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martedì, 05 giugno 2007

 

Grazie America, 60 anni dopo

60 anni fa, il 5 giugno del 1947, il Segretario di Stato George Marshall annunciò informalmente ad alcuni neolaureati di Harvard l’idea di aiutare le popolazioni europee appena uscite dalla guerra mediante un piano straordinario di aiuti economici destinati, in particolare, a quei Paesi al di qua di quella che Winston Churchill un anno prima aveva definito “cortina di ferro”. L’European Ricovery Program (ERP) previde alla fine uno stanziamento di poco più di 17 miliardi di dollari (1,204 per l’Italia e Trieste) per un periodo di quattro anni (dal 1948 al 1951).
Ad alcuni scettici congressmen statunitensi il Segretario di Stato spiegò come aiutare le popolazioni europee disastrate da anni di guerra avrebbe costituito un’ottima mossa da più punti di vista. L’economia degli Stati Uniti avrebbe sicuramente ottenuto vantaggi da una più rapida rinascita di economie già allora essenziali al business americano. Geopoliticamente, gli aiuti avrebbero fornito ottimi argomenti in favore del posizionamento tra le democrazie favorevoli all’economia di mercato a Paesi nei quali la guerra aveva lasciato enormi conflitti irrisolti, costituitendo un fattore di convincimento avverso l’Unione Sovietica e la rete comunista che si stava costituendo e che rischiava di insinuarsi più di quanto non avesse già fatto anche nei Paesi più occidentali del nostro continente. Furono anche le numerose comunità formatesi in America ma di provenienza europea, con gli italiani in prima fila, a convincere i loro rappresentanti a Washington della bontà dell’idea di Marshall.
I dollari provenienti dal Piano Marshall, in realtà, non servirono affatto a colonizzare economicamente l’Europa, come affermano alcuni maldestri ipercritici di tutto ciò che è a stelle e strisce. La ricostruzione di infrastrutture e le nuove possibilità di sviluppo economico incrociarono certamente una società che, nel nostro Paese, era (e negli anni successivi sarebbe stata ancor di più) culturalmente divisa in due: ma i destinatari della generosità americana non furono i lavoratori che votavano comunista, perché non era questo lo spirito con il quale George Marshall aveva ideato il suo piano. Si trattava – e si trattò - piuttosto, di diffondere la speranza di risollevarsi da un momento molto difficile, di far riemergere la consapevolezza del diritto a sviluppare la proprietà privata, di difendere la conferma di poter contare sull’amicizia degli alleati al di là dell’oceano per far crescere i propri desideri, le proprie idee, i propri legittimi sogni.
Oggi il sessantesimo anniversario di questo importante avvenimento cade in un delicato momento delle relazioni tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Molti ritengono che l’esistenza di motivazioni vantaggiose per gli USA, a fianco del sentimento di vicinanza transatlantica che aveva appena portato decine di migliaia di ragazzi americani a morire per la libertà dell’Europa, sia sufficiente a rifiutare (o a ridimensionare enormemente) la gratitudine che si dovrebbe invece sempre manifestare agli Stati Uniti per il loro supporto di ogni tipo relativo a quegli anni. La Storia, maestra di vita, ha dimostrato che essi avevano e continuano ad avere torto: l’“Index of Global Philanthropy” pubblicato alla fine dello scorso maggio dal Center for Global Prosperity presso lo Hudson Institute rivela come anche oggi come allora siano gli Stati Uniti d’America il Paese di gran lunga in testa alla lista di chi dona per aiuti economici all’estero. Nel 2005 gli Americani hanno donato 122,8 miliardi di dollari, di cui ben il 79% proveniente da privati: diversamente dall’approccio del Piano Marshall, quando fu il Governo americano a stanziare fondi, oggi negli USA sono per lo più singoli cittadini, associazioni di beneficenza, istituzioni nate con lo scopo di sostenere il prossimo in difficoltà a costituire un inesauribile serbatoio di aiuto, che supera la gran parte delle cifre che i Governi di altri Paesi niente affatto in via di sviluppo destinano a questo scopo per via statale.
Ci piace pensare, in conclusione, che l’eccezionale numero di eventi di charity che ogni settimana vede meritoriamente impegnate le migliaia di associazioni italiane presenti in America, dalle più grandi alle più piccole, non sia dovuto solamente alla grande generosità dei nostri connazionali emigrati al di là dell’Atlantico. Ci piace pensare che gli italiani d’America diano ogni giorno di più, e con il sorriso sulle labbra, sapendo di vivere in un Paese che li ha accolti ma che ha saputo dimostrare anche a noi italiani rimasti in patria la straordinaria attitudine americana ad aiutare chi ne ha bisogno, con generosità e lungimiranza. Di questo, siamo e saremo sempre grati, anche quando gli anniversari non saranno più a cifra tonda.

Un post di Mixumb delle 08:14 i love america · commenti (1)