giovedì, 16 novembre 2006
Se ne va un grandissimo
Onore a Milton Friedman, maestro ineguagliabile. Il migliore, davvero.
Un post di Mixumb delle
21:57 politica,
personale
·
commenti
lunedì, 06 novembre 2006
Seconda stella a destra
"Seconda stella a destra, questo è il cammino
e poi dritto fino al mattino
non ti puoi sbagliare perchè
quella è l' isola che non c'è... "
E’ tutto in quella frase, detta con nonchalance dall’amico che mi ha portato nel mondo dei radicali, che me li ha fatti conoscere, apprezzare, ammirare. Quell’amico casinaro e un po’ matto, ma leale e onesto, logorroico ma sincero, che mi ha permesso di scoprire ciò che ognuno, a suo modo, per le sue vie, ha scoperto in qualche momento della propria vita politica, a cavallo tra una delusione, un senso di vomito, un’incazzatura ed una continua domanda sul perché si rimane qui, stranieri in patria, a lamentarsi odiando chi si lamenta, a dipingere le lodi della terra delle opportunità senza il coraggio di acchiapparle, quelle opportunità.
E insomma, sta tutto in quella frase: “noi radicali siamo abituati al fatto che qualcuno arrivi, qualcun altro se ne vada. Rientra nella normalità del nostro essere radicali, senza stupirci quando chi ha fatto un percorso con noi decide di abbandonare la squadra”.
In realtà io non ho mai fatto parte della squadra: nel senso che della squadra non ho i meriti, quell’accanimento nel lavoro, nella dedizione totale, nella vita vissuta a Torre Argentina; quel dare tutto sé stessi al partito o ad una delle sue diramazioni, sempre in adorazione per Marco, che lo incontri in ascensore e ti tratta – gigione - come se fossi un vecchio amico, ed è così diverso da quei boriosi politicanti che stanno altrove; con il grande rispetto che merita Emma, che ti guarda incuriosita se le confessi che l’ammiri molto, mentre si fuma l’ennesimo mozzicone di sigaretta con il suo look per niente cool. Marco ed Emma, era curioso notare come gli altri li chiamassero così, e mi sembrava strano e forse un filo sopra le righe, del tipo “io li chiamo per nome”, mentre poi si è capito che l’anomalia sarebbe stata l’approccio normalmente dedicato ai tromboni delle auto blu. E come si fa a non rimanere affascinati, rapiti, ammaliati da questo gruppo di folli, che si estrinseca come una specie di collezione di magnifici ed orgogliosi intelligentissimi freak, dove tutti sono normali e diversi, parlano e parlano e sono sempre a loro agio, e tu ti senti a casa dopo un minuto che sei con loro. Come si fa a non rimanere increduli di fronte alla serenità di Luca, che oggi non c’è più, e alla sua capacità di sintetizzare la sua vita e la sua lotta, nel sorriso meraviglioso della sua compagna: come si fa a non capire che sia la storia più emozionante del mondo, quella di loro due contro chi li vuole condannare al dolore?
E poi Daniele. Uno che chiami il centralino, e te lo passano. Che ti accoglie aprendoti la porta e scusandosi per il casino della sua stanza, lui, segretario del partito. Che sa quello che c’è da sapere, intelligente, cortese, a volte distaccato perché forse timoroso di apparire troppo superiore. Uno che ti risponde alle email, che ti richiama dal suo cellulare, uno col quale ti senti in sintonia, sempre. Uno che ti fa pensare che forse c’è ancora speranza per questo povero Paese, per chi come te non si riconosce nel mainstream che chiane e fotte.
E i tanti altri, che tu, radicale “di destra”, ammiri per le tantissime battaglie che con loro condividi ma che senti un po’ lontani comunque: tra i quali c’è Rita, una splendida cinquantenne che ha il potere di farti continuare a credere che l’impegno è un bene, che crederci si può, che la battaglia si vincerà. Una donna semplice, una soldatessa mite e incazzosa per ciò in cui crede, qualcuno da ammirare in maniera assoluta. E i tanti altri, naturalmente. E Radio Radicale, e la mitica rassegna del direttore Bordin, uno che non può essere vero, non può esistere nel 2006, oggi, con quel suo fare da signore che sotto sotto gliele canta, con le sue citazioni buttate lì su cose che non conosci, con il suo francese perfetto ed il suo inglese maccheronico dalla pronuncia storta.
Ma poi capisci che la favola finisce. Non è la loro favola a concludersi, è l’idillio tra di loro e te. I due insiemi viaggiano, si intersecano ma poi si lasciano. Te ne accorgi giorno dopo giorno, ti dispiace ma ti senti più maturo e grato per averli conosciuti, essere stato uno di loro, in un ambiente in cui questa scelta è vista malissimo. E sai che ti resterà dentro sempre l’insegnamento di questa squadra di corsari della politica, di questi disperati eroi, di questi cocciuti sciocchi, di questi volenterosi geni che scelgono sempre, beffardi, di fermarsi prima del traguardo. Ti senti strano, non hai più un’accogliente rifugio nel quale riconoscerti, noti sempre più i loro difetti ma scatti in loro difesa quando qualcuno li attacca, quasi pensassi di detenere il monopolio delle critiche da rivolgere loro. Lo fai perché altrove non è cambiato nulla, schifo c’era prima e schifo c’è adesso, ma tu hai già giocato il jolly e ora è finito l’effetto della superforza, bello ma breve, per cui da Pac Man che mangia i mostri sei ridiventato Pac Man che li deve evitare per non morire; come se avessi fumato una canna, una bella sensazione ma indotta artificialmente, un qualcosa di buono che però è destinato a finire, uno sballo temporaneo che passa, e se ne va.
E allora ciao, radicali italiani. Vi sono grato per quello che spesso siete, e vi detesto per quello che a volte siete. Vi ammiro per quello che fate ogni giorno, ma vi disprezzo per quello che fate raramente. In questi giorni le avete sbagliate tutte, sostituire Daniele con Rita è come sostituire Schevchenko con Oliverira: non è colpa dei secondi se sono onesti ma inadeguati, sono i primi ad essere fuoriclasse e farseli scappare è qualcosa di imperdonabile.
Che siate (laicamente) benedetti, tanto, e maledetti, un po’. Guai a voi, che illudete e deludete, ma molto di più guai a chi vi tocca, quasi mai degno di giudicarvi. Vi ho voluto bene, e sempre ve ne vorrò. Ma questo è un addio, meravigliosa pattuglia di visionari, insostituibili capoccioni, maestri inimitabili nel mandare a puttane i vostri incalcolabili meriti.
"E ti prendono in giro se continui a cercarla
ma non darti per vinto perchè
chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te... "
venerdì, 03 novembre 2006
Solo una parola: grazie
Daniele Capezzone è stato il miglior segretario di un partirto negli ultimi 15 anni (più in là, non so: ma non credo ce ne siano stati molti migliori, se ce ne sono stati). E' un eccellente Presidente di Commssione. E', soprattutto, il futuro dei liberali italiani.
Qui la sua ultima relazione da segretario.
Da parte mia, auguri a Rita, splendida persona, chiamata ad un incarico impossibile e delicatissimo: sono certo che sarà bravissima, ma venire dopo Daniele sarà un inferno. Rita, non ti invidio, e sono certo che siamo in tanti.
Spiace per Marco Pannella, perchè ho la sensazione che sia ormai come lo zio simpatico ma svitato che fa folklore e ci si diverte, ma poi si saluta con un po' di compassione per lui, volendogli un bene infinito ma consci del fatto che quando c'è da decidere qualcosa di importante non è più affidabile. Spiace, ma io la vedo così, e lo dico con un grande affetto.
Solo una parola, Daniele: grazie.
mercoledì, 13 settembre 2006
Freedom and Security: Counterterrorism and the Challenge of September 11,2001
Lunedì 11 settembre ho partecipato a due eventi relativi alla commemorazione dell'11 settembre.
Il primo è avvenuto in Piazza del Campidoglio, dove il Sindaco Veltroni e l'Ambasciatore Spogli hanno ricordato insieme alle molte persone presenti i caduti di cinque anni fa. Veltroni ha anche annunciato che presto verrà loro intitolata una piazza nella nostra città. Qui c'è il testo del saluto dell'Ambasciatore.
Successivamente ci siamo spostati al Centro Studi Americani, dove Joseph B. Bellinger, Consigliere legale del Segretario di Stato Condoleezza Rice, ha svolto - a fianco di Spogli e del Presidente del CSA nonchè Ministro dell'Interno Giuliano Amato - una relazione sulla lotta al terrorismo dopo l'11 settembre. Tra il pubblico l'ex Ambasciatore italiano all'ONU Vento, Massimo Teodori e molte altre personalità che spesso si incontrano ai sempre interessanti appuntamenti del CSA. La relazione del Consigliere Bellinger si trova qui.
Qui, invece, il numero di Spotlight USA dedicato all'11 settembre.
lunedì, 11 settembre 2006
Non vuol dire
Un'altra giornata di celebrazioni se n'è andata, con tante persone che sinceramente sono rispettose di ciò che avvenne, e tante altre che non hanno capito perchè non vogliono ascoltare il significato delle urla, delle fatwa, dei lucidi e folli proclami, degli editti di guerra, delle minacce che da 5 anni chi ci attacca ci sta vomitando contro con una chiarezza che non lascia alcun alibi.
