archivio

sabato, 26 giugno 2004

 

Caro Montanelli ...

Trent'anni fa nacque Il Giornale. A me manca Indro Montanelli. Credo di non essere l'unico.

Mio padre leggeva Il Giornale. Era un montanelliano di ferro, e io imparai da lui a leggerlo. A 15 anni, quando cambiai scuola e andai in uno degli istituti più di sinistra di tutta Roma (non avevano l'obbligo di portare giustificazioni scritte alle loro assenze, e il secondo giorno che ero lì bruciarono la presidenza ...), venivo da una scuola dove di politica ne avevo assaggiata poca: non che non ce ne fosse, ma io non mi appassionavo al mainstream di sinistra. Nel nuovo istituto, invece, tutto era diverso. Era ancora settembre, e un giorno mi vidi arrivare quei miei compagni, orgogliosi di apostrofarsi così, tutti con le sciarpe. Andò così. Mi avevano accolto benissimo, e ancora oggi sono in contatto con alcuni di loro, sparsi un po' per il mondo facendo cose che allora nessuno si sarebbe aspettato. Ma quel giorno di settembre, dopo mezz'ora, tutti decisero che si faceva sciopero. Io ricordavo quanto mi diceva mio padre: fa sciopero chi lavora, non chi studia ... comunque, decidi tu. Rischiando di rimanere in classe da solo, c'era poco da decidere. La stessa prof. di filosofia, la mitica Giamba, mi sorrise dicendomi che non avremmo potuto fare lezione in due, sapendo che il primo a non volerlo fare ero io, che non avevo voglia di contrappormi ai miei compagni e avevo già individuato altro di più divertente da fare. Insomma, dopo mezz'ora lasciammo la classe. Io venivo da 3 anni in un'altra scuola, dove accadeva più o meno questo (almeno, per me e per altri come me): nel vialone che ci portava alla scuola (che era stata prima un carcere e poi un ospedale) si cominciava ad annusare l'aria ... di qualcosa di diverso. Incrociavi qualcuno che tornava indietro, allontanadosi dal luogo dove ti aspettava un'interrogazione, un compito in classe, 5 ore di noia o tutt'al più qualche prurito per la compagna di classe che non ti si filava nemmeno di striscio. Arrivato davanti alla scuola, qualcuno ti metteva al corrente che in un minuscolo isolotto dell'arcipelago del chissadovestan c'era qualcuno in difficoltà : SCIOPERO !! Nel breve giro di dieci minuti, succedeva che: a) nei primi quindici secondi tutti ci dichiaravamo inorriditi, e solidarizzavamo con fare contrito. b) all'unanimità, propendevamo per una scelta ragionata che desse un chiaro segnale di protesta. c) mentre ci toglievamo la maschera ... appariva come per magia il procky col pallone nella busta (alcuni di noi ritenevano che la busta col pallone fosse una estensione del braccio sinistro del Procky. C'era chi si spingeva a giurare che anche suo padre ne fosse dotato, una sorte di tara ereditaria della quale noi approfittavamo felici). d) ci si incamminava festosi verso Villa Pamphily, stando attenti a fare una strada diversa da quella sulla quale un giorno ci blindò la Strazza, la mostruosa prof. di Chimica, che capendo cosa stessimo facendo e dove stessimo andando (sega a scuola e partitona al parco) ci lanciò uno sguardo di un fulminante che manco gli alieni di Taken. Ecco, a parte il fatto che ripensandoci ora non mi capacito di come si riuscisse a giocare a pallone per 3 o 4 ore di seguito, tanto da far ritorno a casa al solito orario, sudati come cammelli, facendo finta di aver fatto tutte e 5 le ore e di aver perso l'autobus (da cui il motivo del fatto che sembravamo reduci dalle dodici fatiche di Ercole): a parte questo, potete immaginare la mia faccia quando, al primo giorno di sega nella nuova scuola, vidi il mio nuovo amico Sergio con la sciarpa al collo. A Settembre. Gli faccio: "Ma che stai male ? Fa caldo, perchè la sciarpa ?" E lui, tranquillo: "E' la sciarpa da manifestazzzione, no ?" Io lo guardo incuriosito, mi giro verso Adriano al banco dietro e dico: "Ahò, ma questo va alla manifestazione ?" E lui, tirando fuori la sua sciarpa: "Ma perchè, tu non ci vieni ?". Ma vi prego di crederci, il tutto con la più grande serenità. Stiamo parlando di bravi ragazzi, il Michele diceva che andava e teneva su il casco per non farsi filmare dai cellerini, ma non ci ho mai creduto ... ero capitato, per mia fortuna, in una classe di giovani comunisti (quasi tutti) che non appartenevano, nessuno di loro, alle frange cattive o comunque violente. Erano tutti molto più politicizzati di me (in quell'occasione andai dove sapevo di trovare i miei vecchi compagni, e fu la più bella partita a pallone a Villa Pamphily di tutta la mia vita), che tutt'al più leggevo Il Giornale. Ecco, quando a volte mio padre mi veniva a prendere in macchina, accompagnavamo due o tre di questi miei nuovi amici. E dopo qualche volta, avendo visto che mio padre leggeva Il Giornale, senza la minima cattiveria cominciò a circolare la voce che il mio papà fosse fascista. Usavano questo termine, i miei compagni, senza alcuna acrimonia: sapevano che io ero innocuo, e pure mio padre ... non ci vedevano come nemici, anche perchè come ho detto si trattava di ragazzi che non avrebbero fatto del male ad una mosca, però c'era questa equazione lettore de Il Giornale = fascista che era pressochè unanime in quei ragazzi di 15 anni cresciuti a pane e Paese Sera, col mito di Che Guevara e abituati a chiamare fascisti tutti quelli che non la pensavano come loro. Un'equazione che oggi ritrovo in gente che dovrebbe essere più adulta, stando alla carta d'identità, ma che in realtà sembra essersi risvegliata - dopo anni di sonno - come se venti anni non fossero passati affatto.

