mercoledì, 12 settembre 2007
Incongruenze?
Un quesito mi attanaglia. Se Grillo dice che “i politici sono i nostri dipendenti”, e poi se la prende con il povero Marco Biagi presunto reo di aver offeso “sua santità il posto fisso”, com’è che poi il passo successivo è quello di mandare a casa i nostri dipendenti dopo 2 legislature? E che è, un sindacalista che combatte per tenere l’articolo 18 e poi non lo applica?
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giovedì, 16 novembre 2006
Se ne va un grandissimo
Onore a Milton Friedman, maestro ineguagliabile. Il migliore, davvero.
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21:57 politica,
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lunedì, 06 novembre 2006
Seconda stella a destra
"Seconda stella a destra, questo è il cammino
e poi dritto fino al mattino
non ti puoi sbagliare perchè
quella è l' isola che non c'è... "
E’ tutto in quella frase, detta con nonchalance dall’amico che mi ha portato nel mondo dei radicali, che me li ha fatti conoscere, apprezzare, ammirare. Quell’amico casinaro e un po’ matto, ma leale e onesto, logorroico ma sincero, che mi ha permesso di scoprire ciò che ognuno, a suo modo, per le sue vie, ha scoperto in qualche momento della propria vita politica, a cavallo tra una delusione, un senso di vomito, un’incazzatura ed una continua domanda sul perché si rimane qui, stranieri in patria, a lamentarsi odiando chi si lamenta, a dipingere le lodi della terra delle opportunità senza il coraggio di acchiapparle, quelle opportunità.
E insomma, sta tutto in quella frase: “noi radicali siamo abituati al fatto che qualcuno arrivi, qualcun altro se ne vada. Rientra nella normalità del nostro essere radicali, senza stupirci quando chi ha fatto un percorso con noi decide di abbandonare la squadra”.
In realtà io non ho mai fatto parte della squadra: nel senso che della squadra non ho i meriti, quell’accanimento nel lavoro, nella dedizione totale, nella vita vissuta a Torre Argentina; quel dare tutto sé stessi al partito o ad una delle sue diramazioni, sempre in adorazione per Marco, che lo incontri in ascensore e ti tratta – gigione - come se fossi un vecchio amico, ed è così diverso da quei boriosi politicanti che stanno altrove; con il grande rispetto che merita Emma, che ti guarda incuriosita se le confessi che l’ammiri molto, mentre si fuma l’ennesimo mozzicone di sigaretta con il suo look per niente cool. Marco ed Emma, era curioso notare come gli altri li chiamassero così, e mi sembrava strano e forse un filo sopra le righe, del tipo “io li chiamo per nome”, mentre poi si è capito che l’anomalia sarebbe stata l’approccio normalmente dedicato ai tromboni delle auto blu. E come si fa a non rimanere affascinati, rapiti, ammaliati da questo gruppo di folli, che si estrinseca come una specie di collezione di magnifici ed orgogliosi intelligentissimi freak, dove tutti sono normali e diversi, parlano e parlano e sono sempre a loro agio, e tu ti senti a casa dopo un minuto che sei con loro. Come si fa a non rimanere increduli di fronte alla serenità di Luca, che oggi non c’è più, e alla sua capacità di sintetizzare la sua vita e la sua lotta, nel sorriso meraviglioso della sua compagna: come si fa a non capire che sia la storia più emozionante del mondo, quella di loro due contro chi li vuole condannare al dolore?
E poi Daniele. Uno che chiami il centralino, e te lo passano. Che ti accoglie aprendoti la porta e scusandosi per il casino della sua stanza, lui, segretario del partito. Che sa quello che c’è da sapere, intelligente, cortese, a volte distaccato perché forse timoroso di apparire troppo superiore. Uno che ti risponde alle email, che ti richiama dal suo cellulare, uno col quale ti senti in sintonia, sempre. Uno che ti fa pensare che forse c’è ancora speranza per questo povero Paese, per chi come te non si riconosce nel mainstream che chiane e fotte.
E i tanti altri, che tu, radicale “di destra”, ammiri per le tantissime battaglie che con loro condividi ma che senti un po’ lontani comunque: tra i quali c’è Rita, una splendida cinquantenne che ha il potere di farti continuare a credere che l’impegno è un bene, che crederci si può, che la battaglia si vincerà. Una donna semplice, una soldatessa mite e incazzosa per ciò in cui crede, qualcuno da ammirare in maniera assoluta. E i tanti altri, naturalmente. E Radio Radicale, e la mitica rassegna del direttore Bordin, uno che non può essere vero, non può esistere nel 2006, oggi, con quel suo fare da signore che sotto sotto gliele canta, con le sue citazioni buttate lì su cose che non conosci, con il suo francese perfetto ed il suo inglese maccheronico dalla pronuncia storta.
Ma poi capisci che la favola finisce. Non è la loro favola a concludersi, è l’idillio tra di loro e te. I due insiemi viaggiano, si intersecano ma poi si lasciano. Te ne accorgi giorno dopo giorno, ti dispiace ma ti senti più maturo e grato per averli conosciuti, essere stato uno di loro, in un ambiente in cui questa scelta è vista malissimo. E sai che ti resterà dentro sempre l’insegnamento di questa squadra di corsari della politica, di questi disperati eroi, di questi cocciuti sciocchi, di questi volenterosi geni che scelgono sempre, beffardi, di fermarsi prima del traguardo. Ti senti strano, non hai più un’accogliente rifugio nel quale riconoscerti, noti sempre più i loro difetti ma scatti in loro difesa quando qualcuno li attacca, quasi pensassi di detenere il monopolio delle critiche da rivolgere loro. Lo fai perché altrove non è cambiato nulla, schifo c’era prima e schifo c’è adesso, ma tu hai già giocato il jolly e ora è finito l’effetto della superforza, bello ma breve, per cui da Pac Man che mangia i mostri sei ridiventato Pac Man che li deve evitare per non morire; come se avessi fumato una canna, una bella sensazione ma indotta artificialmente, un qualcosa di buono che però è destinato a finire, uno sballo temporaneo che passa, e se ne va.
E allora ciao, radicali italiani. Vi sono grato per quello che spesso siete, e vi detesto per quello che a volte siete. Vi ammiro per quello che fate ogni giorno, ma vi disprezzo per quello che fate raramente. In questi giorni le avete sbagliate tutte, sostituire Daniele con Rita è come sostituire Schevchenko con Oliverira: non è colpa dei secondi se sono onesti ma inadeguati, sono i primi ad essere fuoriclasse e farseli scappare è qualcosa di imperdonabile.
Che siate (laicamente) benedetti, tanto, e maledetti, un po’. Guai a voi, che illudete e deludete, ma molto di più guai a chi vi tocca, quasi mai degno di giudicarvi. Vi ho voluto bene, e sempre ve ne vorrò. Ma questo è un addio, meravigliosa pattuglia di visionari, insostituibili capoccioni, maestri inimitabili nel mandare a puttane i vostri incalcolabili meriti.
"E ti prendono in giro se continui a cercarla
ma non darti per vinto perchè
chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te... "
Intervista all'Ambasciatore Ziyal
E' in edicola il numero di novembre di Romacapitale che contiene, tra l'altro, la mia intervista all'Ambasciatore ungherese Kovacs.
Il motto più popolare tra la popolazione turca recita: “pace a casa, pace nel mondo”. Non ci sembra cosa da tenere nascosta, oggi che la Turchia è di nuovo al centro dell’attenzione europea in vista del proseguimento dei negoziati per l’adesione all’Unione e alla vigilia di una importante e quanto mai delicata visita di Benedetto XVI nel Paese crocevia tra Europa ed Asia, Occidente ed Oriente, Cristianesimo ed Islamismo. La Repubblica di Turchia, fondata nel 1923, è stato uno dei primi paesi a concedere ai cittadini il suffragio elettorale universale e oggi sta concludendo un rapido processo di modernizzazione; è una repubblica laica con un sistema parlamentare pluralistico che garantisce la libertà di religione, anche se la popolazione turca –circa 70 milioni – è di religione musulmana per il 98%. Paese membro del Consiglio d'Europa e associato alla Comunità Economica Europea dal 1963, la Turchia è entrata a far parte della NATO nel 1952 ed è stato sin dall'inizio uno dei paesi cardine dell’alleanza, con un esercito convenzionale secondo tra i paesi membri soltanto a quello degli USA.
Palazzo Gamberini, sede dell’Ambasciata prima dell’Impero Ottomano e poi della Repubblica di Turchia, svolge quest’attività ininterrottamente da 117 anni. A riceverci, con cortese ospitalità, è l’Ambasciatore Sitki Uğur Ziyal. 62 anni, coniugato e padre di una figlia. L’Ambasciatore Ziyal ha servito il Suo Paese ad Ankara come pure in diverse aree del mondo e dal novembre 2004 è Ambasciatore in Italia. Facciamo gli auguri a Sua Eccellenza per le celebrazioni della Festa Nazionale del Suo Paese, svoltesi lo scorso 29 ottobre.
