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mercoledì, 06 febbraio 2008

 
Il pericolo Huckabee e la strategia Giuliani
Mille le possibili analisi del magnifico supertuesday: la prima credo sia la conferma della incredibile vitalità della democrazia americana. Milioni di persone alle urne, sfidando (nel sud) uragani e tifoni; candidati nuovi e carismatici, a rappresentare e contendersi le tante sfaccettature della galassia sociale a stelle e strisce; entusiasmo da tutto il mondo. Ieri notte mi sono divertito a seguire per 20 minuti la trasmissione su Al Jazeera, con due (finissimi) analisti in collegamento da una terrazza da Washington con la Casa Bianca alle spalle (credo fosse il roof del mitico Hotel Washington, dal quale una volta vidi decollare l'elicottero con Mr. Prez che andava a Quantico): una lezione, quella della macchina politica americana, da imparare in tutto il mondo, occidentale ed orientale, democratico e dittatoriale, religioso e laico, sviluppato e in via di sviluppo.
Due flash, su tante cose da dire.
1) Sembra proprio che la base repubblicana della bible belt abbia voluto mandare un chiaro segnale al front runner a loro abbastanza inviso, John McCain: se non ti prendi Mike Huckabee come vice, scordati i nostri voti, e vedi che sono tanti e che siamo compatti. E così Huckabee si è trasformato anche lui in comeback kid e si è portato a casa addirittura 5 Stati. Se fossi nel Senatore dell'Arizona sarei molto preoccupato. Perchè è vero che gli servirà un vice che tenga buona la base degli evangelici del sud; è vero che il suo vice dovrà essere abbastanza giovane da anestetizzare il problema dato dai 71 anni di McCain, soprattutto se correrà contro il 46enne Obama; è vero che è dal 1960 che il Presidente non è un ex Governatore o un ex Vice Presidente: e se guardate l'identikit del Vice Presidente che esce da queste tre considerazioni diventa pressochè obbligatorio il ticket con Huckabee (pastore, 52enne ex governatore dell'Arkansas, Stato del sud). Ma per McCain presentarsi contro un osso durissimo, come sarà chiunque vincerà la nomination democratica, con la possibilità di lanciare la volata tra 8 anni o magari 4 ad un Huckabee Vice Presidente incumbent potrà anche esaltare gli evangelici della bible belt ma ti fa scappare un mucchio di altra gente che - per usare un eufemismo - storce il naso e non poco quando ascolta i proclami fondamentalisti dell'ex Governatore dell'Arkansas: e non parliamo solo di indipendenti, ma anche di molti repubblicani. Un bel problema, di non facile risoluzione.
2) In quanto supporter (lo dico subito, molto deluso) del Sindaco d'America, non posso fare a meno di notare quanto azzeccata continui a dimostrarsi parte della strategia di Giuliani. Intendiamoci, la prova data da Giuliani mi ha fatto ricredere sulle sue capacità: una tattica come quella messa in atto (e non parlo solo della decisione di dove correre e dove no, ma anche del come si è rivolto agli elettori, con quali mezzi e tempi e con quale messaggio) dimostra una mancanza di visione che ritengo pericolosa se proiettata alla Casa Bianca. A questo punto, meglio di no: che sarebbe successo se una volta a Pennsylvania Avenue Giuliani avesse commesso una serie di errori così madornale come quella di queste primarie? E tuttavia, su una cosa il major aveva ragione in pieno: non si può fare a meno di notare come i risultati del supertuesday nel campo repubblicano confermino come nessuno dei candidati sia vincente sugli altri. Togliete a McCain e Romney i voti che - in altre circostanze, con un altro tipo di campagna - avrebbe perso Giuliani, ed avrete un quadro in cui l'analisi iniziale di Rudy continua ad avere un suo dannatissimo motivo di ragione. Questo, per mia parte, accentua il rimpianto: Giuliani non ha saputo comprendere che questo primo scorcio di primarie si è giocato sulle persone e non sui programmi, sugli ideali e non sulle promesse, sul futuro e non sul passato. Tutto il contrario del suo messaggio.
Per finire, riprendo una vecchia utopia del sindaco di noi Tocquevillers, il migliore di tutti: McCain gli dia retta (che dite, possiamo sperare che glielo abbia suggerito in questa occasione?) e bussi alla porta di Clarence Thomas per la Vice Presidenza, mettendo Giuliani Attorney General e Petraeus al DOD e annunciandolo prima di novembre. Fantapolitica? Certo: ma se devo sognare, a quale campagna pensate che io possa rivolgere i miei desideri, a quella italiana o a quella americana?
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martedì, 11 settembre 2007

 

Never

6 anni, e tutti hanno detto tutto. C'è chi sostiene che non si debba più ricordare, questa giornata. Ma la mia vita è cambiata, quel giorno, come si fa a sforzarsi di far finta?

Ho una tradizione, ogni 11 settembre. Non prendo impegni, appuntamenti, meetings. Non mi programmo alcune delle tante cose da fare per lavoro davanti a un pc. Ed è sempre strano, perchè ogni anno mi capita che, incrociando le agende con alcune persone da incontrare, loro magari sono liberi e me lo propongono. La reazione, quando dico di no e spiego perchè (e lo spiego sinceramente, il perchè), è qualcosa che per alcuni è rispetto, per altri solidarietà, per altri compassione, per altri pena: ma non per le vittime dell'11 settembre, alle quali dedicano un pensiero forse un po' colpevole ma comunque innocentementefugace; è per me che provano, per qualche sedcondo, quei sentimenti. Non dico certo che gli altri fanno male, naturalmente, a lavorare oggi. Io lavoro, a io modo, ma faccio qualcosa di diverso. Resetto il mio cervello, lo svuoto. Mi immedesimo, ancora una volta. Riguardo i filmati, tutti. Rendo omaggio, mi scopro a pensare, mi scendono lacrime che ormai non mi stupiscono. Non sono gli anni che passano a diminuire questo moto del mio cuore: è troppo forte, è di quelli che nemmeno il tempo può modificare.