Non vuol dire. Uccidere tremila civili innocenti non vuol dire avere voglia di fare un accordo. Terrorizzare della brava gente e minacciarla di farlo fino alla propria fine non vuol dire essere disponibili alla reciproca comprensione. Chiamare alla rivolta dirottando una religione millenaria e giustificando le peggiori nefandezze del mondo non vuol dire dimostrarsi un interlocutore affidabile. Incitare la propria gente a massacrare l'occidente americano non vuol dire avere gli stessi nostri sentimenti. Festeggiare la morte di inermi newyorchesi non vuol dire avere qualcosa da insegnarci. Inneggiare alla jihad contro infedeli e apostati non vuol dire condividere una cultura di tolleranza. Educare i propria figli al martirio non vuol dire avere la nostra stessa idea di libertà. Sostenere di amare la morte non vuol dire avere il diritto di essere equiparati a noi che amiamo la vita.
Questa è solo la finzione che alcuni di noi hanno inventato per paura, per codardia, per invidia, per vergogna, per egoismo, per ignoranza, per mancanza di lungimiranza, per inedia, per senso di impotenza, per comodità, per abitudine, per smarrimento, per inadeguatezza, per malafede, per razzismo, per cecità.
L'11 settembre non vuol dire "volemose bbene". E se avessimo, noi comodi europei, la volontà di fare un piccolo passo in avanti sulla strada dell'onestà intellettuale lo capiremmo subito. Oggi noi commemoriamo, molti di noi con una planetaria e incommensurabile faccia tosta, i morti dell'11 settembre. Tra di essi, c'è chi ha capito presto che con coloro che li stavano per uccidere non c'era da accordarsi, nè da dialogare, nè da capirli, nè da giustificarli. Sul volo 93 c'erano eroi, che ci insegnano che a trattare con il male non si ottiene nulla. Sono morti lo stesso, si dirà. Ma potevano scegliere tra il disonore e la morte, scegliendo il primo avrebbero avuto entrambi, e non hanno scelto il disonore: sono caduti con onore, hanno salvato chissà quante altre vite, hanno impedito al male di vincere. Nessuno di noi comodi occidentali sempre pronti a dare addosso agli USA potrà mai lasciare un così grande ricordo. Anche se qui c'è chi ha il coraggio anche l'11 di settembre di stuprare la loro memoria pretendendo di insegnare che avrebbero dovuto parlare, dialogare, trattare. Che con questa gente sarebbe questa la ricetta giusta.
L'11 settembre non vuol dire "volemose bbene". Vuol dire "Let's roll".
Questa è la differenza tra l'Europa e gli Stati Uniti d'America.
sabato, 09 settembre 2006
Ground Zero, 9/11
Sono passati 5 anni. Sono passati in fretta? Oggi stiamo meglio? Ma che c’entriamo noi, in Italia, in Europa, con New York? E loro come stanno? Si sono scelti lo stesso presidente sciocco, se la sono cercata, sono stupidi, sono americani, sono imperialisti … quante volte ho sentito e letto le stesse scemenze, le stesse malefedi sostenute con la stupida lucidità di chi ha trovato un modo per spegnere il cervello e abbandonarsi a quello che i politicamente corretti e moralmente superiori gli hanno iniettato per farli stare sereni … gente pericolosa per sé e per gli altri, per la quale il disprezzo è talmente forte che mi fa stare calmo, come quel film con De Niro in cui i malati di parkinson stavano talmente male che invece di muoversi in fretta risultavano catatonici.
Ground Zero è una ferita che non si chiude. Ci vado sempre, quando sono a New York, e rimango lì a guardare il buco. C’è un senso di unicità, a Ground Zero. Scendi sulla Broadway, finiscono le strade che incroci contraddistinte da un numero. Poi attraversi Soho, e intravedi già Church Street. Se guardi in alto, camminando verso downtown, ci sono grattacieli ovunque o quasi: ma poi, ad un certo punto, incontri i postini che escono dal loro quartier generale e sai che sta per succedere qualcosa nel tuo orizzonte. Succede in un momento, e avverti che sei lì. La gente passa e corre esattamente come altrove, ma tu vedi questo vuoto troppo grande per non essere riempito: non è un’area che velocemente riattrezzeranno per un parcheggio, o per un nuovo grattacielo, o per un complesso residenziale di lusso. Non è un angolo tra un palazzo ed un altro, è un cratere enorme, che disturba l’orizzonte al quale sei abituato perché non lo interrompe. E perché tu lo sai, eccome se lo sai, che lo interrompeva magnificamente.
Devi piangere, quando sei lì? Ti senti in imbarazzo? Cosa viene a fare la gente qui, a vedere un buco? Che facciamo, ci scattiamo una foto? E che faccia faccio, un sorriso pare brutto, forse un mezzo sorriso che vorrebbe esprimere solidarietà e dispiacere? Guarda, lì ci sono i nomi delle vittime, o meglio dei caduti, o meglio dei morti … ma come li chiamiamo quelli che non ci sono più per colpa di una folle ideologia perversa e una cieca dedizione all’odio? C’è gente che riprende con la telecamera tutta la serie di foto che ricorda come andò. C’è la bandiera, ovviamente, e c’è una poliziotta di guardia con la bandana a stelle e strisce che significa orgoglio, attaccamento alla patria, dimostrazione che la polizia di New York non si piega e onora coloro che non ci sono più: e tu lo sai, ma cosa vuoi andarle a dire che non le sia già stato detto? Ti avvicini commosso, e quando sei davanti a lei piangi, dietro di lei il buco e la bandiera. Lei ti guarda: questo potrebbe essere un malintenzionato, cosa vuole da me, e sappiamo che l’atteggiamento della polizia di New York è giustamente diffidente di principio. Ma lei ti guarda, sorride comprensiva, e ti dice che no, non sei il primo al quale capita tutto questo. Ti stringe la mano, e tu la ringrazi per tutto, e piangi come un bambino, e ti maledici tra i singhiozzi per non riuscire a spiegare quanto sei grato a lei, ai suoi colleghi, ai suoi concittadini, al suo popolo. Ti maledici perché sei così dannatamente invidioso, senza alcuna cattiveria, di chi condivide la magnificenza e la grandezza di essere cittadino americano, di vivere a New York, e di servire quella patria e quella città.
Fa caldo ora, come quel giorno. C’è il sole in alto ora, come quel giorno. Sei innamorato dell’America ora, più di quel giorno. Vorresti abbracciare i tuoi cari ora, come quel giorno. Ma guardi in alto, ti guardi intorno, vedi la bandiera. C’è un tipo che suona l’inno con un flauto, le tue orecchie allenate a quelle note lo percepiscono forte e chiaro tra i rumori: è un sollievo per il cuore gonfio di emozioni e sentimenti troppo grandi. Sudi freddo, stamattina quel simpatico inglese completamente tatuato che in Christopher Street ti ha marchiato per sempre il braccio sinistro con il simbolo IloveNY ti ha detto di non sudarci, ma come si fa? Chiudi gli occhi, e senti le lacrime che continuano a scorrere sulle tue guance. L’odore è indefinito, il suono è quello del traffico e dell’inno e della vita di New York. Sei con gli occhi chiusi, e pensi a quella mattina di 5 anni fa. Cerchi di rivivere la scena, che tante volte hai rivisto, che hai cercato da tutte le angolazioni chiedendoti perché ti facessi tanto male a rivederla così spesso, sei forse il più grande esperto di filmati sull’undici settembre che ci sia in Italia, li hai visti tutti, scaricandoli da internet o registrandoli dalla tv, comprando dvd. Da qui è arrivato il primo aereo, da lì il secondo. Quanto inconcepibile sarà stato vivere quei momenti? Come l’atterraggio di un’astronave aliena, qualcosa che la mente fatica a collegare con la realtà quotidiana qualsiasi. Uno shock, e poi i fogli che volano, ed i corpi che volano, la gente che scappa, ti sembra di sentirli passare accanto a te come fantasmi che non se ne andranno più, come coloro dispersi e mai più ritrovati che non daranno mai pace ai loro congiunti e che probabilmente sono la cosa più vicina ai fantasmi che il mondo reale possa partorire e concepire. Il panico, l’incredulità, l’incomprensione. La stranezza e l’inaspettato in un posto come Downtown New York dove tutto è programmato, e dove si programma di tutto. Gli occhi ancora chiusi, ti rimbombano nella testa le parole di Bin Laden, e di chi gli paragona Bush; dei vari kamikaze che lasciano i loro deliri ad una telecamera, e dei vari vigliacchi che fanno lo stesso ma in uno studio televisivo, seduti su comode poltrone con fuori l’autista che li aspetta per portarli nelle loro comode case, dove i loro figli non avranno coraggio ma nemmeno dubbi nel chiedere loro: perché l’hanno fatto? Lo rifaranno? Lo faranno qui? E come reagiremo se lo faranno? Come lo impediremo, e cosa faremo dopo?