Signor Ambasciatore, c’è chi definisce i rapporti tra Occidente ed Oriente come uno scontro di civiltà e pensa che Islam e democrazia siano incompatibili, c’è chi invece ritiene che l’Occidente, stanco perché secolarizzato, debba rinunciare ai suoi valori per non contraddire alcuna istanza Islamica rifiutando di combattere quella parte di terrorismo che interpreta il Corano come uno strumento di guerra. A che punto è la storia delle relazioni tra Occidente ed Oriente, e quali prospettive Le sembrano più verosimili?
Forse il maggiore problema da affrontare è l’impostazione dei reciproci atteggiamenti, che dovrebbe tendere al mutuo rispetto e agli sforzi per comprendere meglio gli uni e gli altri e per ritenerci uguali. Temo invece che a volte alcuni occidentali ritengano di essere superiori, e questa è fra le ragioni per le quali esistono reazioni contro l’Occidente anche in altre parti del mondo, non solo in Medio Oriente. Bisogna incrementare il dialogo, riconoscersi nei valori universali che ci accomunano e la Turchia sta facendo quanto possibile in questa direzione. Non dobbiamo giudicare i Libri Sacri delle religioni diverse dalla nostra, e personalmente non ritengo che essi siano da leggere come libri di guerra perché la base della religione è la compassione e l’amore verso gli altri. Inoltre, non credo che l’Occidente sia stanco perché secolarizzato: la secolarizzazione porta la democrazia, senza di essa avremmo la teocrazia e non credo che alcuna persona civilizzata vorrebbe vivere in un regime di teocrazia. La Turchia crede nel rispetto delle religioni, nel dialogo e nel lavoro comune per il miglioramento delle condizioni di tutti noi.
La candidatura turca a far parte dell’Europa politica, sostenuta dal nostro Paese, è pienamente legittimata dai progressi compiuti da Ankara verso la definizione di uno Stato di diritto ispirato ai modelli europei, mediante un processo storico avviato da Atatürk negli anni ’20 dello scorso secolo. Grandi motivazioni culturali, geopolitiche ed economiche spingono ad impegnarsi sempre più nel negoziato sebbene vi siano forze che da entrambe le parti tendono a rendere difficile la reciproca comprensione. Il commissario europeo all’allargamento, Olli Rehn, è stato ultimamente in visita ufficiale in Turchia per continuare i negoziati iniziati un anno fa che registrano una frenata segnalata anche nella recente pronuncia del Parlamento Europeo. Si è in attesa per i primi di novembre della pubblicazione del rapporto della Commissione Europea sullo stato dei progressi di Ankara per l’adesione all’UE. Secondo un recente sondaggio promosso dalla Fondazione Bertelsmann solo una minoranza pari al 32% degli italiani crede che nel 2020 la Turchia sarà un membro effettivo. Quali miglioramenti si possono prevedere in questo campo, e in che tempi?
La fase della comparazione delle leggi turche rispetto a quelle europee è in fase di completamento: sappiamo cosa fare per adempiere a quanto ci viene chiesto, in primo luogo mediante la prosecuzione sulla via della democrazia. La mia sensazione, però, è che l’oggetto del negoziato non sia ben chiaro: tutti gli altri Paesi candidati negoziano con il fine di divenire membri della UE, ma da parte di alcuni rappresentanti europei sembra che non si voglia far entrare la Turchia a prescindere dal raggiungimento dei criteri economici e politici oggetto del negoziato: questo è totalmente ingiusto ed inaccettabile. Esistono argomenti che possono essere usati contro la Turchia, ma ognuno di essi può essere usato anche a nostro favore. La popolazione, ad esempio: si dice che i turchi siano troppo numerosi, ma è possibile che fra 15 o 20 anni questo sia un nostro punto a favore, e che allora sia l’Unione Europea a chiedere alla Turchia di entrare a farne parte e che magari i turchi non vorranno più farlo, come è già successo per i norvegesi. L’Europa considera i turchi come musulmani, ma se l’Europa non è costruita in base alla religione ma a valori universali – e questo è ciò che ci viene detto da tutti i leader europei – allora essere musulmani non dovrebbe essere un problema. Siamo d’accordo sui criteri da raggiungere, ci vuole tempo come in ogni processo e per qualsiasi Paese ma l’ultimo rapporto della Banca Mondiale dice che le capacità amministrative, le riforme giudiziarie e le infrastrutture economiche turche sono già allo stesso livello e in certi casi addirittura più avanti rispetto a quelle di alcuni Paesi già membri della UE. Noi vorremmo che ci fosse qualche preconcetto in meno: ciò permetterebbe alle opinioni pubbliche europee di sapere, per esempio, che negli ultimi 4 anni la Turchia è cresciuta del 38 % anche grazie ad una sempre maggiore integrazione con l’Europa, dimostrando quanto di buono potrebbe venire in quest’area ma anche in Medio Oriente, nell’area del Mediterraneo e del Mar Nero da una accelerazione di questo processo.
L’attuale governo turco sta favorendo, non senza difficoltà tra alcune forze politiche turche, l’apertura al dialogo sulla questione che l’Assemblea Nazionale francese ha definito “genocidio degli armeni” e che sta portando Parigi ad equiparare la vicenda all’Olocausto. Di recente il premio nobel per la letteratura è stato conferito allo scrittore turco Orhan Pamuk, che fu oggetto di una denuncia (poi ritirata per la modifica del vostro codice penale) per avere criticato il rifiuto turco a riconoscere le proprie responsabilità in quest’ambito, a dire la verità molto controverso: fonti turche lo descrivono come un evento nel quale morirono 300.000 armeni, mentre questi ultimi parlano a vari livelli di più di 2 milioni di vittime. Qual è la posizione ufficiale del Suo Paese?
Siamo molto orgogliosi del Premio Nobel a Pamuk, e speriamo che altri ne seguano in altre discipline. Naturalmente non tutti i turchi sono d’accordo con le sue idee, ma questo è un segnale che la Turchia sta crescendo. A proposito dell’Armenia, la Turchia sostiene che sia accaduta una tragedia, per molte ragioni: non è successo che un giorno qualcuno si sia svegliato ed abbia semplicemente deciso di uccidere tutti gli armeni, che tra l’altro hanno spesso ricoperto incarichi estremamente importanti lungo la vita dell’Impero Ottomano (uno dei miei predecessori nella carica di Ambasciatore a Roma era armeno). Poichè c’è una differenza di vedute su cosa sia accaduto, per capire quale sia la verità dovremmo cercare negli archivi dei diversi Paesi, a disposizione per essere studiati da una Commissione mista di storici di diverse nazionalità: ma non possiamo lasciare che su questo i politici rubino il posto agli storici, e lo dico rimarcando che la Turchia ritiene ciò che accadde una tragedia, una ferita per gli armeni e per i turchi. Riguardo alla decisione dei francesi, la Francia ha una magnifica storia di libertà ma questa legge va contro la libertà di parola, i valori e gli accordi Europei. Ora l’Europa deve intervenire perché non so cosa sarebbe successo se una legge così fosse stata approvata in Turchia e lo stesso si chiede l’opinione pubblica del mio Paese, senza contare che non si tratta di una legge che limita la libertà di espressione a proposito della propria storia ma addirittura nei confronti della storia di paesi terzi. Questo avviene proprio nel momento in cui in Turchia c’è un aperto dibattito sulla riforma del codice penale che non considera più reato quanto detto da Pamuk, che difatti non è più indagato (e comunque non è mai stato condannato): la democrazia in cui crediamo è quella in cui si dibatte partendo da posizioni diverse, non quella in cui si impedisce a qualcuno di esprimere la sua opinione. Una simile legge esiste in Svizzera, dove un leader politico turco si è recato per negare che ci sia stato un genocidio ed è stato perseguito ma poi il caso è stato chiuso senza condanna. Si tratta di qualcosa di bizzarro e che mostra il pregiudizio contro di noi, come nel recente caso del dirottamento aereo nel quale parte della comunità occidentale ha subito pensato si trattasse di un turco musulmano che ce l’aveva con il Papa, mentre poi si è scoperto che era il contrario. Non credo che i francesi abbiano fatto un buon servizio alla Francia, all’Europa, certamente non alla Turchia ma altrettanto certamente nemmeno all’Armenia, dove peraltro non c’è la libertà di dissentire dalla posizione ufficiale del Paese come invece in Turchia dopo la riforma dell’articolo 301 del codice penale.
Papa Ratzinger sarà in visita in Turchia alla fine di novembre, su invito del Presidente Necdet Sezer e del Patriarca ortodosso Bartolomeos II. Alla luce delle recenti difficoltà nate dal discorso di Ratisbona e dalle reazioni intervenute nel mondo islamico, cosa possiamo aspettarci da questo importantissimo incontro? Lei pensa che l’onda lunga di quelle polemiche possa riflettersi (negativamente) sul processo di entrata della Turchia nella UE?