Lo so che sembra strano, che è strano. Chi leggerà questo post, se mai qualcuno lo farà, proverà anche lui (o lei) per me una delle quattro emozioni sopra descritte. Ma io non azzero me stesso ogni 11 settembre per suscitare emozioni in qualcun altro. Io rendo così onore a chi non c'è più, allo spirito di una città, di una comunità, di un Paese che al motto di "United we stand" insegna da anni e anni cosa vuol dire orgoglio, dignità, coraggio.

Dall'inizio di quest'estate c'è anche sulla mia pelle quel ribbon che significa "non dimenticheremo mai". Curiose le facce di chi mi incrociava al mare qualche giorno fa: chi sarà mai questo strano tipo con su una spalla il simbolo I love NY e su quell'altra un nastro rosso bianco e blu con stelle e strisce? Qualcuno si avvicinava e mi chiedeva se fossi americano. E la risposta era sempre la stessa.

Non bisogna essere americani per provare rispetto e ammirazione per il coraggio statunitense e newyorchese. Non bisogna essere americani per riconoscere la grandezza di stare dritti come le tante bandiere contro il vento di invidia, razzismo, ingratitudine, rabbia e malafede che contraddistingue chi prima durante e dopo l'11 settembre dimostra di avercela con gli Stati Uniti. Non bisogna essere americani per prendere a modello l'enorme cuore dimostrato dai policemen e dai firefighters della big apple e vivere senza dimenticare il loro sacrificio.

Bisogna azzerare la propria coscienza, però; bisogna rinnegare la propria umanità, piuttosto; bisogna stuprare la propria anima, invece: se si vuole continuare a far finta che l'11 settembre sia un giorno come un altro.

Per tutti i Bin Laden wannabees, alcuni dei quali non si rendono nemmeno conto di essersi ridotti a tanto (poco): la grandezza degli Stati Uniti d'America vi sovrasta e vi supera, vi intimorisce e vi infastidisce, vi toglie il respiro e vi rende nervosi. E' il minimo che vi possa capitare, e sarà sempre così.

Nine eleven, never forget

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mercoledì, 04 luglio 2007

 

Happy 4th of july

 

A Capitol Fourth: America's Independence Day Celebration

America celebrates its independence

Facts for features: The 4th of July 2007

The Declaration of Independence

Today in history: July 4th

 

 

 

 

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martedì, 05 giugno 2007

 

Grazie America, 60 anni dopo

60 anni fa, il 5 giugno del 1947, il Segretario di Stato George Marshall annunciò informalmente ad alcuni neolaureati di Harvard l’idea di aiutare le popolazioni europee appena uscite dalla guerra mediante un piano straordinario di aiuti economici destinati, in particolare, a quei Paesi al di qua di quella che Winston Churchill un anno prima aveva definito “cortina di ferro”. L’European Ricovery Program (ERP) previde alla fine uno stanziamento di poco più di 17 miliardi di dollari (1,204 per l’Italia e Trieste) per un periodo di quattro anni (dal 1948 al 1951).
Ad alcuni scettici congressmen statunitensi il Segretario di Stato spiegò come aiutare le popolazioni europee disastrate da anni di guerra avrebbe costituito un’ottima mossa da più punti di vista. L’economia degli Stati Uniti avrebbe sicuramente ottenuto vantaggi da una più rapida rinascita di economie già allora essenziali al business americano. Geopoliticamente, gli aiuti avrebbero fornito ottimi argomenti in favore del posizionamento tra le democrazie favorevoli all’economia di mercato a Paesi nei quali la guerra aveva lasciato enormi conflitti irrisolti, costituitendo un fattore di convincimento avverso l’Unione Sovietica e la rete comunista che si stava costituendo e che rischiava di insinuarsi più di quanto non avesse già fatto anche nei Paesi più occidentali del nostro continente. Furono anche le numerose comunità formatesi in America ma di provenienza europea, con gli italiani in prima fila, a convincere i loro rappresentanti a Washington della bontà dell’idea di Marshall.
I dollari provenienti dal Piano Marshall, in realtà, non servirono affatto a colonizzare economicamente l’Europa, come affermano alcuni maldestri ipercritici di tutto ciò che è a stelle e strisce. La ricostruzione di infrastrutture e le nuove possibilità di sviluppo economico incrociarono certamente una società che, nel nostro Paese, era (e negli anni successivi sarebbe stata ancor di più) culturalmente divisa in due: ma i destinatari della generosità americana non furono i lavoratori che votavano comunista, perché non era questo lo spirito con il quale George Marshall aveva ideato il suo piano. Si trattava – e si trattò - piuttosto, di diffondere la speranza di risollevarsi da un momento molto difficile, di far riemergere la consapevolezza del diritto a sviluppare la proprietà privata, di difendere la conferma di poter contare sull’amicizia degli alleati al di là dell’oceano per far crescere i propri desideri, le proprie idee, i propri legittimi sogni.
Oggi il sessantesimo anniversario di questo importante avvenimento cade in un delicato momento delle relazioni tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Molti ritengono che l’esistenza di motivazioni vantaggiose per gli USA, a fianco del sentimento di vicinanza transatlantica che aveva appena portato decine di migliaia di ragazzi americani a morire per la libertà dell’Europa, sia sufficiente a rifiutare (o a ridimensionare enormemente) la gratitudine che si dovrebbe invece sempre manifestare agli Stati Uniti per il loro supporto di ogni tipo relativo a quegli anni. La Storia, maestra di vita, ha dimostrato che essi avevano e continuano ad avere torto: l’“Index of Global Philanthropy” pubblicato alla fine dello scorso maggio dal Center for Global Prosperity presso lo Hudson Institute rivela come anche oggi come allora siano gli Stati Uniti d’America il Paese di gran lunga in testa alla lista di chi dona per aiuti economici all’estero. Nel 2005 gli Americani hanno donato 122,8 miliardi di dollari, di cui ben il 79% proveniente da privati: diversamente dall’approccio del Piano Marshall, quando fu il Governo americano a stanziare fondi, oggi negli USA sono per lo più singoli cittadini, associazioni di beneficenza, istituzioni nate con lo scopo di sostenere il prossimo in difficoltà a costituire un inesauribile serbatoio di aiuto, che supera la gran parte delle cifre che i Governi di altri Paesi niente affatto in via di sviluppo destinano a questo scopo per via statale.
Ci piace pensare, in conclusione, che l’eccezionale numero di eventi di charity che ogni settimana vede meritoriamente impegnate le migliaia di associazioni italiane presenti in America, dalle più grandi alle più piccole, non sia dovuto solamente alla grande generosità dei nostri connazionali emigrati al di là dell’Atlantico. Ci piace pensare che gli italiani d’America diano ogni giorno di più, e con il sorriso sulle labbra, sapendo di vivere in un Paese che li ha accolti ma che ha saputo dimostrare anche a noi italiani rimasti in patria la straordinaria attitudine americana ad aiutare chi ne ha bisogno, con generosità e lungimiranza. Di questo, siamo e saremo sempre grati, anche quando gli anniversari non saranno più a cifra tonda.