Apri gli occhi, e sei a Ground Zero. La gente di fronte alle foto è cambiata, alcuni chiedono una foto a qualche turista, l’ufficio informazioni è aperto ma nessuno osa avvicinarsi. La poliziotta di colore con la bandana a stelle e strisce ti guarda, e tu guardi lei. Le vedi gli occhi e sai che lei vede i tuoi, ancora velati dalle lacrime. E sai, o forse speri e ti illudi di sapere, che sei riuscito senza parlare a spiegarle quanto le sei grato, quanto ammiri la polizia di New York, quanto ami questa città, quanto rispetti e sei grato a questo Paese. Ti incammini confuso e per un attimo non cogli la direzione da prendere, tu che a New York non sbagli mai strada: le gambe pesanti, il cuore di più, l’anima in pena, lo sguardo triste ma speranzoso. Sei a Ground Zero, sai che ci ritornerai sempre, ogni volta che verrai qui, sperando che siano tantissime. Rimpiangi di non avere mai visto le torri dal vivo, di non esserci mai salito, ricordi il racconto di tua madre e della cena con tuo padre al Windows on the world. Telefoni a tua moglie e a tua figlia, senza dar loro pensiero ti sforzi di essere allegro senza dire in che parte di New York ti trovi. Forse capiscono dove sei, da quante volte inconsciamente rubi ai caduti la frase che più spesso hanno detto lasciando messaggi nelle segreterie telefoniche o riuscendo a parlare con i propri cari prima che le torri crollassero: dici loro che le ami.
sabato, 02 settembre 2006
World Trade Center
Il film di cui tanto si parla l'ho visto lì dove andava visto, a New York. Devo dire che la sala era mezza vuota, con mia grande sorpresa, ed eravamo pur sempre sulla 42esima strada, nel bel mezzo del Theater District.
Le emozioni che suscita sono inevitabili, stante il fatto che chiunque abbia a cuore la democrazia occidentale (e ci togliamo dunque una larga fetta di Medio Oriente e molti utili idoti europei non pochi dei quali al governo in questo momento) non può non commuoversi quando si rivive, in qualsiasi modo anche molto meno in dettaglio di questo film, il vigliacco attacco terrorista alla civiltà americana, e dunque occidentale.
Il film è ben fatto, senza dubbio, dal punto di vista della costruzione dei personaggi. Stone, che ha molti scheletri nell'armadio (solo per citarne uno, l'incredibile documentario in ginocchio a quel despota che risponde - per fortuna ancora per poco - al nome di Fidel Castro), è comunque bravo nel suo lavoro: il che non vuol dire affatto che il suo lavoro sia sempre da applaudire. Stavolta non lo è, sebbene la scelta di stringere l'obiettivo sul salvataggio di due rappresentanti del corpo di polizia di NY (in realtà della Port Authority) abbia il suo perchè. La cosa migliore del film, a mio avviso, è la battuta di Nicolas Cage quando rivede la moglie: "tu mi hai tenuto in vita", le dice dopo tutto quello che ha passato, e c'è tutto l'amore del mondo in una frase che non è sdolcinata ma anzi è significativa. A lungo ho pensato se esistesse frase più ricca per raccontare a chi si ama l'intensità del proprio amore: mi sa di no.
Il problema non è tanto, o non solo, il fatto che metà del film si risolve nel dialogo tra i due, bloccati sotto le macerie: ci può stare e anzi va apprezzato il tributo a questi due eroi, che mentre tutti scappavano si offrivano di aiutare il prossimo. Il problema non sta nemmeno nella apparizione di Cristo con una bottiglia d'acqua in mano, che sinceramente non fornisce elementi interessanti alla storia: se si voleva citare il fatto che uno dei due poliziotti è rimasto vivo grazie alla sua fede si poteva fare - e sarebbe stato giusto farlo - in maniera meno pacchiana e rumorosa. Il problema è che non è moralmente accettabile fare un film del genere e non dire nulla, non spiegare affatto, non dare un minimo accenno a cosa sia successo e soprattutto perchè. Non si può limitare alla macchietta del marine qualsiasi riferimento a cosa avvenne l'11 settembre del 2001. Non si può girare un film su qualcosa di enorme come quel giorno che ha cambiato il mondo e far sì che se uno spettatore dovesse entrare a un quarto di film si troverebbe fino agli ultimi dieci minuti ad assistere ad una pellicola buona per qualsiasi disastro capitato in qualsiasi parte del mondo, e soprattutto per qualsiasi motivo, naturale o no.
Non si può fare un film intitolato World Trade Center e tacere sul fatto che non è un terremoto ma un attacco alla democrazia, che non è un evento naturale ma un atto terrorista, che non accade per caso ma perchè qualcuno nel seminare odio ha inteso uccidere gli innocenti cittadini di una innocente città.
venerdì, 01 settembre 2006
I love America
Non so da che parte iniziare. E’ la quarta volta che vado negli States, la terza a New York, ma quando poi torno in Italia è sempre la nostalgia che mi assale, e ogni volta mi scopro a chiedermi quando ci tornerò.
Viaggio bello, bellissimo. Di quelli che non potrò scordare. Viaggio difficile perché la mancanza di mia moglie e mia figlia si è fatta sentire molto, troppo.
New York, Boston, Philadelphia, Washington. Quattro città, un paio delle quali viste davvero con troppa fretta (8 ore a Boston, addirittura solo 6 a Philadelphia), e una bellissima, in parte inaspettata sorpresa: DC, la capitale. L’avevo vista per qualche ora lo scorso anno, ma stavolta l’ho girata abbastanza bene, anche se bisognerà tornare. Ma davvero, come fa chi odia l’America a pensare di potere anche solo minimamente intaccare la grandezza di un Paese che ha come capitale Washington DC? Washington è strepitosa, monumentale, impressionante, patriottica, viva, ordinata.
C’è da dire che, con le dovute differenze, ci sono cose che accomunano i luoghi che ho visto. Si tratta di grandi città. Non ho (ancora) visitato alcuna area suburbana, non sono stato nei piccoli centri dell’America rurale né nella Sun belt o sulla costa ovest, mi mancano naturalmente moltissimi segmenti della civiltà americana per poter pensare di avere una conoscenza adeguata: ma il bello sta nella ricerca, nella scoperta, nel sapere che c’è sempre qualcosa di nuovo di fronte a te. E’ magnifico essere coscienti che la prossima volta rimarrò stupito e innamorato di altre cose ancora.
Ho visto poca gente con una fede al dito; pochissimi fumatori; molta gente che parla, parla, parla al cellulare. Ho visto esercenti maghi nel calcolare le percentuali delle tasse, ho visto ovunque servizi efficienti e comodi, puliti e rapidi, con molte persone che sono lì per aiutarti qualsiasi cosa tu debba fare (e pagare) e con strutture che ti suggeriscono che chi le ha progettate e le mantiene efficienti si è semplicemente posto il problema di cosa serva a chi le usa: spettacolarmente rivoluzionario e dolorosamente semplice, per chi viene da qui. Ho visto una società estremamente rigorosa su molte cose: dal fare la coda per tutto al tenere pulite le strade di bisogni degli animali, dal mantenere un comportamento di riguardo verso il prossimo al rispettare le leggi in generale. Ma l’attraversamento pedonale a Times Square sfugge a qualsiasi norma, e non so come sia possibile evitare che ad ogni minuto qualcuno non vada sotto una macchina, un SUV o uno dei mille taxi che vi circolano sempre. Molti guidano senza cinture e parlando al cellulare, ma le norme non lo vietano. Ho visto gente che mangia troppo e male, troppo velocemente e senza cura.
Mi piace scrivere alla rinfusa alcune cose che mi hanno colpito, altre me le lascerò per qualche post successivo, un paio geografici ed uno tematico. Fantastica la quiet car sull’Amtrak, il treno rapidissimo e comodissimo che unisce le città americane: non si parla in quel vagone, niente cellulari né musica (nemmeno con le cuffie), solo si legge, si lavora al pc, si riflette, si dorme. Ancora, una domanda mi è sorta alla fine del viaggio: ma come (o meglio, dove) fanno benzina? In quattro città ho visto solo un benzinaio, a Washington. Altrove, sono tutti molto ben nascosti, e molto meno numerosi in media delle città italiane ed europee. E’ vero che ci sono le grandi stazioni sulle highways, ma chi sta in città come fa? Ancora: la pubblicità dei medicinali in TV. Non ce n’è una che non si concluda con l’esortazione a chiedere al proprio dottore circa la compatibilità del prodotto suggerito con le proprie condizioni. Sarà certo per la necessità di evitare cause milionarie, ma mi sembra un consiglio da seguire sempre, e mai suggerito qui in Italia. Tante altre cose ancora da dire, e un’infinità da imparare.
