non possiamo lasciare che su questo i politici rubino il posto agli storici, e lo dico rimarcando che la Turchia ritiene ciò che accadde una tragedia, una ferita per gli armeni e per i turchi. Riguardo alla decisione dei francesi, la Francia ha una magnifica storia di libertà ma questa legge va contro la libertà di parola, i valori e gli accordi Europei. Ora l’Europa deve intervenire perché non so cosa sarebbe successo se una legge così fosse stata approvata in Turchia e lo stesso si chiede l’opinione pubblica del mio Paese, senza contare che non si tratta di una legge che limita la libertà di espressione a proposito della propria storia ma addirittura nei confronti della storia di paesi terzi. Questo avviene proprio nel momento in cui in Turchia c’è un aperto dibattito sulla riforma del codice penale che non considera più reato quanto detto da Pamuk, che difatti non è più indagato (e comunque non è mai stato condannato): la democrazia in cui crediamo è quella in cui si dibatte partendo da posizioni diverse, non quella in cui si impedisce a qualcuno di esprimere la sua opinione. Una simile legge esiste in Svizzera, dove un leader politico turco si è recato per negare che ci sia stato un genocidio ed è stato perseguito ma poi il caso è stato chiuso senza condanna. Si tratta di qualcosa di bizzarro e che mostra il pregiudizio contro di noi, come nel recente caso del dirottamento aereo nel quale parte della comunità occidentale ha subito pensato si trattasse di un turco musulmano che ce l’aveva con il Papa, mentre poi si è scoperto che era il contrario. Non credo che i francesi abbiano fatto un buon servizio alla Francia, all’Europa, certamente non alla Turchia ma altrettanto certamente nemmeno all’Armenia, dove peraltro non c’è la libertà di dissentire dalla posizione ufficiale del Paese come invece in Turchia dopo la riforma dell’articolo 301 del codice penale.

Papa Ratzinger sarà in visita in Turchia alla fine di novembre, su invito del Presidente Necdet Sezer e del Patriarca ortodosso Bartolomeos II. Alla luce delle recenti difficoltà nate dal discorso di Ratisbona e dalle reazioni intervenute nel mondo islamico, cosa possiamo aspettarci da questo importantissimo incontro? Lei pensa che l’onda lunga di quelle polemiche possa riflettersi (negativamente) sul processo di entrata della Turchia nella UE?

Questa sarà la terza visita di un Papa in Turchia. Abbiamo relazioni diplomatiche con il Vaticano, ed il Papa visiterà il mio Paese su invito del Presidente Sezer; ma il Papa è naturalmente anche una figura religiosa, e come tale visiterà i 3 Patriarchi che siedono ad Istanbul (quello ortodosso, quello armeno ortodosso e quello assiro) ed il Rabbino Capo della comunità ebraica. Questa visita sarà importante e molto produttiva: sono certo che Benedetto XVI scoprirà una Turchia un po’ differente da come è descritta da alcuni media, e certamente il dialogo che proseguirà con le personalità politiche e religiose aiuterà molto la reciproca comprensione e dunque anche il processo di integrazione con l’Europa. Il fondamentalismo è presente in qualsiasi religione, non solo in quella musulmana, ma gli estremisti devono essere marginalizzati perché la maggioranza religiosa moderata deve continuare a dialogare. Naturalmente ci saranno grandi precauzioni per la visita del Papa, come è già avvenuto quando abbiamo ricevuta Angela Merkel o George W. Bush.

Roma è oggi, la città simbolo non solo della cristianità, ma della globalizzazione religiosa. A due anni di distanza dall’inizio del suo mandato, com’è il suo rapporto con la città eterna?

Sono “assorbito” da Roma, una città affascinante per chi come me ne vede gli aspetti mediterranei e ama moltissimo lo stile di vita italiano. La storia dei nostri due Paesi ci accomuna sia sui libri che sui resti dei nostri rispettivi passati, che testimoniano un percorso parallelo che tuttavia si è più volte incontrato. Mi sento a casa a Roma, amo davvero la musica italiana di Verdi e Puccini e per me rappresentare il mio Paese a Roma è un onore ed un piacere.

Dal 1923 la capitale della Turchia è Ankara, ma la capitale culturale, commerciale ed imprenditoriale del Paese è Istanbul: una città che ha una storia che inizia nel 667 a.C. come polis greca di nome Bisanzio, poi dal 330 d.C. capitale dell’Impero Romano d’Oriente col nome di Costantinopoli in onore dell'imperatore romano Costantino I (che la ribattezzò Nova Roma, ma questa denominazione non entrò mai nell’uso comune) e infine capitale dell’Impero Ottomano. Istanbul si estende su entrambe le sponde dello stretto del Bosforo, conta 11 milioni di abitanti  e segna il crocevia tra Asia ed Europa dal punto di vista culturale e anche geografico. Quali sono le principali similitudini e quali le maggiori differenze tra Roma e Istanbul?