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sabato, 04 novembre 2006

 

Midterm Elections 2006: l'America al voto

Per coloro che leggono appassionatamente gli ottimi reportage ed analisi di Camillo, di Andrea Mancia e di Spirit of America (e di altri ancora, che non si offenderanno se non sono qui citati) sulle elezioni di mid term, può risultare utile la guida alle elezioni pubblicata sul sito della US Embassy in Rome.

Se qualcuno si chiede come si debba affrontare democraticamente e civilmente il tema delle elezioni, per assistere chiunque approcci al voto come potenziale elettore o osservatore, per aiutare tutti a capire dove, come e perchè si possono esercitare i propri diritti, per sapere flussi, dati ed analisi ... date un'occhiata all'offerta che dà il Paese più libero del mondo.

L'American Dream è anche questo.

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venerdì, 06 ottobre 2006

 

èItalia for USA: Columbus Day

Il quarto numero di èItalia for USA, inserto riservato ai nostri connazionali in America del bimestrale èItalia, è dedicato al Columbus Day.

Qui per leggere èItalia

Qui per leggere èItalia for USA

Qui per leggere la mia intervista a Laurence Auriana, Chairman del Board of Governors della Columbus Citizens Foundation

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domenica, 17 settembre 2006

 
On this day in American history: 9/17
Constitution Day
Oggi si celebra la firma della Costituzione degli Stati Uniti d'America, che si tenne il 17 settembre 1787.
Se capitate sulla East Coast e siete interessati alla Costituzione, non potete mancare una visita al National Constitution Center, a Philadelphia.
We, the People
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mercoledì, 13 settembre 2006

 

Freedom and Security: Counterterrorism and the Challenge of September 11,2001

Lunedì 11 settembre ho partecipato a due eventi relativi alla commemorazione dell'11 settembre.

Il primo è avvenuto in Piazza del Campidoglio, dove il Sindaco Veltroni e l'Ambasciatore Spogli hanno ricordato insieme alle molte persone presenti i caduti di cinque anni fa. Veltroni ha anche annunciato che presto verrà loro intitolata una piazza nella nostra città. Qui c'è il testo del saluto dell'Ambasciatore.

Successivamente ci siamo spostati al Centro Studi Americani, dove Joseph B. Bellinger, Consigliere legale del Segretario di Stato Condoleezza Rice, ha svolto - a fianco di Spogli e del Presidente del CSA nonchè Ministro dell'Interno Giuliano Amato - una relazione sulla lotta al terrorismo dopo l'11 settembre. Tra il pubblico l'ex Ambasciatore italiano all'ONU Vento, Massimo Teodori e molte altre personalità che spesso si incontrano ai sempre interessanti appuntamenti del CSA. La relazione del Consigliere Bellinger si trova qui.

Qui, invece, il numero di Spotlight USA dedicato all'11 settembre.

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martedì, 12 settembre 2006

 

Memento

A futura memoria, perchè sulla realtà stanno vomitando in troppi.

L'unica strategia degli antiamericani per professione (in permanente servizio da 50 anni senza soluzione di continuità e con ricambio degno delle peggiori madrasse ideologicamente pervertite), di qualsiasi nazionalità essi siano, è che ciò che accade in Medio Oriente si risolve in 3 mosse: 1) riconoscimento della piena legittimità a fare strame dei minimi diritti di libertà, civiltà e democrazia, da noi acquisiti dopo secoli di buio e sangue, da parte di chi interpreta il Corano come un manuale di guerra; 2) fuga e scuse ufficiali da parte dell'Occidente (con promessa di non provare mai più ad immaginare che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo debba essere difesa ed applicata a tutti, secondo quella odiosa e sopravvalutata formula che tra l'altro recita "Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità") per qualsiasi intervento in Medio Oriente che non sia improntato a far diventare le truppe occidentali dei simpatici scudi umani a disposizione dei vari Hezbollah, Hamas, Achmadinejad e Giulietto Chiesa nel loro intento per niente mascherato di cancellare Israele dal mappamondo, senza se e senza ma; 3) due stati e due popoli in Palestina, dàlli all'invasore sionista e viva viva il ricordo del celebre pacifista Arafat.

Il tutto mentre Hamas, la controparte con la quale Israele dovrebbe dialogare, non riconosce la stessa Israele. E ben inteso, se il processo di pace non va avanti non è perchè la prima delle due parti non riconosce e vuole cancellare la seconda. E' colpa della seconda, comunque.

Sono lieto che esista ancora un po' di stampa libera, soprattutto oltreoceano, e sono lieto che esistano i blog, in particolare quelli che mille volte meglio e più spesso di me ricordano ciò, a futura memoria. Perchè se verremo conquistati, colonizzati, sconfitti, e riportati ad una civiltà preilluminista e oscura con l'insostituibile ausilio di quegli utili idioti che ci ritroviamo in casa e che consumano le nostre società come un cancro che da dentro ci divora, facendo ciò che già fecero per decenni col comunismo, sempre dalla parte sbagliata e sempre contro l'America: bè, se accadrà tutto ciò, ancorchè internet non sarebbe più libero come è oggi e le libertà  nostre e dei nostri figli sarebbero molto limitate, sono certo che ci sarà il modo di ricordare com'era l'occidente prima dell'11 settembre e durante la guerra che ci è stata dichiarata, e che stiamo perdendo. Sono certo che ci sarà modo di ricordare, perchè come durante le dittature dello scorso secolo ci sarà sempre un porto sicuro, libero, democratico al quale approdare e nel quale rifugiare le ultime menti non asservite all'ideologia prima nazista, poi comunista, poi islamofascista: un porto che darà il benvenuto ai sinceri uomini liberi con una statua con in mano una fiaccola, che saluta il Paese più magnifico e giusto del mondo e la città più straordinaria che sia mai esistita.