Un discorso a parte va fatto per Times Square. Ora, ci sono tante cose che io non so fare, nella vita. Una che invece, a detta di altri, mi riesce piuttosto benino sarebbe scrivere, narrare, intrattenere. Forse è vero, ma se anche fosse vero ciò non vale per Times Square. Ci provo, ma non ci riesco, ormai lo so. Nel senso che potrei stare un’ora a parlarne raccontandola a qualcuno che non c’è mai stato o spiegando a chi la conosce anche meglio di me perché ne sono così profondamente e irrimediabilmente attratto, e non sarei soddisfatto di come l’ho descritta. Io semplicemente non arrivo ad esprimere cos’è, cosa sento quando ci torno e cosa ho provato quando ci sono capitato per la prima volta. Si sa che New York non è solo Times Square, e che certamente gli USA non sono solo New York. Ma io non so descrivere la sensazione nel trovarmi lì, di notte o di giorno, circondato da questo tanto, da questo troppo senza stancare, da questo fiume di gente che contemporaneamente, tutti insieme come un’orchestra di vita casuale ogni minuto sempre diversa e sempre uguale cammina, corre, produce, suda, mangia, beve, urla, sente musica, parla al cellulare, pensa e si adombra, attraversa la strada, si guarda intorno, fotografa, si meraviglia, ride e sorride, si incuriosisce, entra ed esce da metropolitane, autobus, sightseeing tour, negozi, alberghi, bar, ristoranti, teatri, outlet, megastore, starbucks, sbarro, friday’s, mcdonald, denny’s, jamba juice illuminati dal susseguirsi infinito delle insegne, degli schermi luminosi, delle scritte continue, dei semafori sempre accesi, dei cartelloni al neon, dei fari dei mezzi pubblici e privati, delle luci di appartamenti e uffici sempre aperti, delle pubblicità di Broadway o dell’ultimo film mentre arrivano i suoni di clacson, grida, sirene, voci, lamenti, elicotteri che sfrecciano sulla tua testa, risate, note musicali dagli schermi lassù in alto, accenni di conversazioni in strani accenti e lingue sconosciute captati da un cellulare che ti sfiora vicino all’orecchio del legittimo proprietario … insomma, gente che vive nella città che non dorme mai, nella piazza (ma come si fa in realtà a chimarla piazza? È un microverso a sé stante) che non dorme mai, che non può essere compresa se non ci si va, se non la si frequenta, se non ci si perde, se non ci si emoziona, se non si piange e ride allo stesso tempo mentre un fiume di gente ti insegue, ti sposta, ti evita e ti urta, ti ignora e ti guarda. Un posto dove stai un’ora a guardarti intorno e ti sembra sia passata mezza giornata, per l’enormità del tutto, dalle informazioni che ne trai alla fauna di gente che incontri, dalle facce al modo di camminare, dai vestiti alle scarpe, dai tatuaggi ai capelli, dal naked cowboy (ma ora c’è anche la cowgirl) ai giovani ragazzi (solo bianchi, niente neri o asiatici o latinos) che ti offrono un passaggio sui taxi a pedali, dal rappresentante dell’esercito della salvezza al pazzo pseudo profeta (sempre lo stesso almeno dal 2002 quando lo hai incrociato per la prima volta) che ti preannuncia che Cristo è risorto ieri e la fine del mondo sta arrivando, dal nero che ti vuole vendere il cd del suo ultimo album hip hop al sosia di un personaggio famoso che ti propone di farsi fotografare con te, dai messaggi scritti sulle magliette ai giornali sfogliati mentre si cammina: da ciò che si è e da ciò che si fa mentre il mondo con incredibile naturalezza ti gira intorno e tu sei lì, al centro, senza concepire o ricordarti come sia possibile essere fuori di qui e sentirsi vivo, e l’adrenalina ti va a mille e vuoi immagazzinare più eccitanti input che puoi, senza perderti nulla di quell’incredibile forza che ti arriva e rimbalza su di te e poi ritorna senza sosta, mentre a sud e ad est e a nord e ad ovest da te e sopra e anche sotto di te fino a dove riesci a vedere sembra a tutti che sia normale mentre tu pensi di essere dentro ad un film in cui qualcuno ha spinto +4 sul telecomando che indica la velocità di scorrimento delle immagini. E tu sei lì che ridi e urli dentro di te chiedendoti come farai quando sarai lontano.
E come lo spieghi tutto questo? Alla fine, con quattro semplici parole che descrivono tutto questo ed altro ancora: I love New York.
sabato, 12 agosto 2006
Due settimane negli States
Ok, lunedì si parte. Non c’è problema, si parte. Scalo a Londra, poi New York. Proprio così. Tra check di ore, nessun bagaglio a mano, code, attese, disservizi, qualche timore di chi mi vuole bene. Tra sguardi che a volte saranno inevitabilmente diffidenti, da parte mia e pure su di me. Tra la voglia, la necessità di fare una vacanza dopo 2 anni di estati a Roma, e la voglia, la necessità di stare di nuovo un po’ nella terra dove vorrei vivere, alla quale vorrei appartenere, con la quale sono legato nel più profondo di me. Torno a New York per la terza volta.
Tra le cose che vedrò, vivrò, farò dal 15 al 20 a New York ci sono: Columbia University, Lincoln Center, Times Square, Italian American Chamber of Commerce, Broadway (Rent-the Musical), Intrepid Sea Air & Space Museum, Tour in elicottero, New York Yankees vs Baltimore Orioles (baseball), Coney Island, Brighton Beach, AVP Brooklyn Open Beach Volley, Brooklyn Heights, DUMBO, Promenade, New York Giants vs Kansas City Chiefs (football), Ground Zero, World Trade Center (the movie), Top of the Rock, Gospel Brunch al B.B. King Blues Club and Grill, Harlem Day Festival, NYC Harbor Lights Cruise + 3 appuntamenti ancora da prendere con amici, importanti personalità italiane in loco ed il capitano del battaglione della Fifth Army in cui combattè mio padre quando ci vennero a liberare dal nazifascismo.
Il 19 sarò a Boston: Freedom Trail, JFK Memorial Library, The skywalk, Beacon Hill, Charlestown Bridge, Cambridge.
Il 21 mi sposto con l’Amtrak, con tappa a Philadelphia: Independence Hall, Congress Hall, Liberty Bell Pavillion, National Constitution Center, Betsy Ross House, City Hall, Reading Terminal Market.
Dal 21 sera sono a Washington: Sightseeing tour by night, US Capitol, Supreme Court, The Mall, The Old Post Office, FBI Building, The White House, Washington Monument, US Holocaust Memorial Museum, National Archives, National Air and Space Museum, National Museum of American History, Arlington Cemetery, Marine Corps Memorial, Pentagon, Georgetown, Jefferson Memorial, FDR Memorial, World War II Memorial, Korean War Memorial, Lincoln Memorial, Vietnam Veterans Memorial, Department of State e poi appuntamento in Ambasciata al 3000 di Whitehaven Street.
In mezzo, quando ci riuscirò, dormirò, mangerò, berrò, andrò da Starbucks, cercherò qualche regalo per mia figlia e mia moglie: e il vero grosso problema sarà proprio quello di stare lontano da loro, che saranno al mare, per due settimane. Ma soprattutto, e ci riuscirò, mi godrò the land of the free and the home of the brave. Respirerò libertà, e la vera ricerca della felicità. E mi chiederò nuovamente se davvero i motivi per tornare a vivere in Italia sono più numerosi e importanti di quelli per andare a vivere in America.
Saluti a tutti, ci si rivede al mio ritorno.
mercoledì, 02 agosto 2006
Il danno che ha giá causato al calcio europeo
«L'Emergency Panel dell'Uefa, competente a decidere in materia, - c'è scritto nel comunicato dell'Uefa - è arrivato alla conclusione che non aveva altra scelta se non quella di ammettere il Milan alle competizioni Uefa 2006-2007 per ragioni formali, a causa delle insufficienti basi legali nel regolamento che avrebbero consentito la non ammissione del Milan viste le specifiche circostanze. Quest'ammissione è stata concessa con una convinzione tutt'altro che piena. L'AC Milan trae vantaggio dal fatto che l'Uefa non dispone delle basi legali per rifiutare l'ammissione del club. A questo riguardo, l'AC Milan è informato che le necessarie modifiche verranno apportate al regolamento in questione. L'Emergency Panel dell'Uefa è profondamente preoccupato per il fatto che il Milan ha dato l'impressione di essere coinvolto nell'inappropriato condizionamento del regolare svolgimento delle partite del campionato italiano». «Il club - conclude la nota - ovviamente non ha ancora percepito nella maniera giusta i problemi in cui si trova e il danno che ha giá causato al calcio europeo. L'Uefa e gli avversari del club osserveranno con la massima attenzione il futuro comportamento dell'AC Milan negli appuntamenti delle competizioni Uefa. L'Uefa non esiterá a intervenire severamente se l'AC Milan dovesse essere coinvolto in ogni tipo di attivitá finalizzata a condizionare in maniera scorretta il risultato di un incontro».
Ora, vorrei che i giocatori milanisti ascoltassero questo accorato appello. Giocate i preliminari, e passate il turno. Giocate il primo turno, e superatelo. Giocatervi tutti gli scontri diretti, e vinceteli. Arrivate in finale, e battete l'altra finalista. Poi alzate il trofeo e prendete il microfono, a maggio 2007, e spiegate con dovizia di particolari ai parrucconi dell'UEFA a quel punto dove si possono mettere la coppa: e agevolateli nel farlo per bene. Infine, annunciate loro (doloranti) che in quel monento, e SOLO IN QUEL MOMENTO, potranno cominciare a parlare di danni. E se li saranno cercati.
Pezzenti.
Un post di Mixumb delle
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martedì, 01 agosto 2006
You play the guitar on the MTV
MTV oggi compie 25 anni.
Qui potete fare un giro su 25 anni di video, di musica, di arte e di zozzerie.
Su 25 anni di tutti noi.