Insomma, se penso a Il Giornale di Montanelli penso a questo, in prima battuta. Poi penso alle corrispondenze di Severgnini e Pasolini Zanelli, penso alla mia ammirazione per Margaret Thatcher, penso al fatto che smisi di comprarlo quando Montanelli fondò La Voce. Mi manchi Indro, quanto mi manchi ...

Qui invece copio & incollo la testimonianza di Mario Cervi, che fu insieme a Montanelli sin dall'inizio de Il Giornale. Auguri !

Quei ribelli borghesi del Giornale - di Mario Cervi

Non vorrei aver l’aria di indulgere a un reducismo di maniera ricordando che trent’anni or sono il 25 giugno 1974, nacque il Giornale. Non di reducismo si tratta perché le nostalgie si addicono a ció che è ormai passato agli archivi della cronaca e della storia. Per fortuna nostra - e, ne sono sicuro, anche per fortuna del Paese nelle sue varianti ideologiche e nelle sue sfaccettature politiche - il Giornale è vivo e vegeto. Questo non è dunque un amarcord patetico, ma la memoria di ció che il Giornale rappresentó quando venne al mondo, e di ció che vuole ancora rappresentare nel panorama dell’informazione italiana. Esso fu, in quegli anni Settanta segnati da derive estremistiche e da azioni terroristiche, una rivolta contro la rassegnazione. Diede una voce - lo si è scritto molte volte, ma giova ripeterlo - alla maggioranza senza voce, silenziosa come usó dire, degli italiani rispettosi delle leggi, delle tradizioni, dei valori patriottici. Italiani contro i quali minoranze vocianti inveivano definendoli reazionari, o piú spicciativamente fascisti o fascistoidi. Il che insultava la realtá e la veritá, ma trovava ascolto in molti circoli intellettuali, in molti salotti, in innumerevoli assemblee studentesche. Il portabandiera di quella rivolta fu Indro Montanelli, improvvisatosi direttore quando gli altri vanno in pensione: Montanelli cui nessuno potrá mai negare o togliere il merito di essersi buttato in una battaglia che sembrava perduta in partenza. Su quell’intrepido Montanelli si riversarono gli insulti e i sarcasmi di progressisti che non avevano capito nulla: né quale fosse il corso degli avvenimenti - in Italia e fuori d’Italia - né quali fossero gli imminenti verdetti della storia. Tanti che militavano allora nel campo della sinistra, e che per fortuna loro sono ancora attivi ed elargitori di sentenze e consigli, diventarono in seguito laudatori del grande Indro solo perché aveva litigato con Silvio Berlusconi. Avrebbero dimostrato maggior coerenza e onestá se quelle lodi le avessero prodigate allora, o se si fossero astenuti dal prodigarle in ritardo, con fin troppa evidente ipocrisia. Il Giornale fu una ribellione al conformismo, fu un no all’ossequio verso poteri forti - o creduti forti - che presumevano di poter ipotecare il presente e l’avvenire, e in qualche modo ipotecavano solo il loro fallimento. Infatti - a proposito di poteri forti - questo quotidiano che difendeva i principi liberali, il mercato, i valori cosiddetti