Enduring freedom - Elezioni in USA e lotta al terrorismo - intervista a Massimo Teodori - di Corrado Maria Daclon - da Analisi Difesa
Intervista a Massimo Teodori, professore di storia americana all'Università di Perugia, scrittore, saggista. Ha pubblicato con Mondadori, tra l'altro, "Maledetti americani" (2002), "Benedetti americani" (2003), "L'Europa non è l'America" (2004).
Professor Teodori, fra poche settimane sapremo l'esito delle elezioni americane. Il parere di molti analisti, al di là della probabile vittoria del presidente Bush, è però che la politica internazionale e di sicurezza degli Stati Uniti non verrebbe modificata dall'esito elettorale. Lei cosa ne pensa?
Bisogna distinguere la strategia di fondo della politica estera e di sicurezza dalle scelte specifiche che attuano la strategia generale. Gli Stati Uniti tutti hanno abbracciato senza ambiguità la "guerra al terrorismo" come priorità nazionale. Nessun presidente potrebbe oggi, dopo l'11 settembre, rigettare questa linea direttrice della presenza americana nel mondo. Come nel 1946-47 tutta la strategia internazionale americana si incentrava sul "contenimento" dell'Unione Sovietica e del mondo comunista sicché ne derivarono la guerra di Corea, l'atteggiamento verso Cuba e Berlino e poi l'intervento in Vietnam, così è oggi rispetto al nuovo nemico terrorista. Quel che Kerry farebbe, nel caso improbabile di una sua vittoria alla Casa bianca, è di tentare una ripresa di accordo con i paesi europei e con l'ONU. Ma anche questo molto ipotetico tentativo dovrebbe fare i conti con le stesse difficoltà incontrate da Bush ed in particolare da Colin Powell, cioè l'indisponibilità della Francia (e della Germania e ora della Spagna) ad assumere responsabilità internazionali di co-partnership con gli USA e la paralisi dell'ONU sempre più sotto controllo dei paesi terzomondismi che il segretario Kofi Annan cerca in ogni modo di compiacere.
Come legge, dal suo punto di vista di studioso della storia americana, i mutamenti intervenuti nella gestione della sicurezza nazionale americana negli ultimi tre anni?
Il punto cruciale del cambiamento è quello enunciato con chiarezza nel National Security Strategy of the United States del settembre 2002 e poi ribadito in diversi altri documenti ufficiali. L'America rimasta unica superpotenza ha non solo il diritto, ma il dovere di intervenire laddove vi sono forze statali o di movimento che destabilizzano minacciando i paesi democratici. La frattura rispetto al passato della politica ispirata dai neoconservatori sta nel fatto che in precedenza si accettava lo status quo mentre dopo l'11 settembre non lo si accetta più e si invoca il diritto di intervento. Questa visione dei rapporti internazionali è all'origine degli interventi in Afghanistan ed in Iraq.
Il terrorismo islamico ha quindi davvero cambiato il mondo?
In una certa misura sì. Perché ha imposto la sua agenda anche ai paesi occidentali. Basta pensare a come dobbiamo ripensare le garanzie sui diritti individuali al fine di ottenere maggiore sicurezza, oppure a come l'incertezza sul futuro ha condizionato il ciclo economico per comprendere come l'attacco terroristico abbia avuto un effetto che è andato ben al di là delle stesse stragi dell'11 settembre e dell'11 marzo. Il terrorismo è divenuto un protagonista internazionale molto forte.
Lei ha di recente pubblicato il volume "L'Europa non è l'America". Un titolo che è già una risposta. Proviamo a spiegare, però, perché l'Europa non è l'America.
Anche se stanno prendendo coscienza del peso del terrorismo come pericolo per la nostra stessa way of life, gli europei, per ragioni storiche che possono essere anche comprese, non sono disponibili a fare della lotta al terrorismo il centro della loro politica. E poi c'è un altro fattore determinante che fa la differenza con gli Stati Uniti. Da quella parte dell'Atlantico c'è compattezza nazionale nella reazione al terrorismo anche nella profonda divisione di fronte alla presidenza Bush, mentre da questa parte c'è divisione e antagonismo tra gli Stati, ed altrettanta divisione tra quanti ritengono che sia possibile un appeasement con i terroristi e quanti invece la pensano, per così dire "all'americana". Non si deve dimenticare che il movimento pacifista ha inciso profondamente nelle opinioni pubbliche europee. L'amministrazione americana come vede, come valuta l'Europa, soprattutto dal profilo della sicurezza? La "coalizione dei volenterosi" esprime il nuovo modo di procedere americano. Non vengono prima le alleanze e le solidarietà e poi gli obiettivi ma, al contrario sono gli obiettivi che fanno le alleanze. In questo senso i diversi paesi europei sono giudicati a seconda di come hanno risposto all'appello americano nella guerra al terrorismo. Ed oggi l'Amministrazione statunitense si lamenta che l'Europa come tale, cioè l'Unione europea, non voglia assumersi responsabilità sugli scacchieri caldi, Afghanistan, Iraq e, perché no, Darfur.