Questa sarà la terza visita di un Papa in Turchia. Abbiamo relazioni diplomatiche con il Vaticano, ed il Papa visiterà il mio Paese su invito del Presidente Sezer; ma il Papa è naturalmente anche una figura religiosa, e come tale visiterà i 3 Patriarchi che siedono ad Istanbul (quello ortodosso, quello armeno ortodosso e quello assiro) ed il Rabbino Capo della comunità ebraica. Questa visita sarà importante e molto produttiva: sono certo che Benedetto XVI scoprirà una Turchia un po’ differente da come è descritta da alcuni media, e certamente il dialogo che proseguirà con le personalità politiche e religiose aiuterà molto la reciproca comprensione e dunque anche il processo di integrazione con l’Europa. Il fondamentalismo è presente in qualsiasi religione, non solo in quella musulmana, ma gli estremisti devono essere marginalizzati perché la maggioranza religiosa moderata deve continuare a dialogare. Naturalmente ci saranno grandi precauzioni per la visita del Papa, come è già avvenuto quando abbiamo ricevuta Angela Merkel o George W. Bush.
Roma è oggi, la città simbolo non solo della cristianità, ma della globalizzazione religiosa. A due anni di distanza dall’inizio del suo mandato, com’è il suo rapporto con la città eterna?
Sono “assorbito” da Roma, una città affascinante per chi come me ne vede gli aspetti mediterranei e ama moltissimo lo stile di vita italiano. La storia dei nostri due Paesi ci accomuna sia sui libri che sui resti dei nostri rispettivi passati, che testimoniano un percorso parallelo che tuttavia si è più volte incontrato. Mi sento a casa a Roma, amo davvero la musica italiana di Verdi e Puccini e per me rappresentare il mio Paese a Roma è un onore ed un piacere.
Dal 1923 la capitale della Turchia è Ankara, ma la capitale culturale, commerciale ed imprenditoriale del Paese è Istanbul: una città che ha una storia che inizia nel 667 a.C. come polis greca di nome Bisanzio, poi dal 330 d.C. capitale dell’Impero Romano d’Oriente col nome di Costantinopoli in onore dell'imperatore romano Costantino I (che la ribattezzò Nova Roma, ma questa denominazione non entrò mai nell’uso comune) e infine capitale dell’Impero Ottomano. Istanbul si estende su entrambe le sponde dello stretto del Bosforo, conta 11 milioni di abitanti e segna il crocevia tra Asia ed Europa dal punto di vista culturale e anche geografico. Quali sono le principali similitudini e quali le maggiori differenze tra Roma e Istanbul?
Roma e Istanbul sono molto simili: erano le due capitali dell’Impero Romano, di Occidente e d’Oriente, e come tali si ritroveranno nella medesima comunità quando la Turchia entrerà nell’Unione Europea. Sono due grandi città, Roma è conservata meglio di Istanbul anche perché le costruzioni ottomane erano spesso in legno e si conservano peggio di quelle romane, fatte in pietra. Sono due grandi metropoli che attirano milioni di turisti, Istanbul è più estesa e non è possibile girare a piedi le aree dove più si concentrano i monumenti, come invece a Roma. Istanbul ha solo due ponti sul Bosforo e non abbiamo metropolitana: questo rende il traffico di Istanbul peggiore di quello di Roma, sebbene un’altra cosa che ci accomuna sia che appena si scava per ammodernare le infrastrutture si trovano importanti reperti storici che rallentano i lavori.
Per concludere, Le chiediamo qualcosa circa le relazioni commerciali (dal primo gennaio 1996 la Turchia fa parte dell’Unione Doganale con l’UE), politiche (abbiamo celebrato quest’anno il 150° anniversario delle relazioni diplomatiche italo-turche) e culturali tra i due Paesi.
Dal punto di vista turistico c’è una ottima accelerazione degli scambi tra i due Paesi. Eccellenti sono anche le relazioni politiche e commerciali: il Presidente Ciampi ha visitato lo scorso anno la Turchia, e nel gennaio 2007 il Presidente Sezer visiterà l’Italia. Politicamente cooperiamo in molte aree – compresa quella della riforma delle Nazioni Unite - e l’Italia è uno dei principali sponsor dell’ingresso della Turchia nell’UE, sia con il precedente governo che con quello attuale. Esistono rapporti bilaterali sui temi dell’educazione e della salute, e l’interscambio commerciale si assesta sui 14 miliardi di euro; gli investimenti italiani in Turchia stanno aumentando ma dobbiamo lavorare affinché la cultura turca sia meglio conosciuta in Italia.
“Il problema è che alcuni europei ci vedono come musulmani, mentre noi vorremmo essere visti come cittadini di un Paese secolarizzato: nessuno da noi sostiene che con l’ingresso nell’Unione Europea entreremo in una comunità di 450 milioni di cristiani”. Ci sembra di poter sintetizzare il pensiero di Sua Eccellenza l’Ambasciatore Ziyal con queste parole, con l’auspicio che il dialogo interreligioso ed interculturale funzioni da ambo le parti e con la consapevolezza che su questo Roma ha fatto molto e molto ancora può fare.
Un post di Mixumb delle
06:49 politica
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sabato, 04 novembre 2006
Midterm Elections 2006: l'America al voto
Per coloro che leggono appassionatamente gli ottimi reportage ed analisi di Camillo, di Andrea Mancia e di Spirit of America (e di altri ancora, che non si offenderanno se non sono qui citati) sulle elezioni di mid term, può risultare utile la guida alle elezioni pubblicata sul sito della US Embassy in Rome.
Se qualcuno si chiede come si debba affrontare democraticamente e civilmente il tema delle elezioni, per assistere chiunque approcci al voto come potenziale elettore o osservatore, per aiutare tutti a capire dove, come e perchè si possono esercitare i propri diritti, per sapere flussi, dati ed analisi ... date un'occhiata all'offerta che dà il Paese più libero del mondo.
L'American Dream è anche questo.
venerdì, 03 novembre 2006
Solo una parola: grazie
Daniele Capezzone è stato il miglior segretario di un partirto negli ultimi 15 anni (più in là, non so: ma non credo ce ne siano stati molti migliori, se ce ne sono stati). E' un eccellente Presidente di Commssione. E', soprattutto, il futuro dei liberali italiani.
Qui la sua ultima relazione da segretario.
Da parte mia, auguri a Rita, splendida persona, chiamata ad un incarico impossibile e delicatissimo: sono certo che sarà bravissima, ma venire dopo Daniele sarà un inferno. Rita, non ti invidio, e sono certo che siamo in tanti.
Spiace per Marco Pannella, perchè ho la sensazione che sia ormai come lo zio simpatico ma svitato che fa folklore e ci si diverte, ma poi si saluta con un po' di compassione per lui, volendogli un bene infinito ma consci del fatto che quando c'è da decidere qualcosa di importante non è più affidabile. Spiace, ma io la vedo così, e lo dico con un grande affetto.
Solo una parola, Daniele: grazie.
venerdì, 06 ottobre 2006
Intervista all'Ambasciatore Kovacs
E' in edicola il numero di ottobre di Romacapitale che contiene, tra l'altro, la mia intervista all'Ambasciatore ungherese Kovacs.
Qui sotto l'intervista; a novembre intervista all'Ambasciatore turco Ziyal.
L’Ambasciatore István Kovács rappresenta il Suo Paese qui in Italia dal 1 marzo del 2003, dopo che già dal 1988 al 1993 aveva ricoperto l’incarico di Primo Consigliere di Ambasciata a Roma. Sposato, padre di quattro figli, Sua Eccellenza Kovács è decisamente e a tutti gli effetti un figlio del 1956: lo scorso agosto ha compiuto infatti 50 anni, essendo nato sulle sponde del “Bel Danubio blu” protagonista del valzer di Johann Strauss, nella Budapest in fermento che aveva da poco recepito il rapporto shock sullo stalinismo e si apprestava alla rivolta del 23 ottobre. Laureato in lettere presso l’Università del Maryland, negli Stati Uniti, l’Ambasciatore Kovács si è occupato, nella sua carriera diplomatica incredibilmente nutrita per la sua età, di diverse aree del mondo: dall’Africa al Medio Oriente (ha servito il Suo Paese anche a Baghdad), dall’Europa agli USA (è stato Console Generale a New York dal 1995 al 1999). Abbiamo di fronte un eccezionale interprete delle relazioni estere del Suo Paese, che parla 4 lingue oltre la sua ed è stato insignito nel 1995 della Croce di Cavaliere di Malta.