Un post di Mixumb delle
12:19 personale
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mercoledì, 26 luglio 2006
Voglio vedervi ballare
Voi non ci crederete, ma oggi, 26 luglio 2006, tra conferenze mondiali di una ovvietà ... disarmante, indulti che (forse) saltano e fiducie che reggono, ministri congelati che si autocriticano e farmacisti che scioperano per non poter comprare la quarta casa al mare (son problemi che nemmeno le aspirine possono guarire), Tronchetti che pretendono di ricostruirsi un'imene di trasparenza avendone combinate più di Carlo (De Benedetti) in Francia e governi che subiscono ultimatum da senatori propri necessari sostenitori a nemmeno due mesi dalla loro nascita e pseudo intellettuali fiorentini che a forza di recitare il sommo poeta stanno riuscendo nella titanica - e ritenevamo impossibile - impresa di farcelo diventare antipatico ...
bè, dicevamo, in mezzo a questo trambusto è successo qualcosa che si attendeva da ben 17 anni. L'Inter ha vinto (diciamo, gli è stato assegnato) uno scudetto. Il già consigliere di amministrazione inerista oggi neo commissario/duce/titolare/padrepadrone/sotuttoiofacciotuttoio/moccepensoio di quello che rimane della Federcalcio (che viste le simpatie sinistrorse di Moratti e co è quanto mai ben riassunta dall'acronimo FIGC) Dott. Grand. Uff. Onestiss. Guido Rossi (nomen omen) ha deciso che era giusto così. A nulla vale che il presidente di quella squadra ha incontrato designatori arbitrali, tramato per passaporti falsi, confessato di aver violato la legge, schierato in campo consapevolmente giocatori che non avevano il diritto di essere tesserati in Italia e per finire rinnovato il contratto a Recoba (questo non è contrario alla legge, ma al buon senso si, eccome). Niente, bruscolini, da premiare con un bello scudetto finto, ma vero. Ora, vedete di passare altri 17 anni a buttare soldi e svendere campioni, che forse ve ne regaleranno un altro. E fate i bauscia con i rivoluzionari del chapas, buffoni. Almeno prima eravate simpatici, come Paperino che perde sempre. Adesso restate solo degli incompetenti spendaccioni che non sanno gestire il giocattolo che una volta era di papà.
Voglio vedervi ballare.
Update: apprendo dal leggendario DAW che è aperto il blog vergognainter.
Un post di Mixumb delle
21:18 personale
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Gli opposti si attraggono
Oggi ho conosciuto di persona un amico, che già frequentavo via internet, e per telefono. Lui è alto, io più basso. Lui è magro, io al contrario. Lui fuma, io no. Lui beve vino, io no. Lui è ciellino, io anticlericale. Però, siamo tutti e due innanorati degli USA.
Una delle cose per le quali è bello avere un blog è proprio questa: si incontrano e si conoscono persone davvero interessanti. Alcuni, diventano amici. Non è per niente poco.
Ciao Mario, sei una bella persona. Non cambiare.

martedì, 18 luglio 2006
Trovata la cura per risolvere il dilemma tra realisti e non. Successo garantito
Si discute, si litiga, ci si accapiglia: anche fra persone che si stimano. Succede anche in Tocqueville, com’è normale che sia.
Vorrei però spendere due parole sull’ultima discussione, nata nei commenti di un post di Federico, tra Enzo e Daniele. Sono tre bloggers tra i migliori che io conosca: con Enzo mi considero proprio amico, ma al di là di posizioni politiche di qualsiasi tipo. L’amicizia è una cosa di pelle, in primis.
Io non credo di essere in grado di entrare nei termini della discussione. E’ un dibattito che va avanti da molto, forse (mi scuseranno tutti se non è così) sintetizzabile nel divario che c’è tra chi si definisce realista e chi no. In particolare, da una parte ci sono (perché si ritrovano nelle medesime posizioni) i gemelli Mauro e Andrea (altri due che leggo con molto interesse e che hanno un gran bel blog, a mio avviso), insieme a Daniele; dall’altra c’è Enzo, e in parte Federico, ma le loro posizioni sono, a mio avviso, meno collimanti di quelle dell’altro “schieramento” (lo chiamo così solo per semplificare, e non per diminuire l’autonomia decisionale di alcuno).
Confesso di essere sempre più convinto delle e dalle argomentazioni di Enzo e Federico, che però anche tra di loro hanno punti di dissenso (ma io ne vedo pochi). Non sono in grado né voglio né ho diritto di riassumerle oltre quanto già fatto, i loro blog sono da visitare sempre (come quelli degli altri che ho citato, ovviamente: e di altri ancora) e dalla loro lettura si può trarre beneficio sempre e comunque, si impara.
Quello che mi va di dire, beninteso senza che nessuno me lo abbia chiesto e senza pretendere di pontificare in alcun modo, è che ho il timore che Daniele come pure i gemelli manchino di un po’ di quello che, per paradosso, alcuni chiamerebbero … senso della realtà (proprio i realisti? A me sembra di si, proprio i realisti). Che voglio dire? Io ammiro molto il culo che questi ragazzi si stanno facendo per applicarsi a studiare, apprendere, leggere, approfondire, comparare, conoscere, riassumere, scrivere, evidenziare … gente, io sono certo che avranno una luminosa carriera e conosco l’ambiente diplomatico, ne sono felicissimo. E orgoglioso, da loro connazionale. Ci mettono una passione senza pari, rinunciano a molto per applicarsi su materie che, si capisce bene, costituiscono per loro un grande interesse e anche un piacere. Però, ragazzi, se posso dirvelo in amicizia, mi sembra che vi manchi un po’ il senso di applicare nel mondo reale tutte le montagne di pagine sulle quali passate giornate e nottate. Dalla teoria alla pratica, le cose cambiano. Credo siate più giovani di me (che di questo gruppo, nel quale non mi metto perché non sono all’altezza, sarei il matusa), o di Enzo o anche di Federico. Certamente, mi sembra, non avete ancora affrontato il mondo del lavoro quotidiano (Andrea e Mauro lo stanno facendo ora negli States, ma credo che quello che io intendo per lavoro quotidiano sia diverso (non migliore, o peggiore, anzi probabilmente più interessante: ma diverso) da quello che stanno facendo loro: e sia chiaro, ammiro e invidio la loro capacità di fare quello che fanno, non la sminuisco, anzi plaudo molto a tutto ciò e glielo ho più volte detto). Ora, io non ho titoli per insegnare nulla a nessuno, ma la mia esperienza dice che nel mondo quotidiano anche chi è preparatissimo in teoria deve fare i conti con la … realtà. La realtà è che puoi aver studiato quanto vuoi, puoi conoscere precedenti e scenari, puoi citare a memoria testi che altri nemmeno sanno di esistere, te ne puoi persino inventare a tuo piacimento (non sto attribuendo questa pratica ad alcuno, è una iperbole generalizzata): ma quando tratti con qualcuno, tutto questo ti serve fino ad un certo punto. Dopo, arriva il contatto personale, il bilanciamento di volta in volta delle necessità tue e del tuo interlocutore, la comprensione nel faccia a faccia delle chiavi per entrare nello spirito altrui, la capacità empirica di cogliere il momento di rompere gli schemi e di rovesciare il tavolo e quello invece di frenare il proprio impeto ingoiando magari rospi a prima vista inaccettabili, la sensazione a pelle di cosa si può e si vuole fare per portare a casa il risultato e quale sia questo risultato … sono cose che non stanno scritte su alcun testo. Non sto dicendo che io le conosco, o che le conoscano Enzo e Federico: ma so che loro si sono già misurati col mondo del lavoro quotidiano, nel quale il do ut des è immediato, nel quale il tuo collega è il tuo avversario e poi il tuo alleato, nel quale il bastone e la carota vanno dosati in base all’esperienza e non in base ai testi sui quali si è passato (molto encomiabilmente) il proprio tempo. Ragazzi, non voglio fare la paternale ma occhio a non considerare il mondo come le quattro mura (o la spiaggia di Malibu che invidio molto ad Andrea, per non parlare di New York dove ha passato gli ultimi mesi Mauro) che circondano le pagine che accompagnano il vostro vivere ed il vostro sapere. Se volete, riflettete un attimo anche su questo, e sul fatto che alcuni sono in giro sui blog da molto più tempo di voi (relativamente alla brevissima vita della blogosfera o come diavolo si chiama) e non per questo ci capiscono di più ma certamente ne hanno viste parecchie: vale anche questo, credetemi, e non poco.
Che c’entra il titolo del post? E’ una provocazione. Serve a spingere Daniele, che spero non se la prenda - ma sono certo che non sarà così - a capire che un titolo sparato e inadeguato può cambiare la percezione del tono sobrio di un post, fino a dare la sgradevole sensazione di sembrare offensivo anche laddove ci si è sforzati di non volerlo essere.
Ho la presunzione di essere certo che fra persone intelligenti ci si capisce. Se qualcuno si è offeso, mi scuso: se vi va, parliamone.
martedì, 11 luglio 2006
Shine on, you crazy diamond
E' morto Syd Barrett
Un post di Mixumb delle
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lunedì, 10 luglio 2006
Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!
Dal 2003 questo è il primo post a voce rauca che scrivo ... Campioni del Mondo. Ai rigori.
Sulla Francia.
Non ho parole, e non ho più voce.
Campioni.
Cannavaro migliore in campo, e del mondiale. Materazzi mitologico, Grosso spettacolare.
Mossa decisiva: Gattuso su Zidane. Ricorda qualcosa?
Un post di Mixumb delle
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giovedì, 06 luglio 2006
Italia - Francia: maneggiare con cura
Istruzioni per l'uso di una delicata situazione, nella quale avevo sperato di non ritrovarmi più.
Il sottoscritto è molto felicemente sposato con una magnifica donna italo-francese, nata a Lione ma vissuta praticamente da sempre qui a Roma. I suoi genitori parlano tra di loro francese (lui ha anche cittadinanza italiana, lei no) e vivono in una casa che è una specie di enclave francese dove generi alimentari, beni di domestico consumo, arredamento, trasmissioni televisive, medicamenti e molto altro sono rigorosamente francesi. Per capirci: sono persone splendide, non avrei potuto immaginare suoceri migliori. Però, insomma, sono francesi: e a me, in generale, i cittadini d'oltralpe stanno sonoramente e storicamente sulle palle. Un po' di meno da quando ne ho sposata una e mi sono imparentato con altri tre, tutte persone meravigliose. Ma insomma, non è che il resto dei loro concittadini faccia molto per togliersi questo alone di puzza sotto il naso sciovinista che si portano dietro da quel dì.
