La storia si ripete
Ho divorato il fascicolo di Liberal su Ronald Reagan oggetto del post qui sotto. E' bellissimo, ed i discorsi di "Dutch" sono entusiasmanti.
Molte cose mi hanno colpito, e consiglio di nuovo vivamente di leggerlo e conservare il numero speciale ora in edicola, ma ce ne sono due che riguardano la sinistra italiana che voglio qui riportare. La prima non la ricordavo: il PCI appoggiò l'intervento USA in Afghanistan. Non lo ricordavo, ma sarebbe stata una interessante risposta a quanti oggi continuano a ricordare che un tempo fu l'America ad armare Bin Laden e la resistenza afghana. All'epoca era così chiaro l'interesse dell'occidente a fronteggiare e combattere l'espansionismo sovietico che persino il PCI si schierò dalla parte giusta: oggi, evidentemente, il relativismo antiamericano ha fatto strame di tutto cancellando il bene ed il male, e lasciando un'interpretazione dei fatti che pretende di dimenticare il nostro passato per stravolgere gli accadimenti ad uso e consumo dell'odio contro gli USA.
Splendido, poi, è l'articolo di Renzo Foa su Reagan e la sinistra. Mi hanno colpito in particolare alcuni passaggi. I primi tre sembrano scritti a proposito della situazione odierna: basta sostituire Bush a Reagan, i DS di Fassino al PSI di Craxi, la galassia comunista a sinistra dei DS al PCI di Berlinguer (ma come detto oggi stiamo peggio, perchè il riconoscimento dell'ombrello NATO e l'approvazione dell'appoggio afghano antisovietico oggi in bocca ai vari Paolo Cento non esisterebbe proprio), "fondamentalismo islamico" a "socialismo reale", Clinton a Carter. La storia si ripete, testimonial l'Armando Cossutta che ancora si applaude sul palco e che lega il filo del tempo. Infine, l'ultimo passaggio virgolettato è la spiegazione, semplice ed efficace, e bruciante non poco, dell'antiamericanismo che oggi costituisce il massimo (l'unico ?) denominatore comune, la stella cometa, la ragione sociale e la ossessione della sinistra italiana pacifista. Leggere.
"Quando ci si chiede perché in Italia - a cominciare dalla sua sinistra, inclusa quella cattolica - sia stato quasi impossibile comprendere Reagan e il reaganismo, la spiegazione è facile da trovare. Il presidente americano venne considerato come l’espressione di un rigurgito del passato, di un sussulto reazionario, di una distorsione della storia e non come il promotore di una rivoluzione destinata a cambiare il volto del mondo".
"Solo molti anni dopo e per caso, un amico giornalista che aveva lavorato a lungo in America nel decennio Ottanta mi ha offerto una chiave di lettura indiretta. Mi ha detto che lui non aveva mai incontrato nelle università, negli ambienti culturali e fra le persone che frequentava una sola persona che gli avesse detto di aver votato per Reagan, che pure era stato eletto nel 1980 e nel 1984 con una schiacciante maggioranza. Era l’immagine di una sinistra, di un mondo progressista, su entrambe le rive dell’Atlantico, ridotti in un maso chiuso. Non c’è da stupirsi del fatto che non venisse capito il senso di una presidenza e che fosse fin troppo comodo collocarla nella categoria di un’America tradizionalista e imperialista. Così scattò subito il riflesso automatico con il quale venne costruita addosso a Reagan l’immagine del «nemico»: non venne percepito il problema, la novità con cui fare i conti. Continuava a dominare, nella vasta area culturale e politica legata al Pci, l’idea che lo status quo fra i due blocchi contrapposti fosse immodificabile, quanto meno sul teatro europeo, e che gli assetti del «socialismo reale» fossero in qualche modo auto-riformabili. L’aver parlato dell’Unione Sovietica come dell’«Impero del male» e l’aver lanciato il programma della «difesa spaziale» furono atti che non vennero considerati dei potenziali grimaldelli, ma più semplicemente come il ritorno indietro a una tradizionale politica di riarmo, a una competizione militare destinata a deformare il quadro di «coesistenza pacifica» all’interno della cui cornice si consumavano le stagioni alterne della «guerra fredda». Attenzione: si trattava di un equilibrio per il quale l’Europa occidentale non pagava alcun prezzo; anzi ne era in larga misura avvantaggiata".