Ambasciatore Kovács, le celebrazioni che proprio in questo mese ricordano gli straordinari giorni di 50 anni fa stanno mettendo a dura prova la Sua agenda, e dunque la ringraziamo per l’opportunità che ci ha concesso. L’anniversario del movimento di patrioti ungheresi che lottò con coraggio contro la dittatura che opprimeva il Vostro Paese, dando prova a tutto il mondo della vitalità della resistenza magiara, scalda i cuori di noi democratici occidentali di oggi forse più di quanto non fece allora. Le chiediamo di aiutarci a capire come il Suo Paese ricorda la rivoluzione e la lotta di liberazione dell’ottobre del 1956.
Prima di tutto noi ungheresi, ed io come Ambasciatore che rappresento il Paese qui, vogliamo dire: grazie. Grazie per la solidarietà che nel ’56 ma anche in seguito l’Italia ha sempre dimostrato agli ungheresi. Grazie per tutto quello che l’Italia ha fatto per i molti profughi ungheresi che sono transitati qui per poi andare altrove e per quei 4.500 che dal 1956 sono rimasti. Molti di loro hanno ricevuto la possibilità di lavorare, di studiare anche mediante borse di studio fornite dalle Università di varie parti di Italia. Loro sono ungheresi ed italiani allo stesso tempo, ed in questi 50 anni hanno sempre aiutato a mantenere solidissimi i rapporti - che esistono da più di 1000 anni - fra i nostri Paesi. I fatti del 1956 sono molto importanti ancora oggi perché non hanno solo significato la voglia di vera democrazia in Ungheria ma hanno anche costituito l’inizio simbolico della democratizzazione dell’area dell’Europa dell’est. Se la rivoluzione del 1956 non ha avuto immediato successo in quel momento, ciò che è avvenuto e la lezione che ne è scaturita ha senza dubbio contribuito a far sì che nel 1989 i rivoluzionari cambiamenti che hanno portato la libertà in quell’area siano avvenuti senza spargimenti di sangue. Il messaggio di unire insieme con impegno i nostri popoli per far vivere democrazia, pace e libertà senza darle per scontato è fortemente presente nei fatti del 1956, e oggi siamo fortunati perché siamo ancora in grado di ascoltarlo e farlo ascoltare ai nostri figli dalle voci di coloro che sono sopravvissuti.
L’Ungheria è uno dei Paesi che nel 2004 sono entrati nell’Unione Europea, anche grazie al referendum tenuto nell’aprile del 2003 mediante il quale l’84 % dei cittadini ungheresi che andarono a votare approvò questa decisione. D’altronde, uno dei pochi punti che accomunano maggioranza ed opposizione nel Parlamento di Budapest sembra essere l’impegno europeo ed Atlantico (l’Ungheria fa parte della NATO dal 1999). Cosa rappresentano per il Suo popolo le prospettive e le problematiche dell’ingresso in questa grande e controversa comunità?
Sono stati due passaggi molto importanti per noi, che ci hanno confermato la ritrovata ufficiale appartenenza ad una comunanza di valori che già esisteva prima della parentesi del socialismo reale. L’entrata nell’UE, in particolare, ha significato per noi un’opportunità, ma non una soluzione: nel senso che l’Ungheria ha vissuto il processo di avvicinamento e poi di ingresso nei 25 come un percorso rivolto verso un futuro ricco di prospettive comuni e non come un contributo teso a risolvere i problemi provenienti dal passato. Noi ungheresi crediamo nella grande opportunità data dalla politica comune europea, nell’ambito economico ma anche in chiave di politica estera.
Le elezioni politiche tenute nell’aprile di quest’anno hanno riconfermato il Primo Ministro uscente Ferenc Gyurcsány, leader di una coalizione di centrosinistra, alla guida del governo ungherese. Con i suoi 45 anni il Primo Ministro è uno dei più giovani leader dei 25 Paesi UE. Il Presidente del Parlamento ungherese è dal 2002 una dinamica e giovane donna, Katalin Szili, come pure per il Ministero degli Affari Esteri, retto da Kinga Göncz. Allora è vero che i “nuovi Paesi” dell’Unione Europea hanno portato una corrente di vivace innovazione nella politica dei loro cugini che da più tempo si riuniscono a Bruxelles?
Forse i nuovi componenti dell’Unione Europea possono portare una “vivace impazienza” nel fare qualcosa per avvicinare l’Europa a tutti i cittadini europei. Nel mondo di oggi è più semplice coinvolgere i cittadini nella condivisione di molte istanze che riguardano il nostro continente, e dobbiamo fare in modo che gli europei sentano più vicine le Istituzioni, naturalmente senza dimenticare che la responsabilità dell’esercizio della leadership rimane sulle spalle di coloro che ricevono democraticamente la fiducia degli elettori. E’ possibile che questa nostra dinamicità derivi anche dal fatto che solo da poco tempo abbiamo tutte le possibilità per darci da fare e dimostrare il nostro contributo nell’ambito dell’Unione.
Budapest nasce ufficialmente nel 1873 con l’unione delle città Buda e Óbuda situate sulla sponda occidentale del Danubio con la città Pest, situata sulla sponda orientale. Oggi conta 1,7 milioni di abitanti, ed è un distretto a sé stante diviso in 23 circoscrizioni che gode di propria autonomia. La Capitale ungherese è ogni anno mèta di moltissimi turisti che onorano l’arte, la storia e la cultura che ne fanno una delle più interessanti città europee, dove dal 1896 è attiva (e funziona molto bene) la più antica metropolitana dell’Europa continentale. Nel 2002 Roma ha ospitato l’Hungarofest, una manifestazione che celebra, ogni anno in una diversa città europea, la cultura ungherese nelle sue molteplici e prestigiose testimonianze. Quali sono i rapporti tra Roma e Budapest? A Lei che è nato a Budapest ed oggi vive a Roma, quali sembrano essere le principali differenze e quali le similitudini tra le nostre due Capitali?
Roma è una città magnifica e quando nel 2003 sono tornato qui l’ho trovata cambiata e migliorata rispetto alla fine degli anni ’80. Cultura, vitalità ed una grande tradizione di accoglienza rappresentano le prime similitudini che trovo tra le due città: ma devo dire che anche il traffico, l’inquinamento ed il rumore esistono purtroppo sia a Roma che a Budapest. Tutto sommato non vedo eccezionali differenze con Budapest, tenendo comunque presente che ogni Capitale ha una sua storia che la rende unica. Questo mese, tra l’altro, in occasione del cinquantesimo anniversario dei fatti del 1956 avrò l’onore di deporre insieme al Sindaco Veltroni una corona di fiori ai piedi della targa affissa a Roma in Via dei Cestari, sulle mura del collegio dove furono ospitati molti profughi ungheresi del 1956.
Come è composta e quanto è numerosa la comunità ungherese a Roma?
Abbiamo pochi concittadini qui a Roma, credo non più di due o trecento. D’altronde negli ultimi due anni solamente 2.700 ungheresi hanno richiesto un permesso di soggiorno, e molti di essi risiedono nelle regioni del Nord. Inoltre l’apertura delle frontiere ha reso più semplice la circolazione delle persone senza che esse abbiano l’obbligo di stabilire un contatto con le proprie Ambasciate europee, per cui oggi il controllo dei flussi è meno essenziale di un tempo.
Per concludere, qual è lo stato delle relazioni politiche, culturali e commerciali tra i nostri due Paesi?
C’è una eccellente solidarietà e simpatia tra i nostri popoli. Cultura e storia ci accomunano da secoli, e danno una base molto forte di vicinanza reciproca. In occasione di questo anniversario l’Ambasciata sta ricevendo molti attestati di amicizia e partecipato ricordo da semplici cittadini, associazioni e istituzioni locali di tutta Italia dove vengono intitolate piazze o celebrate commemorazioni. Dal punto di vista commerciale le relazioni sono molto buone: l’interscambio commerciale è di 2,3 miliardi di euro l’anno e le percentuali di import ed export si equivalgono. Gli ungheresi amano molto il Made in Italy, e per l’Italia esistono ottime possibilità d’investimento in Ungheria. Anche dal punto di vista del turismo c’è un significativo scambio: sono circa mezzo milione gli ungheresi che ogni anno visitano l’Italia, mentre gli italiani che annualmente si recano in Ungheria per turismo sono circa 700.000. Per quanto riguarda i rapporti politici, essi sono ottimi e tali rimangono a prescindere dal colore politico dei governi in carica nei due Paesi. A questo proposito è importante ricordare la recente visita che ha visto protagonista il Presidente Napolitano a Budapest, e l’imminente viaggi che porterà a Roma ed in Vaticano il nostro Presidente della Repubblica Sólyom.
Siamo davvero riconoscenti a Sua Eccellenza l’Ambasciatore Kovács per la Sua grande disponibilità e la Sua cordialità, doti non comuni in una personalità di così rilevante esperienza ed importanza. Sentiamo di dover ringraziare e ricordare, attraverso la Sua persona, i Suoi connazionali che 50 anni fa diedero vita ad un movimento che da allora non ha mai cessato di rappresentare per tutti noi un insostituibile insegnamento circa il valore e l’importanza della libertà.