borghesi, non ebbe da chi il mercato lo dominava se non avari e nascosti appoggi, quando li ebbe. Non per niente Montanelli usava dire, sarcasticamente, che per difendere con convinzione i capitalisti bisogna frequentarli poco. Tra coloro che erano in grado di sostenere un’impresa cosí rischiosa e cosí affascinante vi fu un giovane imprenditore di spicco, Silvio Berlusconi - con lui voglio citare anche Achille Boroli - che non temette la «contaminazione» montanelliana, e che si espose, con denaro proprio e alla luce del sole, per evitare che un’avventura bellissima ma economicamente difficile fosse condannata a una lenta asfissia e alla morte per mancanza di ossigeno. È possibile - e lecitissimo, intendiamoci - avere sul personaggio Berlusconi opinioni critiche. Ma almeno gli si riconosca il coraggio che dimostró prendendo le redini gestionali del solo quotidiano che si opponesse alla moda e ai modi imperversanti. Un coraggio che, anche a distanza di anni, suscita ammirazione. Il Giornale - non è un autoelogio ma una consapevole rivendicazione - ha avuto ragione. Le tesi liberali che ha sostenuto - e che sostiene - sono risultate trionfanti nel nostro Paese e in tutti i Paesi che contano a livello di civiltá, di cultura, di democrazia. I fautori delle magnifiche sorti comuniste - o di ció che somigliava loro - dovrebbero avere il capo coperto di cenere, e invece li vediamo pontificare nei talk-show e in saggi impegnati. Stranezze della sorte. E tuttavia non ci ispira neppure il piú piccolo dubbio sulla giustezza di ció che abbiamo fatto. Non voglio indugiare - perché mi addolora - sul contrasto che deflagró tra Berlusconi e Montanelli quando Berlusconi entró direttamente in politica. Quella pagina amara è ormai alle nostre spalle. Ma dopo d’allora il Giornale ha condotto altre battaglie sotto la guida di direttori che, pur molto diversi per estrazione e formazione, non hanno mai dimenticato come e perché questo foglio controcorrente fosse stato ideato. Vittorio Feltri, io stesso per qualche tempo, Maurizio Belpietro siamo stati volta volta gli interpreti di un’idea e di un ideale. Belpietro lo è tuttora. A questo quotidiano possono essere addebitati, come a tutti gli altri, difetti anche gravi. Ma una cosa è certa: la sua mancanza sarebbe un colpo gravissimo - sono tentato di definirlo fatale - per quel pluralismo, quella dialettica, quella vitalitá della carta stampata che è l’orgoglio e il privilegio dei Paesi liberi. Trent’anni sono molti o sono pochi secondo i punti di vista. Un giornale che nacque il 25 giugno del 1974 puó essere considerato adulto e anche - mi si scusi il termine, penso sia chiaro perché lo uso - ormai immortale, inserito nel quadro della stampa italiana con un suo ruolo preciso e insostituibile. E un quotidiano necessario a chi vuol sapere - magari arrabbiandosi -‘ a chi ama la polemica. Necessario - con le sue firme eccellenti e con la sua bravissima redazione - alla vitalitá dell’informazione italiana.