"Mentre il Psi cercava un suo profilo e il suo ruolo di forza di governo lo induceva non solo a chiudere ogni compromissione con Mosca ma ad aprirsi e a cercare di capire la rivoluzione reaganiana, il Pci - che rappresentava circa un terzo dell’elettorato, ora un po’ più, ora un po’ meno - non si liberò dalla sua ambiguità. Il progressivo distacco dal comunismo brezneviano non equivaleva certo all’accettazione dell’Occidente che aveva imboccato la strada del liberismo. Al contrario, quanto più si allentavano i vincoli ideologici dalla vecchia e fatiscente casa madre tanto più diventava intensa la contestazione dell’amministrazione repubblicana. Era il famoso «guado» che non finiva mai. Il pregiudizio su Reagan liberò così tutte le energie più tradizionaliste e conservatrici, consentì all’antiamericanismo di ritrovare una collocazione politica, dopo la parentesi di Carter, e aggravò quella incapacità di comprendere la modernità che fu la prima vera causa della crisi del Pci".
"Ronald Reagan ha sconfitto anche il Pci? Probabilmente sì e certamente prima che gli effetti della sua rivoluzione facessero crollare il Muro di Berlino e estinguere l’Unione Sovietica. A ripensarci ora, se fu la sua politica ad aprire un nuovo orizzonte all’Occidente, almeno tre passaggi ci dicono che la componente maggioritaria della sinistra italiana, posta di fronte a una scelta chiara, non riuscì a completare il suo «guado» e, anzi, tornò sulla riva di partenza, ormai quasi desertificata. Il primo passaggio fu quello degli euromissili. (...) Il secondo passaggio fu la partita tutta interna sul disinnesco dei quattro punti di scala mobile. Fu quella una decisione che aveva la sua ragione principale nel conflitto politico e sindacale italiano. Ma c’è da chiedersi se sarebbe stata presa se non fosse soffiato da Washington e da Londra il vento liberista che indicava al Psi e alla Dc (o quanto meno a una parte della Dc) la possibilità di incrinare, perché solo di questo si trattava, uno status quo sociale. (...) Il terzo passaggio fu la scommessa su Gorbaciov. Si può dire che fu inevitabile. Ma, alla luce della storia, la scelta di puntare sul «comunismo riformatore», travolto insieme a tutti gli altri comunismi possibili, mantenendo il pregiudizio sulla rivoluzione reaganiana equivalse a non comprendere che stava finendo il Novecento e che l’atto di chiusura era stato vidimato a Washington. Aveva dunque capito bene Paolo Bufalini, quando parlò di un giorno infausto - il dies nigro signando lapillo di Marziale (NDR quello dell'elezione di reagan nel 1980). Per quella sinistra italiana doppiamente infausto. Intanto perché lì iniziò materialmente la fine del comunismo. E in secondo luogo perché - lo si vede bene oggi - da quel pregiudizio contro Reagan si sono poi via via alimentati tutti i vizi di cui soffre oggi. L’antiamericanismo. Il pacifismo. Il rifiuto di accordare cittadinanza a culture diverse. Il relativismo terzomondista. Le mitologie sulla superiorità europea. La paura del liberismo. Il rifiuto dell’internazionalismo democratico. Il catastrofismo sul destino del mondo. L’accettazione delle dittature nel nome degli equilibri globali. Fino, appunto, alla sottovalutazione del carattere universale della parola libertà. Non è per caso che il post-comunismo abbia evitato di fare i conti con il personaggio che ha chiuso il Novecento da vincitore".