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13:50 politica
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venerdì, 04 agosto 2006
Com'è strana la vita dei dittatori
Prendete Fidel Castro. Per decenni prende a pretesto la supremazia americana, la strumentalizza per stringere il giogo sul suo popolo, si allea con i peggiori uomini che abbiano mai raggiunto il potere, ispira i più frustrati e indecenti idioti occidentali (ne sappiamo bene qualcosa), si ciba della sconcia manfrina che rende l'ONU una dannosa istituzione (vedi foto) e con scadenze più o meno prefissate tiene devastanti sessioni di comizio di ore nelle quali accusa il satana a stelle e strisce di qualsiasi malaffare, primo tra tutti il pedissequo maldestro tentativo di eliminare il padre della revoluciòn.
E poi, quando sta male e presumibilmente (auspicabilmente in fretta e senza soffrire) sta per stirare le zampe e reincontrare i migliaia suoi incolpevoli concittadini che ha condannato, incarcerato, torturato, fucilato, impiccato o costretto a morire nelle 90 miglia che separano Cuba da Key West ... non può nemmeno accusare l'odiato yanki di essere il colpevole di tutto ciò, per il timore che il popolo si sollevi per davvero entusiasmato dal fatto che il vicno finalmente abbia compiuto quello che da decenni gli viene addebitato in programma.
Com'è strana la vita dei dittatori.
sabato, 29 luglio 2006
Sic transit gloria mundi
Vi ricordate della Parigi libertina e simbolo rivoluzionario di modernità e apertura di costumi? Il bacio alla francese, le ragazze più alla moda, Pigalle, il Moulin Rouge?
Scordateveli.
Chissà come sarà il nuovo termine per perizoma a Teheran ... parlando d'altro.
Parlando d'altro?
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20:51 politica
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giovedì, 20 luglio 2006
Rudy!
73%
Poi, un giorno non ancora precisato del 2008, durante le primarie, non dite che non ve lo avevo detto.
E poi, il secondo martedì di novembre del 2008, non dite che non ve l'avevo detto.
Rudy+Condi, direi: e quindi Rudy e poi Condi. E se ne riparla nel 2024.
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2006 Jun 26-29
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Yes, acceptable
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No, not acceptable
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No
opinion
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%
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%
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%
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Former New York City Mayor, Rudy Giuliani
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73
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25
|
2
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Secretary of State, Condoleezza Rice
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68
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29
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3
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Arizona Senator, John McCain
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55
|
41
|
5
|
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Former Speaker of the House, Newt Gingrich
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45
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50
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5
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Florida Governor, Jeb Bush
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44
|
52
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4
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Tennessee Senator, Bill Frist
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38
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44
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18
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Virginia Senator, George Allen
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36
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35
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29
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Vice President, Dick Cheney
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34
|
61
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5
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New York Governor, George Pataki
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33
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51
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17
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Massachusetts Governor, Mitt Romney
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31
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42
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27
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Arkansas Governor, Mike Huckabee
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17
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40
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43
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Kansas Senator, Sam Brownback
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14
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43
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43
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domenica, 16 luglio 2006
Se fossi in parlamento
Per favore, qualche parlamentare (Della Vedova?) faccia una interrogazione parlamentare ponendo al Ministro degli Affari Esteri una semplice domanda.
Qualora il nostro Paese fosse fatto oggetto di razzismo; non dovesse essere riconosciuto da quasi tutti i Paesi che lo circondano; fosse negata la sua legittimità ad esistere da chi sta sviluppando armamenti nucleari con la esplicita intenzione di cancellarci dalla cartina geografica; fosse quotidianamente tacciato di nazismo mediante una campagna di disinformazione perseguita costantemente su giornali, televisioni, radio, internet, libri di scuola e non; fosse oggetto da decenni di incursioni, attacchi, attentati, bombardamenti, rapimenti, esecuzioni, omicidi ... il tutto nonostante esso sia l'unica democrazia della zona dove esiste, sia legittimato da risoluzioni ONU, abbia un governo che ha vinto le elezioni su una piattaforma programmatica che prevede il ritiro unilaterale da alcune zone oggetto di dissidi internazionali
di grazia, quale reazione il governo metterebbe in pratica senza considerarla sproporzionata?
Se gli italiani stessero al posto degli israeliani, il nostro Ministro degli Affari Esteri cosa riterrebbe di fare per evitare che altri suoi presunti alleati col ditino alzato parlassero di equidistanza e se ne uscissero dicendo che siamo sporporzionati nel difenderci da tutto ciò? Bisognerebbe parlare? E di grazia, cosa bisognerebbe dire a questi signori che ci volessero eliminare dalla faccia della terra?
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lunedì, 20 febbraio 2006
Ciao Luca

Ora puoi nuovamente correre libero. Grazie per quello che mi hai insegnato, e per il tuo coraggio
lunedì, 13 giugno 2005
Avete (stra)vinto voi
Mi sembra di vederli, alcuni simpatici cattoliconi acquattati lì a fare il reolad per vedere che dice adesso quell’anticlericale che tanto si è speso per il sì ai referendum. A metà giornata (scrivo alle 14) ci sono 45 accessi, manco ci fosse qualche flame come ai bei tempi. Eccomi qua, nudo come mamma mi ha fatto. Io mi arrendo, senza condizioni.
Semplicemente, avete vinto voi: anzi, avete stravinto. Sarei stato pronto a dar battaglia, viste le mille scorrettezze escogitate e messe in atto con scientifica impudicizia, se il mancato quorum avesse comunque testimoniato un affluenza dal 40% in su. C’è da scrivere un manuale su come violentare la democrazia, con l’indicazione di tutti i mezzucci infami usati dall’establishment chiesa/ministero dell’interno/televisioni. E questo rimane agli atti come una vergogna che vi marchierà per tutta la vostra sperabilmente lunghissima vita. Ma qui, invece, si tratta di un’ecatombe. E’ corretto, e però molto doloroso, riconoscerlo. Noi siamo sconfitti, voi vincitori.
Ma c’è di più.
Questo non è un referendum sulla fecondazione assistita. Era partito così, ma ha mutato di significato in conseguenza con la crociata messa in atto da preti e atei devoti, clericali e cattolici, monsignori e politici tartufescamente genuflessi, che hanno deciso di accoppiarsi con una grande quantità di cittadini ignavi, abulici, addormentati, che producono sonnifero da tutti i pori. E più la crociata si è estesa, più si è cibata di ignobili falsità sulle quali nel mondo occidentale faranno tesi di laurea a dimostrazione di quanto sia povera oggi la civiltà democratica in Italia, più ha coniato slogan vigliacchi e messo su una caciara indegna anche e soprattutto perché in nome di valori così alti, più gli italiani avrebbero dovuto reagire. Non l’hanno fatto. Bisogna prendere atto di ciò, i dati sono sotto gli occhi di tutti e non c’è nulla da dire. Se la chiesa e le sue armate avessero tenuto un basso profilo, paradossalmente la sconfitta sarebbe stata meno violenta: invece non hanno inteso rinunciare a nessuna delle loro indebite ingerenze, e il risultato è che hanno stravinto.
Le conseguenze sono gravi, sono gravissime. In termini numerici, e non solo in quelli, questa non è una sconfitta, questa è una catastrofe. Ne va preso atto.
Questo risultato apre scenari che credo, temo sarà difficile scansare. Non si tratta solo di assistere ormai impotenti ai salti di gioia di gente che esulta per il pietoso stato della partecipazione democratica nel Paese in cui vive, in un consapevole gorgo che trascina nella melma ogni volta di più gli ultimi scampoli di opposizione ad un regime dolce che invece dell’olio di ricino ti somministra un reality show con la tiara imbevuta di valium. La legge sull’aborto, come ammette lo stesso Tar del Lazio, sarà solo il primo, naturale, inevitabile tassello. Io credo davvero che tutti coloro che ancora hanno un cervello dovrebbero riflettere seriamente sull’ipotesi di tornare alla religione di stato, con il reato di bestemmia, il crocifisso obbligatorio ovunque, le omelie del papa a reti unificate più di quanto già non accada: c’è almeno un buon 25 % di aventi diritto che non se ne accorgerebbero nemmeno, bontà loro. Sotto l’ala finto-protettiva della religione cattolica, molti italiani stanno semplicemente meglio, anestetizzati dal pensare che è tanto difficile, in questa grande casa di cura per lungodegenti di ogni età chiamata Italia gestita rigidamente dalle gerarchie cattoliche che solo qui hanno così tanto potere. Oggi, la stragrande maggioranza degli italiani si sono pronunciati non pronunciandosi. Alcuni di essi hanno vinto, e lo sanno; alcuni non lo sanno nemmeno e si cullano beati nella loro ignoranza; altri, infine, ma credo pochi, si renderanno conto solo in un secondo momento di cosa hanno partecipato a creare. Ha ragione Pannella: un giorno tutti ci ricorderemo come abbiamo votato in questo referendum. E' evidente che non tutti quelli che si sono divertiti a giocare al piccolo astensionista clericale si rende conto delle conseguenze della sua condotta: ad ogni livello. Il gioco è finito, c’è un vincitore schiacciante, che vinca e tutti ne paghino le schiaccianti conseguenze. Durissime.