Ora, è dal 1998 che il sottoscritto ha ancora la carogna sul groppone per la partita dei mondiali nella quale ci hanno dato un sonoro calcio in culo, poi ribadito senza problemi 2 anni dopo agli europei. Signori, sono cose: è una feritina piccola ma che butta sangue da allora, e tutto speravo tranne di rischiare di riallargarla. Dietro alla rivalità sportiva c'è una sana rivalità culturale ed etnica, ovviamente, e non è difficile capire che la cosa riguarda il mio essere italiano (critico, disilluso, scontento ma profondamente italiano) come pure il mio sognare di essere americano (chevvelodicoaffà).
Ora, mia moglie (il capo) ieri era sinceramente dispiaciuta della vittoria sul Portogallo. Sperava che non si ponesse proprio il problema in finale. Non verrà con me a vederla nella "tana" dove mi sono visto tutte le partite dopo il primo turno: sono tutti amici carissimi, ma in quel clima è meglio evitare. Ha l'alibi della bimba, giacchè la bay-sitter difficilmente sarà disponibile, e dato che i miei suoceri (con un tempismo formidabile) ora sono in Francia e da tempi non sospetti hanno programmato di tornare lunedì. Loro tornano lunedì, il giorno dopo di questo scontro epocale che, comunque vada, riattizzerà (lo sta già facendo) le rivalità e gli attriti tra due Paesi cugini ma nel senso di parenti serpenti (tralasciamo per pietà Prodi che va a baciare le pile di un bollitissimo Chirac). A me spiace lasciare da sole le mie donne, ma tutto sommato forse è meglio così.
Tra l'altro, ieri era il compleanno della mia ex, che vive a Parigi (dove vedrà la finale un'altra mia amica italiana che vive a Londra ed è incinta di un australiano di origini francesi incazzato come un canguro con noi ... giuro che è vero): l'ho sentita e mi dice che ci sono alcuni casseur che approfittano dei festeggiamenti per fare casino e sprangare. Ieri a Parigi uno è morto durante i festeggiamenti, e insomma il concetto è che dove c'è casino i malintenzionati ci vanno a nozze e questo oggi rischia di succedere a Parigi molto più che a Roma (dove tutto si svolge festeggiando goliardicamente ma senza nessun tafferuglio).
Si aggiunga che naturalmente il capo ed io siamo invitati alla festa in Ambasciata per il 14 luglio, dove qualcuno avrà poco da festeggiare perchè saranno passati solo 5 giorni.
Si aggiunga che sabato, la vigilia, siamo invitati ad una rimpatriata con i compagni di scuola del capo al liceo francese di 20 anni fa. E insomma, anche lì ci sarà una micidiale commistione Francia/Italia che mi sarei risparmiato volentieri, tanto più che staranno tutto il giorno a rivangare il loro passato parlando francese e mangiando rane, tutte cose che non mi appartengono. Il giorno prima la finale, è pura intelligenza col nemico, mannaggia a loro.
Vabbè insomma, alla fine mi sto facendo troppe pippe mentali: forza azzurri, sarà bellissimo se vinceremo e sfotterò i suoceri quando torneranno. Mi spiace, se succederà, non poter consolare il capo ma me la sono cavata dicendole che lei è la vera trionfatrice del mondiale: ha la cittadinanza dei 2 paesi in finale, più di così che si può volere?
Un post di Mixumb delle
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mercoledì, 05 luglio 2006
Il Presidente Bush celebra il 4 luglio nel suo discorso radiofonico, 1 luglio 2006
IL PRESIDENTE: Buongiorno. In occasione della ricorrenza del 4 luglio, Laura ed io desideriamo augurare a tutto il popolo americano un fine settimana all’insegna della felicità e della sicurezza. Sono impaziente di trascorrere il Giorno dell’Indipendenza con i membri delle forze armate americane e le loro famiglie a Fort Bragg, nella Carolina del Nord. Questi uomini e donne coraggiose rischiano la propria vita per difendere gli ideali dei nostri fondatori, ed io avrò l’onore di ringraziare molti di loro personalmente per il servizio reso alla causa della libertà.
Nel 1776, John Adams predisse a sua moglie Abigail che il Giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America sarebbe stato celebrato dalle generazioni successive come una grande festa. Egli scrisse: “Questo anniversario dovrebbe essere commemorato con grandi festeggiamenti e parate, spettacoli, giochi, sport, suoni di campane, falò e luminarie, da un capo all’altro del continente, da questo momento in poi, oggi e per sempre”.
Da allora in poi, generazioni di americani hanno fatto proprio ciò che egli aveva immaginato. Ogni anno, siamo impazienti di riunirci con le nostre famiglie e partecipare alle grandi celebrazioni del 4 luglio, che hanno luogo in tutta la nazione. E tra musica, grigliate e fuochi d’artificio, diciamo grazie per la nostra libertà, e rendiamo onore al coraggio ed al sacrificio di tutti coloro che l’hanno resa possibile.
Nel Giorno dell’Indipendenza, ricordiamo il coraggio e gli alti ideali in cui credevano i fondatori della nostra nazione, i quali hanno intrapreso una lotta disperata per porre fine alla tirannia e vivere in libertà. In questi ultimi anni, abbiamo assistito ad un rinnovato interesse per la loro vita e le loro imprese, ed abbiamo imparato ancora una volta che essi possedevano straordinari talenti, ed altrettanti difetti tipici dell’essere umano, i quali hanno reso i traguardi raggiunti ancora più straordinari.
Per gli uomini e le donne coraggiose appartenenti alla generazione dei nostri fondatori, la vittoria era ben lungi dall’essere certa. Essi erano sicuri soltanto della causa per la quale agivano – la certezza che la libertà fosse un dono di Dio ed un diritto di tutta l’umanità. La forza delle loro convinzioni ha reso possibile la nascita di una nazione libera, nella quale abbiamo la fortuna di vivere.
In questa ricorrenza del 4 luglio rendiamo onore, inoltre, al sacrificio reso da ogni generazione americana per garantire le promesse della Dichiarazione d’Indipendenza. Per più di due secoli, dagli accampamenti militari di Valley Forge, alle montagne dell’Afghanistan, gli americani hanno servito e si sono sacrificati in nome dei principi dei nostri fondatori.
Oggi, una nuova generazione di patrioti americani sta difendendo la nostra libertà contro nemici decisi e spietati. In questo momento, uomini e donne delle nostre forze armate stanno affrontando il pericolo in paesi lontani, compiendo la loro missione con tutta la competenza e l’onore che da essi ci aspettiamo. E le loro famiglie stanno sopportando lunghi periodi di separazione dai loro cari, con grande coraggio e dignità. Le nostre truppe e le famiglie dei nostri militari meritano tutto il nostro sostegno e la nostra gratitudine, ed in questa ricorrenza del 4 luglio io chiedo ad ogni americano di trovare il modo per ringraziare coloro che difendono la nostra libertà. Per conoscere quali sono le iniziative intraprese da ogni singola comunità, non occorre far altro che visitare il sito web: AmericaSupportsYou.mil .
Mentre celebriamo il Giorno dell’Indipendenza, ricordiamoci anche che le promesse di libertà contenute nella nostra Dichiarazione riguardano tutti gli individui. Poiché gli americani ritengono che la libertà sia un diritto inalienabile, noi tutti diamo una grande importanza alla libertà di ogni persona, in ogni nazione. E poiché riconosciamo il valore sacro dell’essere umano, lottiamo per promuovere il rispetto per la dignità umana. Oggi, tutti coloro che vivono sotto il giogo della tirannia e tutti quelli che si struggono per la libertà, devono sapere che l’America sta dalla loro parte.
In qualità di cittadini di questa bella nazione, dovremmo essere orgogliosi dell’eredità ricevuta, e nutrire gratitudine per la nostra libertà e fiducia nell’avvenire. Duecentotrent’anni dopo che l’America dichiarò la sua indipendenza, lo spirito che animò il 1776 sta continuando a vivere. E la nostra nazione si sente orgogliosa di tenere viva la fiaccola della libertà. Continuiamo a credere nella protezione della divina provvidenza. Continuiamo ad impegnare le nostre vite, le nostre ricchezze ed il nostro sacro onore per la difesa della libertà. E continuiamo a credere nella promessa di una libertà per tutti.
Vi ringrazio per l’attenzione.
Un post di Mixumb delle
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martedì, 04 luglio 2006
Happy 4th of july
"L’Independence Day è una giornata molto importante per tutti noi americani. E’ una festa che racchiude in sè l’essenza dello spirito e della filosofia di vita del nostro popolo. Si festeggia infatti la libertà, che significa democrazia, e si celebra la storia che ha portato alla nascita degli Stati Uniti come nazione libera ed indipendente. Il 4 luglio 1776 venne infatti firmata dai padri fondatori la Dichiarazione d'Indipendenza, che ricorda i principi che hanno portato all’indipendenza dall’Inghilterra. Emblematicamente, questo e’ il primo documento ufficiale in cui si adopera il termine "Stati Uniti d'America".