Roma e Istanbul sono molto simili: erano le due capitali dell’Impero Romano, di Occidente e d’Oriente, e come tali si ritroveranno nella medesima comunità quando la Turchia entrerà nell’Unione Europea. Sono due grandi città, Roma è conservata meglio di Istanbul anche perché le costruzioni ottomane erano spesso in legno e si conservano peggio di quelle romane, fatte in pietra. Sono due grandi metropoli che attirano milioni di turisti, Istanbul è più estesa e non è possibile girare a piedi le aree dove più si concentrano i monumenti, come invece a Roma. Istanbul ha solo due ponti sul Bosforo e non abbiamo metropolitana: questo rende il traffico di Istanbul peggiore di quello di Roma, sebbene un’altra cosa che ci accomuna sia che appena si scava per ammodernare le infrastrutture si trovano importanti reperti storici che rallentano i lavori.

Per concludere, Le chiediamo qualcosa circa le relazioni commerciali (dal primo gennaio 1996 la Turchia fa parte dell’Unione Doganale con l’UE), politiche (abbiamo celebrato quest’anno il 150° anniversario delle relazioni diplomatiche italo-turche) e culturali tra i due Paesi.

Dal punto di vista turistico c’è una ottima accelerazione degli scambi tra i due Paesi. Eccellenti sono anche le relazioni politiche e commerciali: il Presidente Ciampi ha visitato lo scorso anno la Turchia, e nel gennaio 2007 il Presidente Sezer visiterà l’Italia. Politicamente cooperiamo in molte aree – compresa quella della riforma delle Nazioni Unite - e l’Italia è uno dei principali sponsor dell’ingresso della Turchia nell’UE, sia con il precedente governo che con quello attuale. Esistono rapporti bilaterali sui temi dell’educazione e della salute, e l’interscambio commerciale si assesta sui 14 miliardi di euro; gli investimenti italiani in Turchia stanno aumentando ma dobbiamo lavorare affinché la cultura turca sia meglio conosciuta in Italia.

“Il problema è che alcuni europei ci vedono come musulmani, mentre noi vorremmo essere visti come cittadini di un Paese secolarizzato: nessuno da noi sostiene che con l’ingresso nell’Unione Europea entreremo in una comunità di 450 milioni di cristiani”. Ci sembra di poter sintetizzare il pensiero di Sua Eccellenza l’Ambasciatore Ziyal con queste parole, con l’auspicio che il dialogo interreligioso ed interculturale funzioni da ambo le parti e con la consapevolezza che su questo Roma ha fatto molto e molto ancora può fare. 

Un post di Mixumb delle 06:49 politica · commenti

sabato, 04 novembre 2006

 

Midterm Elections 2006: l'America al voto

Per coloro che leggono appassionatamente gli ottimi reportage ed analisi di Camillo, di Andrea Mancia e di Spirit of America (e di altri ancora, che non si offenderanno se non sono qui citati) sulle elezioni di mid term, può risultare utile la guida alle elezioni pubblicata sul sito della US Embassy in Rome.

Se qualcuno si chiede come si debba affrontare democraticamente e civilmente il tema delle elezioni, per assistere chiunque approcci al voto come potenziale elettore o osservatore, per aiutare tutti a capire dove, come e perchè si possono esercitare i propri diritti, per sapere flussi, dati ed analisi ... date un'occhiata all'offerta che dà il Paese più libero del mondo.

L'American Dream è anche questo.

Un post di Mixumb delle 08:52 politica, i love america · commenti

venerdì, 03 novembre 2006

 

Solo una parola: grazie

Daniele Capezzone è stato il miglior segretario di un partirto negli ultimi 15 anni (più in là, non so: ma non credo ce ne siano stati molti migliori, se ce ne sono stati). E' un eccellente Presidente di Commssione. E', soprattutto, il futuro dei liberali italiani.

Qui la sua ultima relazione da segretario.

Da parte mia, auguri a Rita, splendida persona, chiamata ad un incarico impossibile e delicatissimo: sono certo che sarà bravissima, ma venire dopo Daniele sarà un inferno. Rita, non ti invidio, e sono certo che siamo in tanti.

Spiace per Marco Pannella, perchè ho la sensazione che sia ormai come lo zio simpatico ma svitato che fa folklore e ci si diverte, ma poi si saluta con un po' di compassione per lui, volendogli un bene infinito ma consci del fatto che quando c'è da decidere qualcosa di importante non è più affidabile. Spiace, ma io la vedo così, e lo dico con un grande affetto.

Solo una parola, Daniele: grazie.

Un post di Mixumb delle 07:46 politica, personale · commenti (2)