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lunedì, 11 settembre 2006

 

Non vuol dire

Un'altra giornata di celebrazioni se n'è andata, con tante persone che sinceramente sono rispettose di ciò che avvenne, e tante altre che non hanno capito perchè non vogliono ascoltare il significato delle urla, delle fatwa, dei lucidi e folli proclami, degli editti di guerra, delle minacce che da 5 anni chi ci attacca ci sta vomitando contro con una chiarezza che non lascia alcun alibi.

Non vuol dire. Uccidere tremila civili innocenti non vuol dire avere voglia di fare un accordo. Terrorizzare della brava gente e minacciarla di farlo fino alla propria fine non vuol dire essere disponibili alla reciproca comprensione. Chiamare alla rivolta dirottando una religione millenaria e giustificando le peggiori nefandezze del mondo non vuol dire dimostrarsi un interlocutore affidabile. Incitare la propria gente a massacrare l'occidente americano non vuol dire avere gli stessi nostri sentimenti. Festeggiare la morte di inermi newyorchesi non vuol dire avere qualcosa da insegnarci. Inneggiare alla jihad contro infedeli e apostati non vuol dire condividere una cultura di tolleranza. Educare i propria figli al martirio non vuol dire avere la nostra stessa idea di libertà. Sostenere di amare la morte non vuol dire avere il diritto di essere equiparati a noi che amiamo la vita.

Questa è solo la finzione che alcuni di noi hanno inventato per paura, per codardia, per invidia, per vergogna, per egoismo, per ignoranza, per mancanza di lungimiranza, per inedia, per senso di impotenza, per comodità, per abitudine, per smarrimento, per inadeguatezza, per malafede, per razzismo, per cecità.

L'11 settembre non vuol dire "volemose bbene". E se avessimo, noi comodi europei, la volontà di fare un piccolo passo in avanti sulla strada dell'onestà intellettuale lo capiremmo subito. Oggi noi commemoriamo, molti di noi con una planetaria e incommensurabile faccia tosta, i morti dell'11 settembre. Tra di essi, c'è chi ha capito presto che con coloro che li stavano per uccidere non c'era da accordarsi, nè da dialogare, nè da capirli, nè da giustificarli. Sul volo 93 c'erano eroi, che ci insegnano che a trattare con il male non si ottiene nulla. Sono morti lo stesso, si dirà. Ma potevano scegliere tra il disonore e la morte, scegliendo il primo avrebbero avuto entrambi, e non hanno scelto il disonore: sono caduti con onore, hanno salvato chissà quante altre vite, hanno impedito al male di vincere. Nessuno di noi comodi occidentali sempre pronti a dare addosso agli USA potrà mai lasciare un così grande ricordo. Anche se qui c'è chi ha il coraggio anche l'11 di settembre di stuprare la loro memoria pretendendo di insegnare che avrebbero dovuto parlare, dialogare, trattare. Che con questa gente sarebbe questa la ricetta giusta.

L'11 settembre non vuol dire "volemose bbene".  Vuol dire "Let's roll".

Questa è la differenza tra l'Europa e gli Stati Uniti d'America.  

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sabato, 09 settembre 2006

 

Ground Zero, 9/11

Sono passati 5 anni. Sono passati in fretta? Oggi stiamo meglio? Ma che c’entriamo noi, in Italia, in Europa, con New York? E loro come stanno? Si sono scelti lo stesso presidente sciocco, se la sono cercata, sono stupidi, sono americani, sono imperialisti … quante volte ho sentito e letto le stesse scemenze, le stesse malefedi sostenute con la stupida lucidità di chi ha trovato un modo per spegnere il cervello e abbandonarsi a quello che i politicamente corretti e moralmente superiori gli hanno iniettato per farli stare sereni … gente pericolosa per sé e per gli altri, per la quale il disprezzo è talmente forte che mi fa stare calmo, come quel film con De Niro in cui i malati di parkinson stavano talmente male che invece di muoversi in fretta risultavano catatonici.
 
Ground Zero è una ferita che non si chiude. Ci vado sempre, quando sono a New York, e rimango lì a guardare il buco. C’è un senso di unicità, a Ground Zero. Scendi sulla Broadway, finiscono le strade che incroci contraddistinte da un numero. Poi attraversi Soho, e intravedi già Church Street. Se guardi in alto, camminando verso downtown, ci sono grattacieli ovunque o quasi: ma poi, ad un certo punto, incontri i postini che escono dal loro quartier generale e sai che sta per succedere qualcosa nel tuo orizzonte. Succede in un momento, e avverti che sei lì. La gente passa e corre esattamente come altrove, ma tu vedi questo vuoto troppo grande per non essere riempito: non è un’area che velocemente riattrezzeranno per un parcheggio, o per un nuovo grattacielo, o per un complesso residenziale di lusso. Non è un angolo tra un palazzo ed un altro, è un cratere enorme, che disturba l’orizzonte al quale sei abituato perché non lo interrompe. E perché tu lo sai, eccome se lo sai, che lo interrompeva magnificamente.
 
Devi piangere, quando sei lì? Ti senti in imbarazzo? Cosa viene a fare la gente qui, a vedere un buco? Che facciamo, ci scattiamo una foto? E che faccia faccio, un sorriso pare brutto, forse un mezzo sorriso che vorrebbe esprimere solidarietà e dispiacere? Guarda, lì ci sono i nomi delle vittime, o meglio dei caduti, o meglio dei morti … ma come li chiamiamo quelli che non ci sono più per colpa di una folle ideologia perversa e una cieca dedizione all’odio? C’è gente che riprende con la telecamera tutta la serie di foto che ricorda come andò. C’è la bandiera, ovviamente, e c’è una poliziotta di guardia con la bandana a stelle e strisce che significa orgoglio, attaccamento alla patria, dimostrazione che la polizia di New York non si piega e onora coloro che non ci sono più: e tu lo sai, ma cosa vuoi andarle a dire che non le sia già stato detto? Ti avvicini commosso, e quando sei davanti a lei piangi, dietro di lei il buco e la bandiera. Lei ti guarda: questo potrebbe essere un malintenzionato, cosa vuole da me, e sappiamo che l’atteggiamento della polizia di New York è giustamente diffidente di principio. Ma lei ti guarda, sorride comprensiva, e ti dice che no, non sei il primo al quale capita tutto questo. Ti stringe la mano, e tu la ringrazi per tutto, e piangi come un bambino, e ti maledici tra i singhiozzi per non riuscire a spiegare quanto sei grato a lei, ai suoi colleghi, ai suoi concittadini, al suo popolo. Ti maledici perché sei così dannatamente invidioso, senza alcuna cattiveria, di chi condivide la magnificenza e la grandezza di essere cittadino americano, di vivere a New York, e di servire quella patria e quella città.
 