Dopo aver ricordato il dato storico, posso aggiungere qualcosa sul come viene vissuta questa festività: secondo la tradizione, famiglie e amici si ritrovano nei parchi per il barbecue, alle sfilate patriottiche, ai concerti all’aria aperta. La sera si chiude sempre con fuochi d’artificio. E' tipico vedere la bandiera americana sventolare ovunque – come peraltro accade anche in altre feste nazionali. Certamente, dopo i drammatici attacchi dell’ 11 settembre 2001, l’America che festeggia è anche l’America che ricorda un momento tragico e indelebile della sua storia. Ma, ne sono convinto, tutto questo non fa che rafforzare lo spirito di unità e patriottismo di questa giornata."
Questo è quanto ci ha detto l'Ambasciatore Ronald Spogli, che rappresenta gli Stati Uniti in Italia, durante l'intervista che esce oggi su Romacapitale. Poi ci ha invitato a festeggiare insieme a lui questo meraviglioso Paese, la città sulla collina che tanto amiamo. E così, anche quest'anno saremo onorati di celebrare il 4 luglio nell'unico posto qui a Roma dove vale veramente la pena farlo: a Villa Taverna.
Per chi non ci sarà, buon 4 luglio comunque. E un consiglio: prendetevi un po' di tempo, e leggetevi "Snapshot USA", l'ultima edizione dell'ejournal USA da scaricare dal sito della US Embassy, o da leggere online qui. E' uno straordinario - e al contempo semplicissimo - spaccato di un Paese che per quanto cambi non cessa di rimanere un punto di riferimento, che si mette in gioco ogni giorno con la voglia di perseguire la felicità, che ogni giorno si sveglia essendo divenuto per nuova gente di ogni razza, colore, credo, lingua, nazionalità, cultura, gusto il posto dove credere in sè stessi e nelle proprie capacità.
Happy 4th of july. Grazie, America.
Un post di Mixumb delle
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sabato, 01 luglio 2006
Un po' di chiarezza sulla Fondazione Italia USA (e su questo blog)
Si avvicina il 4 luglio, che per me è sinonimo di celebrazioni di nascita, in molti sensi. I love America, more than ever. Lo scorso anno, il 4 luglio, nacque una istituzione che nelle intenzioni dei fondatori avrebbe dovuto a quest'ora costituire un punto fermo nelle relazioni tra Italia e Stati Uniti. Invece, non è così.
Cio' che nacque il 4 luglio andò in coma a settembre, ancora una volta, in molti sensi. Per l'esattezza, e senza che nessuno lo scegliesse, il giorno 11, di settembre, del 2005. Si vede che era destino: l'11 settembre.
Ogni volta che si litiga, si pretende di avere ragione. Non starò qui, dunque, a raccontare per filo e per segno le motivazioni che hanno portato ad una rottura così dolorosa, inaspettata, definitiva. Questa rottura, da parte mia, non è avvenuta nei confronti del Presidente della Fondazione Massimo Teodori, ma nei confronti di colui che insieme a me ha avuto l'idea, l'ha portata avanti, ci ha lavorato. E poi, per come la vedo io, l'ha condannata a morte: ma qui si entra nelle opinioni personali, e probabilmente la sua sarà diversa ma sapete cosa c'è, non me ne curo. Vorrei che da questo post non trasparisse il rancore che pure c'è, vorrei sorvolare sui comportamenti altrui con la signorilità la cui mancanza ho contestato al mio interlocutore. Non è necessario sputtanare la gente sul web, anche su un blog in sonno che ormai nessuno legge perchè da un anno praticamente non c'è niente da leggere (non che prima ci fossero milioni di accessi ... e comunque, su questo blog ho più volte difeso la persona in questione quando è stato oggetto di ingiustificato attacco).
La Fondazione Italia USA allora è in sonno, senza dubbio. Per quanto mi riguarda, sarebbe utile ed opportuno andare da un notaio e certificarne la chiusura. Io mi sono dimesso da Segretario Generale, ma chi ha preso il mio posto sembra non aver fatto nulla: da fondatore, avrei dovuto sapere cosa avveniva, ma non è stato così (lo desumo anche da una piacevole e chiarificatrice chiacchierata con il Presidente, che ha tutta la mia stima e ammirazione ma al quale dico, in amicizia e con affetto, che deve imparare a scegliersi meglio chi sembra rappresentarlo) e non voglio pensare che ci siano stati passi non comunicati ai fondatori, che nella costruzione dello statuto erano e sono fondamentali nelle decisioni.
L'idea continua a rimanere, per me che ho partecipato a concepirla, eccezionale e assolutamente necessaria. La struttura che c'è ora andrà chiusa: non ho dubbi. Ma chissà se altre persone vorranno riprenderla, ripartire da dove ci si è fermati (non fu poco il lavoro svolto per avviare la macchina) e fare del bene alle relazioni tra i 2 Paesi contrastando l'antiamericanismo galoppante sempre più. Per parte mia, non smetterò di farlo finchè avrò vita: nelle modalità che mi sarà possibile portare avanti. Magari, in futuro, scegliendo meglio i miei compagni di viaggio (che poi, tra i fondatori, il problema c'è stato con uno solo, con tutti gli altri nessun problema, anzi).
Quanto al blog, all'epoca pensai che ricoprendo una carica ufficiale (ero il Segretario Generale, anche se con poca classe dal sito della Fondazione Italia USA sembra non esservi traccia: e sì che nell'unico evento al quale la Fondazione ha partecipato, a New York nel luglio dello scorso anno, a rappresentarla ufficialmente c'era il sottoscritto) in una struttura come quella non sarebbe stato opportuno continuare un blog nel quale erano espresse posizioni di parte. L'amore per gli USA era dimostrato in una istituzione bipartisan, che male si conciliava con un blog dove, a volte magari con troppa enfasi, si militava in un partito politico ben preciso.
Dopodichè, sono successe due cose. La prima è che mi sono dimesso da Segretario Generale della Fondazione Italia USA. La seconda è che il suddetto partito, i radicali, si sono alleati con il centrosinistra, ed io non sono stato d'accordo (magari se ne riparlerà in seguito). Il sottoscritto, dunque, al momento non appartiene nè fa il tifo per alcuna formazione politica, nonostante una simpatia per i Riformatori Liberali che ho avuto modo di testimoniare a Della vedova e a Taradash. Non ci saranno dunque simboli o endorsement per i radicali, non più, sebbene molte siano le cose di loro che ancora ammiro e condivido, prima fra tutte la stima per il loro Segretario nonchè neo-Presidente della Commissione Attività Produttive. Vediamo se si può far ripartire il blog, dunque, con un taglio più virato sull'amore per gli Stati Uniti (come se prima non si fosse capito...
).
Mi piacerebbe, e con calma lo farò, dire la mia su cosa sta avvenendo - e fare una umile proposta - in Tocqueville (in preview posso dire che, come sempre, sono molto ma molto d'accordo con un vero amico, il migliore di tutti, questo signore qui. E per niente d'accordo con gli attacchi contro quest'altro signore qui). Mi piacerebbe, e lo farò, raccontare la mia gioia di questi ultimi 9 mesi, la bimba che ha riempito la vita mia e del capo (chi si ricorda il capo? E' mia moglie, ora naturalmente c'è anche un Vice Capo, si chiama Valeria e per ora dice solo "mamma" ma quando vede le mie magliette con la bandiera americana stampa certi sorrisi che ... sono SODDISFAZIONI). Nel frattempo il sottoscritto continua a fare le sue cose: c'è un'altra Fondazione della quale da 5 anni sono Segretario Generale e che (tra l'altro) a novembre vorrebbe organizzare un focus sulle elezioni di mid-term con l'Ambasciatore dgli Stati Uniti; c'è un mensile per il quale curo la parte diplomatica (a luglio, indovinate chi è l'Ambasciatore intervistato? Piccolo aiuto, il mensile in edicola esce martedì 4...); c'è un bimestrale dedicato agli italiani in America per il quale sto acquisendo sempre maggiori responsabilità. Fine dell'autoreferenzialismo.
Per ora, ci si prepara al 4 luglio. C'è questa piccola cosa del calendario con le date interessanti per la storia americana (e quindi, del mondo), nata per il sito della Fondazione di cui ho parlato (sito che contiene altre interessanti sezioni). E altre cose, se ci si riuscirà. E ad agosto, 2 settimane tra New York, Boston, Philadelphia e Washington a respirare e vivere America, the beautiful.
I love America, now and forever. E soprattutto, I wanna wake up in the city that never sleeps.
lunedì, 20 febbraio 2006
Ciao Luca

Ora puoi nuovamente correre libero. Grazie per quello che mi hai insegnato, e per il tuo coraggio
lunedì, 03 ottobre 2005
La felicità, lo sai, è una festa mobile
Questa è una frase di Ernest Hemingway.
Rispecchia bene il mio sentimento di ora. Mia moglie, quella splendida creatura che, non so bene per quali miei meriti nella mia vita precedente, ha voluto condividere con me la sua esistenza, mi ha reso padre, stanotte.
Stanotte, alle 3 e 13, è nata Valeria. Fuori diluviava, e così si sono rotte le acque anche dentro la clinica che abbiamo scelto. Fuori diluviava, ma noi non ce ne siamo nemmeno accorti.
Benvenuta Valeria, e grazie per essere qui. Spero di riuscire ad essere un padre sincero ed onesto, e bravo almeno la metà di quanto lo sarà tua madre. Spero che un giorno la tua considerazione per me per lo meno si avvicinerà a quella che ho per mio papà, che purtroppo tu non potrai conoscere se non per i racconti che ti narrerò io. Lui era un uomo semplice e buono. Semplice e buono.