Personalmente, ho due riflessioni da fare.
La prima è che mi vergogno amaramente, profondamente di essere italiano. La mia sofferenza maggiore va a riguardo del fatto che ad ottobre mi nasce una figlia, e francamente di farla crescere in questo paese, e in quello che andrà a (ri)diventare dopo il voto di oggi, non ho alcuna voglia. Se fosse per me oggi, me ne andrei lontano, sapete dove, definitivamente. Non si può per troppi motivi, e certo che ognuno di essi da oggi è da me ancora più odiato. Ma - e chi mi conosce sa quanto questo sia indicativo dello schifo che sento - adesso mi accontenterei anche della cittadinanza d’oltralpe da acquisire per aver sposato una cittadina francese. Per il momento, sono contento di essere riuscito a sposarmi con rito civile: spero che mi permettano di non battezzare mia figlia, forse la fortuna è che ottobre è molto vicino. Ma ve la dico come la penso, credo che se domani un Volontè qualunque proponesse una legge per introdurre l’obbligo di battesimo per tutti i figli nati in territorio italiano non avrebbe nemmeno tutti i torti dal punto di vista morale. Per certi versi, mi sembrerebbe giusto, non scherzo. Un’ora al giorno di religione cattolica obbligatoria in tutte le scuole pubbliche, e rubrica settimanale su tutti i giornali affidata al cardinal Ruini: ce le meritiamo, che ci vengano inflitte. Otto per cento, e solo alla chiesa: altro che otto per mille e pure ad altre religioni. Consultazioni doppie, al Quirinale e pure in Vaticano, per le cariche politiche da adesso in poi.
La seconda riflessione, che nell’universo mondo conta ancora meno della prima che già contava poco, è che non so quando e se mi tornerà la voglia di scrivere qualcosa su questo blog. Al momento mi verrebbero in mente solo improperi, e non vale la pena. Adopererò le energie che mi sono rimaste per scavare e cercare, con notevole difficoltà, qualcosa di buono in questo Paese, in vista di un bellissimo appuntamento che avverrà tra 20 giorni esatti. Poi si vedrà cosa accade: se ci saranno le condizioni per continuare il blog, e come. Probabilmente no, e non solo per la cocente e detonante sconfitta di oggi.
Ad ogni modo, se non ci sono eclatanti novità, che al momento non intravedo proprio, appuntamento intorno al 4 luglio. Grazie davvero a tutti coloro che hanno frequentato questo blog. E complimenti ai vincitori di oggi. Se fossi cattolico, ad alcuni di essi (a quelli in buona fede, e ne conosco: sebbene io abbia letto oggi con grande dispiacere un post di una vigliaccheria feroce - non politicamente scorretto, vigliacco: è un’altra cosa - sul blog di un amico che evidentemente non sa vincere, e sarebbe invece bastato mantenere un profilo di classe, ma quella la si usa solo se la si ha) ricorderei che qualcuno che gode di una certa vostra stima disse: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Tanto voi vi si perdona sempre, no? Quattro ave maria e tutto passa, tranne la sofferenza altrui. Ma a voi che vi frega, voi avete gli embrioni, quello che diventeranno e perché e quanto soffriranno non è tra le vostre preoccupazioni, questo s’è capito.
Ecco, tra qualche decennio la chiesa chiederà scusa anche per questa infamia, come ha sempre fatto per le precedenti infamie delle quali si è macchiata con l’entusiastico avallo dei suoi sostenitori. Adesso, voi che giustamente esultate, divertitevi e brindate. Il giocattolo Italia è tutto vostro: vi meritate, reciprocamente.
A noi italiani laici sconfitti rimane sapere che dalla nostra parte c'è il resto del mondo, a parte il Costarica.
venerdì, 10 giugno 2005
Quattro si
Delle argomentazioni per le quali voterò quattro si, direi che ormai ho abbondantemente detto, riassumendone alcune – ma non tutte – nella lettera che ci siamo scambiati col mio amico Mario.
Qui, a conclusione, vorrei dire che tira una brutta aria: un’aria di revanscismo clericale, di restaurazione bigotta, di assalto alla laicità dello stato e di attacco alla secolarizzazione della società civile italiana. Il tutto con l’avallo silente dell’astensionista seriale, quel tot per cento dell’elettorato attivo che dorme beato sugli allori della democrazia (per la quale altri hanno versato il loro sangue) fregandosene bellamente di quello che gli capita intorno, salvo poi lamentarsi tutto il giorno perché non gli sta bene cosa accade nel suo Paese. Complice e anzi protagonista del menefreghismo italiota, questa percentuale di concittadini che non mi piacciono affatto costituisce tuttavia la speranza di raggiungere il quorum. Io penso infatti che l’italiano astensionista seriale, molto vicino all’italiano medio, abbia stipulato un tacito patto con coloro i quali sono da lui dileggiati snobisticamente tanto quanto legittimati dalla sua ignavia. Questo nostro amico ti prende in giro se lo metti di fronte al fatto che quelli contro i quali lui protesta rifiutando di esercitare il proprio diritto sono coloro che più di tutti traggono beneficio dalla sua condotta. Lui lo sa benissimo, ma fa finta di non saperlo, e dorme. Dorme, ronfa, consapevole che intanto si spartiscono la torta grazie anche al suo complice sonno. Questo simpatico esemplare di occidentale troppo bene abituato, però, qualche volta s’incazza. Gli capita, guarda un po’, sempre in concomitanza con un referendum (per il quale altri hanno versato sudore, per fortuna non sangue, almeno fino ad adesso chè del doman non v’è certezza), e ha dimostrato in passato che quando s’incazza lo fa perché coloro i quali avevano ricevuto il suo implicito lasciapassare, invece di stare buoni e farsi gli affari loro lo hanno svegliato dal suo sonno. S’incazza perché non accetta che l’interlocutore del tacito accordo non capisca che l’unica cosa che deve fare è rispettare il sonno dell’italiano astensionista seriale, senza esagerare, senza strafare. Se si comincia ad urlare e strepitare, se si intraprende una crociata con lo scolapasta in testa, se ci si agita troppo quello si sveglia. E s’incazza. E punisce votando. Questa è la speranza oggi in Italia, a questo ci siamo ridotti. Se non s’incazza, sono cazzi.
Io proporrei invece di ponderare il quorum tenendo conto di questa astensione seriale. Io propongo, ufficialmente per quanto me lo consenta questo piccolo blog poco frequentato, che il quorum rimanga del 50% +1 ma venga calcolato non più sul 100% degli aventi diritto (tralasciamo per pietà la tristissima e incivile vicenda del voto degli italiani all’estero) bensì sul 100% meno la media dell’astensione delle ultime tre tornate elettorali. Per capirci, se nelle ultime tre elezioni l’astensione in media è stata del 25%, io propongo che il quorum per l’eventuale successivo referendum sia la metà+uno del 75% degli aventi diritto. Poi voglio vedere i furbetti come si mettono. Ma non si farà, questo paese è troppo poco civile sui diritti civili.
L’altra notte ho fatto un sogno. Ho sognato un uomo con la barba che lanciava anatemi iracondi sui suoi concittadini, ammonendoli sul non andare a votare, richiamandosi spesso e volentieri alla dottrina e ai pronunciamenti della religione più in voga nella parte di mondo dalla quale minacciava la sua gente dipingendo apocalittici scenari qualora essi fossero andati a votare. Non sono in grado di ricordare le sembianze di quell’uomo.
Secondo voi chi era, Al Zarqawi o Giuliano Ferrara ?
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giovedì, 09 giugno 2005
IL NEW SORVEGLIATO BLOG SPECIALE
Il Sorvegliato Speciale e New Blog New Blog imitano IL FOGLIO e RADIO RADICALE. Si "ospitano" a vicenda. Qui di seguito il post del Sorvegliato Speciale che Mixumb leggerà solo dopo averlo "postato".
Speriamo che questo sia un esempio di rispetto reciproco fra chi si ritrova su posizioni differenti, o addiruttura opposte. Per noi è facile farlo essendo veri amici. E avendo ciascuno rispetto delle ragioni dell'altro pur disapprovandole. Speriamo diventi possibile anche per altri.
Non è "buonismo" è una "battaglia culturale", non può che esprimersi in questi termini.