Il giudizio che lei ha maturato finora sull’intervento militare in Iraq la porta a considerarlo più un successo o un insuccesso dell’amministrazione Bush?
La prima fase, quella militare che ha portato alla caduta del regime di Saddam è stato un successo. La seconda parte, cioè la stabilizzazione e ricostruzione del paese è stato un fallimento. Perché l’amministrazione e l’intelligence non hanno saputo prevedere quel che sarebbe successo una volta eliminate le strutture dittatoriali saddamite. E questo è stato un grave errore che non si aspettavano anche molti di coloro che hanno appoggiato l’intervento americano. Non è un caso che nell’opinione pubblica americana il consenso all’amministrazione è passato da livelli superiori all’80% a livelli inferiori al 50%.
Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato, nel caso di un attentato catastrofico che riguardasse New York o Washington, la reazione degli americani sarebbe la stessa delle settimane che seguirono l’11 settembre: una forte compattezza vicino al presidente. Gli Stati Uniti hanno reagito e reagirebbero esattamente in maniera opposta a come hanno reagito gli spagnoli, anche elettoralmente, dopo l’attentato di Madrid. Perché, secondo lei, queste risposte così diverse tra Europa e America?
Gli americani sono improvvisamente passati da una situazione in cui ritenevano di essere invulnerabili ad un’altra opposta, in cui la vulnerabilità è divenuta incombente. La storia e la geografia degli Stati Uniti con due grandi oceani ad est e ad Ovest e due paesi amici a nord e a sud avevano creato il mito dell’intangibilità del territorio statunitense: l’ultima presenza nemica sul suo americano risale al 1814 quando una colonna di britannici riuscì ad arrivare a Washington bruciando i palazzi del potere. Al contrario l’Europa è stata da sempre un campo di battaglia che solo nel Novecento ha visto eserciti di tutti i colori scorrazzare da una parte all’altra, facendo centinaia di milioni di morti. Ecco la radice delle risposte diverse tra USA ed Europa: fattori storici, geografici ma anche, come è ovvio, culturali.
Proviamo ad elaborare un paio di scenari. A suo avviso come sarà l’Iraq tra dodici mesi?
E’ assai difficile prevedere scenari. Del resto quel che sta accadendo oggi è il risultato della mancanza di credibili scenari elaborati dalla maggiore potenza mondiale, dall’intelligence americana. Se americani ed inglesi riescono a resistere alle loro crescenti critiche interne e ad arrivare alle elezioni irachene dando credibilità ai governanti provvisori, è possibile una certa stabilizzazione. Se invece il governo Allawi sarà lasciato solo, non c’è dubbio che le varie milizie islamiste prenderanno il sopravvento e la situazione si libanizzerà sempre più.
Se l’amministrazione Bush fosse confermata dagli elettori, quale potrà essere la politica per i prossimi quattro anni nei confronti del terrorismo internazionale? Le chiedo questo con riferimento alle diverse “scuole” presenti alla Casa Bianca, Rumsfeld e Powell ad esempio.
La guerra al terrorismo rimarrà un caposaldo della politica estera americana. La grande incognita sarà il suo costo. Se le iniziative belliche e di intelligence costeranno troppo al contribuente americano, sarà il Congresso a mettere un freno all’Amministrazione. Il problema dei costi è determinante per la scelta della politica che deve perseguire un’amministrazione.
Ma secondo lei è realistico, come sostengono tra l’altro i “neocons”, pensare di portare la democrazia, anche con la forza, in civiltà come quelle islamiche e teocratiche?
Portare la democrazia è irrealistico. Ma è fattibile e, a mio avviso, auspicabile, sviluppare delle grandi campagne di informazione e di istruzioni che possono favorire e far crescere all’interno del mondo musulmano le tendenze più moderne, per così dire più “occidentali” nell’economia, nella cultura e nelle istituzioni. Questo mi pare il compito che richiede il maggiore sforzo di fantasia in occidente.
Alcune analisi si prefigurano che, dopo il comportamento europeo, francese in particolare, la National Security Strategy americana si muoverà su alleanze “à la carte”, decise volta per volta. E’ uno scenario possibile?
Questo è quel che è avvenuto negli ultimi tre anni. Una possibile alternativa è la rifondazione e rivalorizzazione della NATO e del suo importante know-how. A questo obiettivo dovrebbero dedicarsi anche gli europei che ritengono indispensabile il mantenimento del legame transatlantico come pilastro della lotta al terrorismo.