Fa caldo ora, come quel giorno. C’è il sole in alto ora, come quel giorno. Sei innamorato dell’America ora, più di quel giorno. Vorresti abbracciare i tuoi cari ora, come quel giorno. Ma guardi in alto, ti guardi intorno, vedi la bandiera. C’è un tipo che suona l’inno con un flauto, le tue orecchie allenate a quelle note lo percepiscono forte e chiaro tra i rumori: è un sollievo per il cuore gonfio di emozioni e sentimenti troppo grandi. Sudi freddo, stamattina quel simpatico inglese completamente tatuato che in Christopher Street ti ha marchiato per sempre il braccio sinistro con il simbolo IloveNY ti ha detto di non sudarci, ma come si fa? Chiudi gli occhi, e senti le lacrime che continuano a scorrere sulle tue guance. L’odore è indefinito, il suono è quello del traffico e dell’inno e della vita di New York. Sei con gli occhi chiusi, e pensi a quella mattina di 5 anni fa. Cerchi di rivivere la scena, che tante volte hai rivisto, che hai cercato da tutte le angolazioni chiedendoti perché ti facessi tanto male a rivederla così spesso, sei forse il più grande esperto di filmati sull’undici settembre che ci sia in Italia, li hai visti tutti, scaricandoli da internet o registrandoli dalla tv, comprando dvd. Da qui è arrivato il primo aereo, da lì il secondo. Quanto inconcepibile sarà stato vivere quei momenti? Come l’atterraggio di un’astronave aliena, qualcosa che la mente fatica a collegare con la realtà quotidiana qualsiasi. Uno shock, e poi i fogli che volano, ed i corpi che volano, la gente che scappa, ti sembra di sentirli passare accanto a te come fantasmi che non se ne andranno più, come coloro dispersi e mai più ritrovati che non daranno mai pace ai loro congiunti e che probabilmente sono la cosa più vicina ai fantasmi che il mondo reale possa partorire e concepire. Il panico, l’incredulità, l’incomprensione. La stranezza e l’inaspettato in un posto come Downtown New York dove tutto è programmato, e dove si programma di tutto. Gli occhi ancora chiusi, ti rimbombano nella testa le parole di Bin Laden, e di chi gli paragona Bush; dei vari kamikaze che lasciano i loro deliri ad una telecamera, e dei vari vigliacchi che fanno lo stesso ma in uno studio televisivo, seduti su comode poltrone con fuori l’autista che li aspetta per portarli nelle loro comode case, dove i loro figli non avranno coraggio ma nemmeno dubbi nel chiedere loro: perché l’hanno fatto? Lo rifaranno? Lo faranno qui? E come reagiremo se lo faranno? Come lo impediremo, e cosa faremo dopo?
 
Apri gli occhi, e sei a Ground Zero. La gente di fronte alle foto è cambiata, alcuni chiedono una foto a qualche turista, l’ufficio informazioni è aperto ma nessuno osa avvicinarsi. La poliziotta di colore con la bandana a stelle e strisce ti guarda, e tu guardi lei. Le vedi gli occhi e sai che lei vede i tuoi, ancora velati dalle lacrime. E sai, o forse speri e ti illudi di sapere, che sei riuscito senza parlare a spiegarle quanto le sei grato, quanto ammiri la polizia di New York, quanto ami questa città, quanto rispetti e sei grato a questo Paese. Ti incammini confuso e per un attimo non cogli la direzione da prendere, tu che a New York non sbagli mai strada: le gambe pesanti, il cuore di più, l’anima in pena, lo sguardo triste ma speranzoso. Sei a Ground Zero, sai che ci ritornerai sempre, ogni volta che verrai qui, sperando che siano tantissime. Rimpiangi di non avere mai visto le torri dal vivo, di non esserci mai salito, ricordi il racconto di tua madre e della cena con tuo padre al Windows on the world. Telefoni a tua moglie e a tua figlia, senza dar loro pensiero ti sforzi di essere allegro senza dire in che parte di New York ti trovi. Forse capiscono dove sei, da quante volte inconsciamente rubi ai caduti la frase che più spesso hanno detto lasciando messaggi nelle segreterie telefoniche o riuscendo a parlare con i propri cari prima che le torri crollassero: dici loro che le ami.
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On this day in American history: 9/9

1776 The second Continental Congress makes the term ''United States'' official, replacing ''United Colonies.''

1850 California becomes the 31st state of the union

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mercoledì, 06 settembre 2006

 

Grazie America

Da oggi al 24 settembre a Roma, presso il Palazzo dell'Informazione a Piazza Mastai, c'è una mostra fotografica intitolata "Roma e il Mito Americano. Eventi e immagini" che presenta le fotografie contenute nel volume "Grazie America".

L'evento fa parte di un programma di iniziative molto interessante, se siete a Roma dateci un'occhiata.

Il programma è qui.

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lunedì, 04 settembre 2006

 

On this day in American history: 9/4

Labor Day

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sabato, 02 settembre 2006

 

World Trade Center

Il film di cui tanto si parla l'ho visto lì dove andava visto, a New York. Devo dire che la sala era mezza vuota, con mia grande sorpresa, ed eravamo pur sempre sulla 42esima strada, nel bel mezzo del Theater District.

Le emozioni che suscita sono inevitabili, stante il fatto che chiunque abbia a cuore la democrazia occidentale (e ci togliamo dunque una larga fetta di Medio Oriente e molti utili idoti europei non pochi dei quali al governo in questo momento) non può non commuoversi quando si rivive, in qualsiasi modo anche molto meno in dettaglio di questo film, il vigliacco attacco terrorista alla civiltà americana, e dunque occidentale.