Mario (Sorvy) e Umberto (Mixumb)
Lettera ad un amico (radicale)
Caro Umberto, non sarebbe necessario alcun preambolo se la lettera che sto per scriverti la leggessi solo te. Ma poiché sarà letta da gente che non conosce né me né te mi sento in dovere di dire subito che l’amicizia fra noi due è cosa non virtuale e neanche formale. Abbiamo iniziato a conoscerci - anche se non ci siamo mai incontrati nonostante i ripetuti tentativi degli ultimi due mesi - e a polemizzare, scherzare, ritrovarci e poi contestarci, comunque sempre cercarci, non partendo dalle nostre reciproche opinioni ma da una simpatia (sim-pathos: medesima passione) che ci unisce oltre ogni nostra diversità di opinione e politica.
Ci siamo conosciuti praticamente nello stesso periodo in cui sono nati i nostri due blog: il Sorvegliato Speciale e New Blog New Blog. Sono passati due anni.
Più volte ho notato come perfino graficamente i nostri blog si somiglino. Ho spesso la netta percezione che noi due siamo molto simili pur vivendo in posti diversi e facendo esperienze umane e politiche differenti.
Possono bastare queste poche righe di preambolo per quelli che ci leggono. In realtà fra noi due il preambolo non serviva affatto. Siamo amici, ci stimiamo, lo sappiamo, punto.
Non userò mai una volta rivolgermi a te usando il “VOI RADICALI”. Non userò neanche il “NOI CATTOLICI” perché voglio essere franco e appassionato al cuore della questione che tocca me e te, prima ancora che la politica e le fazioni. La mia è una lettera, infatti, con tanti IO e tanti TU.
Entro subito nell’oggetto della lettera: questo maledetto referendum.
Per chi non lo sapesse spiego:
Io non andrò a votare e mi batto perché altri insieme a me si astengano dal voto. Consapevolmente non vado a votare, attivamente mi astengo. Faccio di tutto per convincere la gente a non votare, affinché il quorum non si raggiunga (furbetto!!!) e il “SI” non passi.
Tu altrettanto consapevolmente e entusiasticamente andrai a votare e ti batti perché più gente possibile esprima il suo voto (si, no, nulla, bianca) … non importa come voterà purché si raggiunga il quorum (furbetto!!!) sapendo che superato il quorum il “SI” vincerà senza ombra di dubbio.
Chi vota “NO” oppure “SI” oppure “bianca” oppure “nulla” farà vincere il “SI”.
Chi si astiene fa perdere il “SI”.
Chi pensa di fare una cosa diversa dal votare Si o dall’astenersi o è scemo o “ci marcia”, insomma bleffa. Rosy Bindi docet.
Adesso ti spiego perché e da cosa nasce la mia posizione.
Non devi stupirti né scandalizzarti se la mia opinione e che chi vuole votare “NO” deve per forza di cose astenersi in quanto il voto aiuta l’innalzamento del quorum e il voto per “NO” equivale a votare “SI”. E’ una posizione “furbetta”? Certo che lo è, l'ho gia detto. Non lo nego. Ma...
Per impedire che passi una grave ingiustizia a favore di un voto democraticamente espresso a maggioranza, io non voto e sfrutto la mancanza del quorum. Ho anche dalla mia parte il valido motivo che i referendum non li ho voluti io. Che la legge del Parlamento mi sta più che bene. Che se lo votino quelli che lo hanno voluto. Con l'onere di trascinare la gente a votare, non di rinfacciargli di essere dei farabutti se invece a votare non ci vanno.
Amo la democrazia ma non la dittatura della maggioranza. La democrazia deve riconoscere i diritti umani che sono inalienabili e non possono essere messi in discussione da nessuna maggioranza, altrimenti a maggioranza si potrebbe votare per la reintroduzione dello schiavismo e secondo lo stesso principio “democratico” della maggioranza ed in nome del popolo sovrano approvare una legge che consideri “illegale” l’omosessualità, accettare la pena di morte (vedi che non stiamo parlando di cose fantasiose?), eliminare con una iniezione letale tutti i portatori di handicap, approvare l’eutanasia, accettare la clonazione, legalizzare il commercio di organi, ristabilire le caste sociali, l’aborto del giorno dopo (fino a due mesi dopo la nascita) … perpetuare insomma mille gravi ingiustizie. In nome della maggioranza. In nome del popolo sovrano.
Aldus Axley aveva scritto tutto quello che sta accadendo oggi già nell’ottocento. Passo dopo passo, non sta sbagliando un colpo. Arriveremo alla clonazione. L'eutanasia. Le caste genetiche (uomini con codice genetico di serie A e di serie B e scarti destinati ad ammalarsi).
Il principio della sacralità dell’uomo è una cosa naturale non religiosa. Laica non clericale. I diritti umani devono essere tutelati sempre. Anche dalla cattiva opinione della maggioranza. Anche se UNA PARTE degli scienziati dicono che FORSE non si può dire quando un uomo ha la dignità di persona. Anche se un famoso oncologo confonde un embrione umano da un embrione di scimpanzé.
Ogni strumento in mano alle minoranze deve essere perseguito per difendere l’uomo.
Questa non è una battaglia per il diritto dei malati né il diritto delle donne ad avere un figlio. E’ la battaglia di tutte le battaglie. Quella sulla origine e la dignità dell’uomo.
L’uomo è cosa troppo seria per decidere “convenzionalmente” o a maggioranza quando e come “farsi” nascere e morire. Non spetta all’uomo decidere in che modo possa essere utilizzato un altro uomo a scopi scientifici. Tutto questo per me è aberrante. Spetta alla natura (io qui non parlerò mai di Dio) decidere, quando e come nascere. Vorrei anzi in questo momento non essere cattolico. Non esserlo mai stato. Vorrei per un momento essere un agnostico, un ateo, un anticlericale, perché fosse più chiara a te che la mia posizione è laica. Pienamente laica.
L’uomo deve essere tutelato in ogni modo fin dalla sua origine perché è ragionevole che ciò venga fatto. In nome della natura. In nome del rispetto dei diritti umani. In nome della donna embrione. E anche dell’uomo embrione. E anche del malato embrione. In nome dell’embrione uomo. In nome dell’uomo. L’embrione è uomo finito. Completo. Nulla dovrà essere aggiunto a quelle prime cellule per farsi uomo. Contiene già tutto. Mia figlia è nata la scorsa settimana è stata quel mucchio di cellule lì che chiamiamo semplicisticamente "embrione". Dentro quelle cellule che si sono moltiplicate da sole vi erano già i capelli neri e la pelle scura (una vera Condoleezza, per telefono non te lo avevo detto!). Non è stato aggiunto nulla né tolto nulla a quel mucchio di cellule che era mia figlia. Ciò vuol dire che era già mia figlia. Non l'ho selezionata fra altri embrioni, ci ha pensato la natura. Come potevo io scegliere un figlio. Sarebbe stato come dover decidere di gettare oggi dalla torre uno dei miei tre figli, magari quello più fragile o meno bello. Con che diritto posso io selezionare i miei figli?
Di fatti ciò che ti fa più arrabbiare non è Antonio Socci per il quale nutri una antipatia particolare e che posso capire (magari anche condividere in alcuni casi). La cosa che ti fa più arrabbiare è che ci siano delle persone laiche, libere, che pensano con la loro testa che difendono quella “cosa lì” chiamata embrione che loro dicono essere “qualcuno” e non “qualcosa”. E chi se ne frega se quel “qualcuno” possa essere usato per curare delle malattie, cosa per altro mai provata fino ad oggi per stessa ammissione degli scienziati e dello stesso Partito Radicale.
L’embrione non si tocca. Sai perché? Perché l’uomo non si tocca.
Neanche per guarire un’altra persona qualora si dimostri (e ad oggi non lo è) che questo sarà possibile. Lo dice benissimo Oriana Fallaci “non vorrei diventare una cannibale… una Medea”, ma lo dice anche il laicissimo Ferrara e l’altrettanto laico Marcello Pera (o sono tutti dei “clericofascisti”?)Lo diceva anche Bobbio: “perché noi laici lasciamo alla Chiesa il compito che dovrebbe essere nostro di difendere l’uomo e la sua dignità fin dalle origini?”.
Difendo l’embrione come difenderei il diritto ad essere persona di un ebreo in uno Stato Nazista. Difendo il “negro” da una legge del Congresso Americano che nell’ottocento teorizzava che era un essere umano ma non una persona e quindi “per legge e a maggioranza dei cittadini” i neri dovevano essere schiavi.
Difendo ciò con tutti i mezzi leciti possibili. L’astensione sarà anche una “furbata” ma è una cosa lecita. Ed io la utilizzo. Perché non dovrei farlo? Perché tu non faresti lo stesso? Non avresti usato questo metodo se in linea teorica ti fosse possibile eliminare la pena di morte in alcuni Stati Americani. Oppure vivendo nell’America dell’ottocento per eliminare la schiavitù. Parlo dell’America perché so che è il nostro amore più grande. Eppure anche lì.