Spero che tu mi aiuti ad essere un uomo migliore di quanto sono ora, per poterti essere d'aiuto nel tuo cammino.
Spero che tu possa realizzare i tuoi sogni.
Spero che tu possa vivere, e non soltanto sopravvivere.
Benvenuta fra noi, piccola mia. Spero di poter ricambiare il dono che ci hai fatto comparendo tra noi.
Tuo papà
Un post di Mixumb delle
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lunedì, 04 luglio 2005
Buon 4 luglio !
Oggi, per certi versi, un po’ muoio e un po’ rinasco. E pensandoci bene, è la prima volta nella mia vita che mi capita di sperimentare questa ancestrale pratica dell’uomo da che esiste, quella della trasformazione così profondamente legata a chi siamo: si muore e si rinasce, tutto scorre, catarticamente si muta senza paura per ciò che verrà e senza mancare di rispetto per ciò che è stato..
Oggi, dunque, nasce un nuovo “me”. Non sembri esagerato, ma è davvero una data che non dimenticherò. Oggi nasce una creatura che si chiama Fondazione Italia USA, alla quale stiamo lavorando da qualche tempo, e alla quale vogliamo dedicare il nostro futuro, il nostro amore per gli USA, la nostra ammirazione e gratitudine per l’America, e tutto ciò che significa. Sarà una istituzione bipartisan, di qua e di là dall’oceano. Sarà una istituzione che non dispiegherà odio per alcuno, ma che però combatterà quello che riterremo ingiustificato e pregiudizievole nei confronti di un luogo, di uno spirito, di un’idea che amiamo: gli Stati Uniti d’America. Dall’8 al 15 luglio saremo a New York e a Washington per presentarla agli importanti soggetti che rappresentano il nostro Paese oltreoceano ed alcune tra le massime autorità statunitensi.
2005, july the fourth. 229esimo anniversario dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Oggi, questo blog ufficialmente chiude, e dunque muore. Muore un’esperienza che mi ha permesso di conoscere persone gradevoli e altre fantastiche, almeno un amico vero e molti conoscenti che vorrei davvero non perdere di vista, e sono certo che così sarà. Un qualcosa che ha scandito le mie giornate, nel quale riversare pensieri e concetti, sfoghi e passioni, stupidaggini e intuizioni. Nel quale litigare e rispettarsi, e dal quale imparare, tanto, e che ha avuto la fortuna di fare in tempo a vedere il via di una splendida realtà come quella di Tocqueville. Celebro questa piccola fine, nel nome di un più grande inizio e ringraziando tutti coloro con i quali ho interagito, litigato, discusso, consentito. Il ruolo che avrò nella Fondazione Italia USA non è compatibile – per come lo sento io, e comunque almeno per il momento – con la tenuta di un blog nel quale personali opinioni politicamente forti e convinzioni non bipartisan (come quelle di ognuno che abbia una identità) hanno costituito la costante: la voce della Fondazione sarà – come avviene nel Paese che amiamo - il nostro Presidente, e sarà (come sempre è stata) una voce competente e liberale, innamorata dell’America ma senza paraocchi. Non potete capire quanto io sia orgoglioso di avere un ruolo importante nella istituzione che godrà di questo contributo. O forse lo capite, se conoscete ed ammirate l’opera del nostro Presidente come accade a me.
Saremo presieduti dal più grande americanista che abbiamo in Italia, Massimo Teodori. Una persona che racchiude in sé il meglio delle capacità di realismo e passione, pragmatico impegno e idealismo nei confronti del Paese che amiamo, e che – se saremo bravi e fortunati – guiderà una squadra che vorrebbe contribuire a rendere un po’ migliore anche il Paese in cui viviamo. Con noi, ha iniziato facendolo con il nostro statuto: da “europeo”, ovvero lungo e a volte contenente parti non fondamentali per un documento del genere, come era la nostra prima bozza, Teodori lo ha rielaborato rendendolo “americano”, ovvero snello ed essenziale come un documento ispirato agli USA deve essere. Sta nel taschino, adesso 
Oggi dunque nasce una cosa importante. E per celebrarla, stasera parteciperemo alla festa che il Rappresentante ufficiale del Paese che amiamo ha organizzato per il 229esimo compleanno del posto più bello, libero, eccezionale, curioso, inimitabile, proiettato verso il futuro, che c’è. Gli USA. Villa Taverna ci aspetta per rendere onore alla Stars and Stripes ed ascoltare commossi lo Star Spangled Banner: e vorrei che il brivido che proverò non finisse mai, e me lo porterò con me per tutta la vita.
Grazie ancora a tutti coloro che sono passati di qua. Aiutateci a fare crescere la Fondazione Italia USA. Racchiuderà le istanze intelligenti critiche e acritiche, rappresenterà le mille sfaccettature dell’America diversa per ognuna di noi, dirà quello che c’è da dire quando l’antiamericanismo uscirà dal guscio nel quale si racchiude, infido, demagogico e utile a far sfogare l’invidia, la cieca arroganza e la poca considerazione di sé stessi che fa capolino dalla sicumera antiamericana di troppi nostri connazionali. Se ce lo permetterete, rappresenteremo voi per i quali “I love America” non è solo una canzone disco degli anni ’70: di destra o di sinistra che siate, repubblicani o democratici, ammiratori di Kennedy o di Reagan, di Clinton o di Bush, di Condi o di Barak Obama, sognatori on the road o innamorati dei grattacieli, a vostro agio con gli spazi del sud o con i ghiacci del nord, convinti dalla bible belt o dal secolarismo delle due coste, segreti amanti della coca cola e orgogliosi consumatori di un big mac, e persino amanti del frappuccino di starbucks che in Italia non c’è ma ci sarà, prometto che ci sarà. Diffonderemo la cultura americana mainstream, e la difenderemo. Approfondiremo i principi che muovono da 229 anni questo splendido e riuscitissimo esperimento che brilla e illumina tutti noi, che ci piaccia (e a noi “ce piace”) oppure no.
Italia e USA, insieme: leggete l’articolo del nostro Presidente, del quale siamo fieri, che annuncia la nostra nascita; leggete i suoi libri, e non vi fate mancare una visita quotidiana al nostro sito, che giorno dopo giorno si completerà e si riempirà dei contributi di tutti, compresi i vostri se lo vorrete, e diventerà il punto di riferimento per tutti coloro che si interessano per diletto o per lavoro di Stati Uniti d’America e dei loro rapporti con l’Italia. Vi daremo la possibilità di essere italiani e orgogliosi di poter dire "I am proud to be a friend of the United States of America".
Vi aspettiamo !!! E pluribus unum !!!
lunedì, 13 giugno 2005
TocqueVille
Grandissimi complimenti a coloro che hanno lavorato per iniziare questo splendido percorso. Bravi Paolo, Andrea, Pierluigi e tutti coloro che ci hanno dedicato tempo, azione e pensiero. Bene così. Grazie
Tra i preferiti, assolutamente. Voi sapete che ora ci perdiamo ma ci reincontreremo presto, altrove.
Avete (stra)vinto voi
Mi sembra di vederli, alcuni simpatici cattoliconi acquattati lì a fare il reolad per vedere che dice adesso quell’anticlericale che tanto si è speso per il sì ai referendum. A metà giornata (scrivo alle 14) ci sono 45 accessi, manco ci fosse qualche flame come ai bei tempi. Eccomi qua, nudo come mamma mi ha fatto. Io mi arrendo, senza condizioni.
Semplicemente, avete vinto voi: anzi, avete stravinto. Sarei stato pronto a dar battaglia, viste le mille scorrettezze escogitate e messe in atto con scientifica impudicizia, se il mancato quorum avesse comunque testimoniato un affluenza dal 40% in su. C’è da scrivere un manuale su come violentare la democrazia, con l’indicazione di tutti i mezzucci infami usati dall’establishment chiesa/ministero dell’interno/televisioni. E questo rimane agli atti come una vergogna che vi marchierà per tutta la vostra sperabilmente lunghissima vita. Ma qui, invece, si tratta di un’ecatombe. E’ corretto, e però molto doloroso, riconoscerlo. Noi siamo sconfitti, voi vincitori.
Ma c’è di più.
Questo non è un referendum sulla fecondazione assistita. Era partito così, ma ha mutato di significato in conseguenza con la crociata messa in atto da preti e atei devoti, clericali e cattolici, monsignori e politici tartufescamente genuflessi, che hanno deciso di accoppiarsi con una grande quantità di cittadini ignavi, abulici, addormentati, che producono sonnifero da tutti i pori. E più la crociata si è estesa, più si è cibata di ignobili falsità sulle quali nel mondo occidentale faranno tesi di laurea a dimostrazione di quanto sia povera oggi la civiltà democratica in Italia, più ha coniato slogan vigliacchi e messo su una caciara indegna anche e soprattutto perché in nome di valori così alti, più gli italiani avrebbero dovuto reagire. Non l’hanno fatto. Bisogna prendere atto di ciò, i dati sono sotto gli occhi di tutti e non c’è nulla da dire. Se la chiesa e le sue armate avessero tenuto un basso profilo, paradossalmente la sconfitta sarebbe stata meno violenta: invece non hanno inteso rinunciare a nessuna delle loro indebite ingerenze, e il risultato è che hanno stravinto.
Le conseguenze sono gravi, sono gravissime. In termini numerici, e non solo in quelli, questa non è una sconfitta, questa è una catastrofe. Ne va preso atto.
Questo risultato apre sc