Il film è ben fatto, senza dubbio, dal punto di vista della costruzione dei personaggi. Stone, che ha molti scheletri nell'armadio (solo per citarne uno, l'incredibile documentario in ginocchio a quel despota che risponde - per fortuna ancora per poco - al nome di Fidel Castro), è comunque bravo nel suo lavoro: il che non vuol dire affatto che il suo lavoro sia sempre da applaudire. Stavolta non lo è, sebbene la scelta di stringere l'obiettivo sul salvataggio di due rappresentanti del corpo di polizia di NY (in realtà della Port Authority) abbia il suo perchè. La cosa migliore del film, a mio avviso, è la battuta di Nicolas Cage quando rivede la moglie: "tu mi hai tenuto in vita", le dice dopo tutto quello che ha passato, e c'è tutto l'amore del mondo in una frase che non è sdolcinata ma anzi è significativa. A lungo ho pensato se esistesse frase più ricca per raccontare a chi si ama l'intensità del proprio amore: mi sa di no.

Il problema non è tanto, o non solo, il fatto che metà del film si risolve nel dialogo tra i due, bloccati sotto le macerie: ci può stare e anzi va apprezzato il tributo a questi due eroi, che mentre tutti scappavano si offrivano di aiutare il prossimo. Il problema non sta nemmeno nella apparizione di Cristo con una bottiglia d'acqua in mano, che sinceramente non fornisce elementi interessanti alla storia: se si voleva citare il fatto che uno dei due poliziotti è rimasto vivo grazie alla sua fede si poteva fare - e sarebbe stato giusto farlo - in maniera meno pacchiana e rumorosa. Il problema è che non è moralmente accettabile fare un film del genere e non dire nulla, non spiegare affatto, non dare un minimo accenno a cosa sia successo e soprattutto perchè. Non si può limitare alla macchietta del marine qualsiasi riferimento a cosa avvenne l'11 settembre del 2001. Non si può girare un film su qualcosa di enorme come quel giorno che ha cambiato il mondo e far sì che se uno spettatore dovesse entrare a un quarto di film si troverebbe fino agli ultimi dieci minuti ad assistere ad una pellicola buona per qualsiasi disastro capitato in qualsiasi parte del mondo, e soprattutto per qualsiasi motivo, naturale o no.

Non si può fare un film intitolato World Trade Center e tacere sul fatto che non è un terremoto ma un attacco alla democrazia, che non è un evento naturale ma un atto terrorista, che non accade per caso ma perchè qualcuno nel seminare odio ha inteso uccidere gli innocenti cittadini di una innocente città.

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venerdì, 01 settembre 2006

 
I love America
Non so da che parte iniziare. E’ la quarta volta che vado negli States, la terza a New York, ma quando poi torno in Italia  è sempre la nostalgia che mi assale, e ogni volta mi scopro a chiedermi quando ci tornerò.
Viaggio bello, bellissimo. Di quelli che non potrò scordare. Viaggio difficile perché la mancanza di mia moglie e mia figlia si è fatta sentire molto, troppo.
 
New York, Boston, Philadelphia, Washington. Quattro città, un paio delle quali viste davvero con troppa fretta (8 ore a Boston, addirittura solo 6 a Philadelphia), e una bellissima, in parte inaspettata sorpresa: DC, la capitale. L’avevo vista per qualche ora lo scorso anno, ma stavolta l’ho girata abbastanza bene, anche se bisognerà tornare. Ma davvero, come fa chi odia l’America a pensare di potere anche solo minimamente intaccare la grandezza di un Paese che ha come capitale Washington DC? Washington è strepitosa, monumentale, impressionante, patriottica, viva, ordinata.
 
C’è da dire che, con le dovute differenze, ci sono cose che accomunano i luoghi che ho visto. Si tratta di grandi città. Non ho (ancora) visitato alcuna area suburbana, non sono stato nei piccoli centri dell’America rurale né nella Sun belt o sulla costa ovest, mi mancano naturalmente moltissimi segmenti della civiltà americana per poter pensare di avere una conoscenza adeguata: ma il bello sta nella ricerca, nella scoperta, nel sapere che c’è sempre qualcosa di nuovo di fronte a te. E’ magnifico essere coscienti che la prossima volta rimarrò stupito e innamorato di altre cose ancora.
Ho visto poca gente con una fede al dito; pochissimi fumatori; molta gente che parla, parla, parla al cellulare. Ho visto esercenti maghi nel calcolare le percentuali delle tasse, ho visto ovunque servizi efficienti e comodi, puliti e rapidi, con molte persone che sono lì per aiutarti qualsiasi cosa tu debba fare (e pagare) e con strutture che ti suggeriscono che chi le ha progettate e le mantiene efficienti si è semplicemente posto il problema di cosa serva a chi le usa: spettacolarmente rivoluzionario e dolorosamente semplice, per chi viene da qui. Ho visto una società estremamente rigorosa su molte cose: dal fare la coda per tutto al tenere pulite le strade di bisogni degli animali, dal mantenere un comportamento di riguardo verso il prossimo al rispettare le leggi in generale. Ma l’attraversamento pedonale a Times Square sfugge a qualsiasi norma, e non so come sia possibile evitare che ad ogni minuto qualcuno non vada sotto una macchina, un SUV o uno dei mille taxi che vi circolano sempre. Molti guidano senza cinture e parlando al cellulare, ma le norme non lo vietano. Ho visto gente che mangia troppo e male, troppo velocemente e senza cura.
 
