Iraq - Vietnam : un paragone tirato per i capelli
Ancora Paolo Mieli dal Corriere della sera di oggi. A proposito di pacifismi a senso unico
A me sembra, caro Mieli, che le analogie di cui si discute nella sua rubrica tra la situazione odierna in Iraq e quella vietnamita di trenta e più anni fa, siano tirate per i capelli. Non che non ci sia qualche similitudine tra i due conflitti (ce ne sono, del resto, tra tutte le guerre): ma mi pare evidente che la sindrome di Saigon è evocata ad arte - «in forme spesso incongrue ed esagerate», sottolinea giustamente Enzo Bettiza su Panorama - in modo da indurre chi legge a dare per certa la sconfitta e a ritenere che «i buoni» siano gli uomini del terrore che si oppongono agli Stati Uniti. Dell’Iraq si può pensare quello che si vuole, ma credo che questa sia una comparazione arbitraria. E anche non del tutto onesta.
Jas Gawronski,
Caro Gawronski, ritengo anch’io che la comparazione tra Iraq e Vietnam non stia in piedi. Perché, come ha messo in rilievo Charles Krauthammer sul Washington Post , i vietcong - per dirne due - avevano alle spalle, oltre al Vietnam del Nord, superpotenze del calibro di Cina e Unione Sovietica a differenza dei «resistenti» iracheni che non ne hanno. E facevano riferimento a figure della statura di Ho Chi Minh e Vo Nguyen Giap che già dieci anni prima (nel 1954) avevano sconfitto i francesi a Dien Bien Phu mentre gli iracheni non ne hanno di paragonabili. La similitudine non regge anche perché i vietnamiti, diversamente dagli iracheni, erano da secoli, anzi da millenni, una nazione etnicamente e culturalmente omogenea. E per il fatto che riuscivano a infliggere agli Stati Uniti perdite nell’ordine di cinquecento uomini alla settimana mentre in Iraq, nel mese più caldo del conflitto (questo aprile), sono caduti poco più di cento uomini. Può darsi, beninteso, che tra qualche tempo la guerra assuma le fattezze di quella vietnamita, ma per ora va detto che non è così.
Della sua lettera, caro Gawronski, mi hanno colpito anche le parole conclusive, quelle in cui torna sull’equazione «nordvietnamiti = buoni» per decrittare il messaggio subliminale di questa campagna di comparazione tra la guerra d’oggi e quella di trenta, quarant’anni fa. E a questo proposito non dovremmo mai stancarci di ripetere che - a dispetto di ciò che alcuni di noi in buona fede credettero allora - le cose non stavano così. Pham Xuan An un ex generale vietcong (cioè «buono») qualche anno dopo la conclusione della guerra ha dichiarato: «Tutto quel nostro parlare di liberazione, tutti i complotti, tutti i cadaveri, tutti gli inganni hanno reso questo Paese (il Vietnam riunificato dopo la liberazione del 1975, ndr) immiserito e a pezzi, dominato da una banda di crudeli e paternalistici filosofi semianalfabeti». E Jean Lacotoure, che nel 1968 rese omaggio a Ho Chi Minh con un celebre libro, oggi confessa: «Ignorai i difetti del Vietnam del Nord, ritenevo la sua causa giusta e dunque pensavo che non meritasse se ne mostrassero gli errori; credevo del tutto inopportuno raccontare dello stalinismo di quel regime mentre Nixon bombardava Hanoi». Anche questo fu il Vietnam: con quasi due milioni di sudvietnamiti costretti poi a emigrare, centomila boat people che morirono tra i flutti cercando di espatriare su zattere e imbarcazioni di fortuna, una feroce dittatura che è rimasta tale a ventinove anni dalla «liberazione», la repressione incessante dei montagnard sugli altipiani accusati di aver collaborato con gli Stati Uniti e di non essersi poi voluti sottomettere ai nuovi padroni.
Talché, se pure fosse vero che il conflitto sull’Eufrate ha assunto le fattezze di quello sul Mekong, se anche l’attuale impresa militare dovesse risolversi per gli americani in una tragedia, sarebbe comunque disonesto presentare i combattenti iracheni come fossero vietcong per far passare ambedue come i «buoni» della situazione. E questo anche nel caso in cui dell’impegno militare statunitense a Bagdad si pensi tutto il male possibile.