Mi piace scrivere alla rinfusa alcune cose che mi hanno colpito, altre me le lascerò per qualche post successivo, un paio geografici ed uno tematico. Fantastica la quiet car sull’Amtrak, il treno rapidissimo e comodissimo che unisce le città americane: non si parla in quel vagone, niente cellulari né musica (nemmeno con le cuffie), solo si legge, si lavora al pc, si riflette, si dorme. Ancora, una domanda mi è sorta alla fine del viaggio: ma come (o meglio, dove) fanno benzina? In quattro città ho visto solo un benzinaio, a Washington. Altrove, sono tutti molto ben nascosti, e molto meno numerosi in media delle città italiane ed europee. E’ vero che ci sono le grandi stazioni sulle highways, ma chi sta in città come fa? Ancora: la pubblicità dei medicinali in TV. Non ce n’è una che non si concluda con l’esortazione a chiedere al proprio dottore circa la compatibilità del prodotto suggerito con le proprie condizioni. Sarà certo per la necessità di evitare cause milionarie, ma mi sembra un consiglio da seguire sempre, e mai suggerito qui in Italia. Tante altre cose ancora da dire, e un’infinità da imparare.
 
Un discorso a parte va fatto per Times Square. Ora, ci sono tante cose che io non so fare, nella vita. Una che invece, a detta di altri, mi riesce piuttosto benino sarebbe scrivere, narrare, intrattenere. Forse è vero, ma se anche fosse vero ciò non vale per Times Square. Ci provo, ma non ci riesco, ormai lo so. Nel senso che potrei stare un’ora a parlarne raccontandola a qualcuno che non c’è mai stato o spiegando a chi la conosce anche meglio di me perché ne sono così profondamente e irrimediabilmente attratto, e non sarei soddisfatto di come l’ho descritta. Io semplicemente non arrivo ad esprimere cos’è, cosa sento quando ci torno e cosa ho provato quando ci sono capitato per la prima volta. Si sa che New York non è solo Times Square, e che certamente gli USA non sono solo New York. Ma io non so descrivere la sensazione nel trovarmi lì, di notte o di giorno, circondato da questo tanto, da questo troppo senza stancare, da questo fiume di gente che contemporaneamente, tutti insieme come un’orchestra di vita casuale ogni minuto sempre diversa e sempre uguale cammina, corre, produce, suda, mangia, beve, urla, sente musica, parla al cellulare, pensa e si adombra, attraversa la strada, si guarda intorno, fotografa, si meraviglia, ride e sorride, si incuriosisce, entra ed esce da metropolitane, autobus, sightseeing tour, negozi, alberghi, bar, ristoranti, teatri, outlet, megastore, starbucks, sbarro, friday’s, mcdonald, denny’s, jamba juice illuminati dal susseguirsi infinito delle insegne, degli schermi luminosi, delle scritte continue, dei semafori sempre accesi, dei cartelloni al neon, dei fari dei mezzi pubblici e privati, delle luci di appartamenti e uffici sempre aperti, delle pubblicità di Broadway o dell’ultimo film mentre arrivano i suoni di clacson, grida, sirene, voci, lamenti, elicotteri che sfrecciano sulla tua testa, risate, note musicali dagli schermi lassù in alto, accenni di conversazioni in strani accenti e lingue sconosciute captati da un cellulare che ti sfiora vicino all’orecchio del legittimo proprietario … insomma, gente che vive nella città che non dorme mai, nella piazza (ma come si fa in realtà a chimarla piazza? È un microverso a sé stante) che non dorme mai, che non può essere compresa se non ci si va, se non la si frequenta, se non ci si perde, se non ci si emoziona, se non si piange e ride allo stesso tempo mentre un fiume di gente ti insegue, ti sposta, ti evita e ti urta, ti ignora e ti guarda. Un posto dove stai un’ora a guardarti intorno e ti sembra sia passata mezza giornata, per l’enormità del tutto, dalle informazioni che ne trai alla fauna di gente che incontri, dalle facce al modo di camminare, dai vestiti alle scarpe, dai tatuaggi ai capelli, dal naked cowboy (ma ora c’è anche la cowgirl) ai giovani ragazzi (solo bianchi, niente neri o asiatici o latinos) che ti offrono un passaggio sui taxi a pedali, dal rappresentante dell’esercito della salvezza al pazzo pseudo profeta (sempre lo stesso almeno dal 2002 quando lo hai incrociato per la prima volta) che ti preannuncia che Cristo è risorto ieri e la fine del mondo sta arrivando, dal nero che ti vuole vendere il cd del suo ultimo album hip hop al sosia di un personaggio famoso che ti propone di farsi fotografare con te, dai messaggi scritti sulle magliette ai giornali sfogliati mentre si cammina: da ciò che si è e da ciò che si fa mentre il mondo con incredibile naturalezza ti gira intorno e tu sei lì, al centro, senza concepire o ricordarti come sia possibile essere fuori di qui e sentirsi vivo, e l’adrenalina ti va a mille e vuoi immagazzinare più eccitanti input che puoi, senza perderti nulla di quell’incredibile forza che ti arriva e rimbalza su di te e poi ritorna senza sosta, mentre a sud e ad est e a nord e ad ovest da te e sopra e anche sotto di te fino a dove riesci a vedere sembra a tutti che sia normale mentre tu pensi di essere dentro ad un film in cui qualcuno ha spinto +4 sul telecomando che indica la velocità di scorrimento delle immagini. E tu sei lì che ridi e urli dentro di te chiedendoti come farai quando sarai lontano.
 
E come lo spieghi tutto questo? Alla fine, con quattro semplici parole che descrivono tutto questo ed altro ancora: I love New York.
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sabato, 12 agosto 2006

 

Due settimane negli States

Ok, lunedì si parte. Non c’è problema, si parte. Scalo a Londra, poi New York. Proprio così. Tra check di ore, nessun bagaglio a mano, code, attese, disservizi, qualche timore di chi mi vuole bene. Tra sguardi che a volte saranno inevitabilmente diffidenti, da parte mia e pure su di me. Tra la voglia, la necessità di fare una vacanza dopo 2 anni di estati a Roma, e la voglia, la necessità di stare di nuovo un po’ nella terra dove vorrei vivere, alla quale vorrei appartenere, con la quale sono legato nel più profondo di me. Torno a New York per la terza volta.
 
Tra le cose che vedrò, vivrò, farò dal 15 al 20 a New York ci sono: Columbia University, Lincoln Center, Times Square, Italian American Chamber of Commerce, Broadway (Rent-the Musical), Intrepid Sea Air & Space Museum, Tour in elicottero, New York Yankees vs Baltimore Orioles (baseball), Coney Island, Brighton Beach, AVP Brooklyn Open Beach Volley, Brooklyn Heights, DUMBO, Promenade, New York Giants vs Kansas City Chiefs (football), Ground Zero, World Trade Center (the movie), Top of the Rock, Gospel Brunch al B.B. King Blues Club and Grill, Harlem Day Festival, NYC Harbor Lights Cruise + 3 appuntamenti ancora da prendere con amici, importanti personalità italiane in loco ed il capitano del battaglione della Fifth Army in cui combattè mio padre quando ci vennero a liberare dal nazifascismo.
Il 19 sarò a Boston: Freedom Trail, JFK Memorial Library, The skywalk, Beacon Hill, Charlestown Bridge, Cambridge.
Il 21 mi sposto con l’Amtrak, con tappa a Philadelphia: Independence Hall, Congress Hall, Liberty Bell Pavillion, National Constitution Center, Betsy Ross House, City Hall, Reading Terminal Market.
Dal 21 sera sono a Washington: Sightseeing tour by night, US Capitol, Supreme Court, The Mall, The Old Post Office, FBI Building, The White House, Washington Monument, US Holocaust Memorial Museum, National Archives, National Air and Space Museum, National Museum of American History, Arlington Cemetery, Marine Corps Memorial, Pentagon, Georgetown, Jefferson Memorial, FDR Memorial, World War II Memorial, Korean War Memorial, Lincoln Memorial, Vietnam Veterans Memorial, Department of State e poi appuntamento in Ambasciata al 3000 di Whitehaven Street.
 
In mezzo, quando ci riuscirò, dormirò, mangerò, berrò, andrò da Starbucks, cercherò qualche regalo per mia figlia e mia moglie: e il vero grosso problema sarà proprio quello di stare lontano da loro, che saranno al mare, per due settimane. Ma soprattutto, e ci riuscirò, mi godrò the land of the free and the home of the brave. Respirerò libertà, e la vera ricerca della felicità. E mi chiederò nuovamente se davvero i motivi per tornare a vivere in Italia sono più numerosi e importanti di quelli per andare a vivere in America.
 
Saluti a tutti, ci si rivede al mio ritorno.
Un post di Mixumb delle 08:33 personale, i love america · commenti (2)

venerdì, 04 agosto 2006

 

Com'è strana la vita dei dittatori

Prendete Fidel Castro. Per decenni prende a pretesto la supremazia americana, la strumentalizza per stringere il giogo sul suo popolo, si allea con i peggiori uomini che abbiano mai raggiunto il potere, ispira i più frustrati e indecenti idioti occidentali (ne sappiamo bene qualcosa), si ciba della sconcia  manfrina che rende l'ONU una dannosa istituzione (vedi foto) e con scadenze più o meno prefissate tiene devastanti sessioni di comizio di ore nelle quali accusa il satana a stelle e strisce di qualsiasi malaffare, primo tra tutti il pedissequo maldestro tentativo di eliminare il padre della revoluciòn.

E poi, quando sta male e presumibilmente (auspicabilmente in fretta e senza soffrire) sta per stirare le zampe e reincontrare i migliaia suoi incolpevoli concittadini che ha condannato, incarcerato, torturato, fucilato, impiccato o costretto a morire nelle 90 miglia che separano Cuba da Key West ... non può nemmeno accusare l'odiato yanki di essere il colpevole di tutto ciò, per il timore che il popolo si sollevi per davvero entusiasmato dal fatto che il vicno finalmente abbia compiuto quello che da decenni gli viene addebitato in programma.

Com'è strana la vita dei dittatori.

Un post di Mixumb delle 13:27 politica, i love america · commenti (3)

giovedì, 03 agosto 2006

 

On this day in American history: 8/3

1492 Christopher Columbus sets sail from Palos, Spain, on a voyage that will take him to the present-day Americas

 

Un post di Mixumb delle 07:26 i love america · commenti

martedì, 01 agosto 2006

 

On this day in American history: 8/1

1876 Colorado is admitted as the 38th state

Un post di Mixumb delle 07:23 i love america · commenti

lunedì, 31 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/31

1875 Andrew Johnson's death

Un post di Mixumb delle 07:18 i love america · commenti

domenica, 30 luglio 2006

 

On this day American history: 7/30

1619 The first representative assembly in America convenes in Jamestown, Va

1965 President Lyndon B. Johnson signs the Medicare bill into law

Un post di Mixumb delle 13:08 i love america · commenti

sabato, 29 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/29

1805 Alexis De Tocqueville's birthday

1958 President Dwight D. Eisenhower signs the National Aeronautics and Space Act, which created NASA

Un post di Mixumb delle 08:14 i love america · commenti

venerdì, 28 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/28

1868 The Fourteenth Amendment to the U.S. Constitution, guaranteeing due process and the equal protection of the laws to former slaves, is declared in effect

Un post di Mixumb delle 07:23 i love america · commenti

giovedì, 27 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/27

1789 Congress establishes the Department of Foreign Affairs, the forerunner of the State Department

Un post di Mixumb delle 07:36 i love america · commenti

mercoledì, 26 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/26

1788 New York becomes the 11th state to ratify the Constitution

1947 President Truman signs the National Security Act, creating the Department of Defense, the National Security Council, the Central Intelligence Agency and the Joint Chiefs of Staff

Un post di Mixumb delle 07:26 i love america · commenti

martedì, 25 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/25

1866 Ulysses S. Grant is named general of the Army, the first officer to hold the rank

1868 Congress passes an act creating the Wyoming Territory

1952 Puerto Rico becomes a self-governing commonwealth of the United States

Un post di Mixumb delle 07:18 i love america · commenti

lunedì, 24 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/24

1862 Martin Van Buren's death

1866 Tennessee becomes the first state to be readmitted to the Union after the Civil War

1929 President Herbert Hoover proclaims the Kellogg-Briand Pact, which renounced war as an instrument of foreign policy

 

Un post di Mixumb delle 07:45 i love america · commenti

sabato, 22 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/22

1943 American forces led by Gen. George S. Patton captures Palermo, Sicily

Un post di Mixumb delle 08:25 i love america · commenti

venerdì, 21 luglio 2006

 

On this day in American history: 7/21

1949 The U.S. Senate ratifies the North Atlantic Treaty

Un post di Mixumb delle 07:37 i love america · commenti (1)