Non mi basta la legge, né lo Stato, né la maggioranza. Neanche i principi liberali o libertari.
Io lotto innanzitutto per i diritti umani!
Perché non può essere lo Stato, né la maggioranza, né il referendum a difendere l’uomo e i suoi diritti inalienabili. Questi devono essere riconosciuti come diritti naturali inalienabili ed universali. Questa è una battaglia innanzitutto culturale. Ma se passa il referendum si insinua una idea nichilista e relativista dell'uomo.
Un uomo vale quanto la maggioranza ha deciso che valga. Inaccettabile!
Tu puoi obiettarmi che sto costruendo un castello sul nulla perché nulla è l’embrione. Mi dirai che sono un prepotente perché quel “nulla” lo impongo a forza agli altri.
Ma se non fosse così?
La verità, mio caro Umberto, è che occorre guardare le cose con occhi semplici come io e te abbiamo fatto in questi mesi quando abbiamo accompagnato le nostre mogli a fare l’ecografia. Bastava avere gli occhi ben aperti. Insieme al cuore. Bastava osservare quel miracolo che si manifesta ai nostri occhi. Quelli lì non sono “organismi” sono i nostri figli.
E lo sono fin da subito.
Post scriptum:
Il tuo post qui sotto lo intitoli “provocazioni” ma io di provocazioni non ne trovo neanche una.
Trovo una serie di invettive contro gli astensionisti laici e cattolici. Dove non c’è l’invettiva c’è l’idea di fondo che il mio pensiero di “astensionista” sia stato “dettato” dalla “cupola clericale”. Lo stesso vale per Giuliano Ferrara, Marcello Pera, Oriana Fallaci che da laici, personalità di cultura e intelligenza si trasformano ai tuoi occhi in colonne "clericali".
Hai scritto che “Socci & Ferrara sono Stanlio e Ollio della degenerazione clericale”.
Parli di “beceraggine”, di “assurdi estremismi”, auguri agli astensionisti i “peggior gironi dell’inferno”, parli di “inutile e stupido terrorismo clerico fascista”, usi il termine “mafioso”, “furbesco”, “vescovone”, “fanatici dell’astensione”,“millantatori”, “truppe cammellate”, “cupola clericale”, “infamissime tesi” “imposizioni della cupola”, “parola d’ordine clericale”. Ma ti scandalizzi se qualcuno ricorda che l’eugenetica è stata utilizzata soprattutto dai nazisti. Dato ineccepibile e che fa riflettere.
Io non mi offendo se mi dai del becero-mafioso-clericofascista-fanatico etc. etc. Ti conosco e mi conosco. Siamo sanguigni. Scriviamo spesso “di pancia”. Poi ci passa … abbiamo testa e cuore oltre alla pancia.
Mi offendo invece quando supponi che io non parlo a mio nome ma per obbedienza a qualcuno. Qunado eseguo ordini venuti dall'alto. Quando insinui che c'è del plagio nella mia testa.
Mi offendo quando pensi che gli astensionisti siano persone senza testa alla mercé di un papa retrogrado e oscurantista che mi detta la linea da seguire. Mi offendo quando non mi ritieni capace di ragione. Io non approvo quello che pensi, Umberto, ma ti comprendo. Capisco anche le tue buone intenzioni. Tu sforzati di capire le mie. Sii tollerante con me. Semplicemente la pensiamo diversamente. Non sono uno sprovveduto ignorante bigotto. Sono un laico che crede nella necessità di salvaguardare i diritti umani, non è una colpa se poi sono anche uno che crede in Dio. Se non fossi stato un credente sarei stato comunque un Giuliano Ferrara, un Marcello Pera, una Oriana Fallaci uno come tantissimi non credenti che difendono l'uomo. Quindi l'embrione.
sabato, 04 giugno 2005
Provocazioni
Non passa giorno che il magnifico duo Socci & Ferrara, novelli tragicomici Stanlio & Ollio della degenerazione clericale, porti più in là la beceraggine con la quale insultano, mistificano e pericolosamente sbeffeggiano persone che, lungi dal voler prefigurare percorsi aperti all’eugenetica. Si è perso di vista, da parte di questi assurdi estremisti dell’antisecolarizzazione, che è l’amore e solo l’amore ciò che guida chi vuole aiutare la ricerca per combattere malattie e problematiche naturali quanto meritorie di essere sconfitte. Altro che bimbi biondi con gli occhi azzurri, Luca Coscioni vorrebbe solo sperare di poter vivere. O forse, Luca già sa che non durerà abbastanza, ma la battaglia la fa per coloro che verranno. E ci vuole una coscienza lercia come una fogna per dargli del pericoloso eugenetista, del criminale, del nazista. Più questi personaggi si professano devoti a dio, più io che non ci credo tendo a immaginare che, se mai ci fosse, quando – il più tardi possibile – anche a loro capiterà di passargli davanti, credo che giustizia divina vorrebbe che il contrappasso dantesco del peggior girone dell’inferno fosse solo l’antipasto di quello che li aspetta per la loro tanto amata eternità.
Ma dov’erano tutti questi filosofici sibillini profeti quando la legge 40 non c’era? Perchè allora non proferivano verbo contro il presunto macello del quale oggi farneticano? Stanno chiedendo scusa del fatto che a quel tempo accettavano supinamente nazismo, criminalità scientifica, far west, obbrobri, stragi genetiche? Si stanno battendo il petto per la loro incosciente cecità, il loro colpevole silenzio, la loro borrida accettazione di un mondo scientifico italiano tiranno e genocida contro i poveri embrioni equiparati a persone? Oggi sostengono che nazisti sono coloro che vorrebbero cancellare 4 dei moltissimi divieti contenuti nella loro legge feticcio. Ma quando la legge non c’era, se non nelle speranze di qualche tunica porporata, dove gridavano gli atei devoti e i fanatici dell’astensione? In quello che, se tanto mi dà tanto, avrebbe dovuto essere un far west mille volte peggiore di quello (inesistente) che proverrebbe da quattro si, dove ululavano i nostri eroi? Ferrara taceva preparandosi a cambiare posizione una decina di volte, Pera e Rutelli si pronunciavano a favore della ricerca e contro i principi di quella stessa legge che poi, appena ricevuta la parola d’ordine clericale, avrebbero pavlovianamente eletto a nuova bibbia. Si rendono conto, questi fondamentalisti del dolore altrui, che in tutto il mondo siamo gli unici insieme al Costarica a professare una legge di tale cieco, inutile e stupido terrorismo clericofascista? Persino la Corte Costituzionale ha sblindato verso l’assurdo, e non per la prima volta, affermando clamorosamente che senza una legge 40 si avrebbe una vacatio legis di stampo costituzionale … come se fino al 2003 tale presunta vacatio pur esistendo non avesse avuto alcuna importanza nei pronunciamenti di chicchessia, primi tra tutti quei campioni del “non si vota sulla vita” che recludono i diritti altrui relegando mafiosamente a cosa loro l’esercizio della sovranità popolare sulla salute e sulla speranza di tutti gli italiani, siano essi laici, cattolici, di destra o di sinistra, atei devoti o gente perbene. Affermando senza vergogna che il no è minoritario, e confessando dunque che minoritaria è nel Paese la loro posizione, ma allo stesso tempo approfittando furbescamente di quelli ai quali nulla interessa e arruolandoli nella loro crociata a favore del dolore altrui, in una assurda ammucchiata formata tra chi si darebbe fuoco pur di difendere l’embrione e chi se la legge da abrogare dicesse di dare fuoco agli embrioni se ne fotterebbe lo stesso (e interrogatevi sulla differenza tra dare fuoco e buttare nel cesso, di grazia), oggi inconsapevole compagno di viaggio e domani novello nazista da equiparare a Mengele, ad uso e consumo delle peggiori ignominie comandate da qualche vescovone nel nome di chi con lo stato laico ci si pulisce sappiamo cosa. Mentendo e appropriandosi indebitamente del titolo di portabandiera dell’embrione, accettando supinamente che 30.000 dei loro protetti vengano gettati nell’immondizia in nome del loro millantato ed esclusivo diritto a decidere della vita altrui, autoincensandosi a difensori di chi condannano a morte, queste persone distribuiscono del criminale e del nazista - con la facilità con cui si lavano i denti ma mai si sciacquano la bocca - nei confronti di altre persone, ricercatori ai quali dovrebbe andare tutta la nostra gratitudine, che prima della legge 40 facevano il loro lavoro (come accade in tutto il mondo) senza che alcuno dei vari Butttiglioni, Giovanardi e Socci si permettessero di denunciare alcun far west. Allora non c’era stato il richiamo delle truppe cammellate del conducator Ruini, non con l’ingerente intensità con la quale la cupola clericale ha inteso rinnovare l'antica illegale pratica di farsi gli affari di tutti gli italiani perpetrando sulla pelle altrui le proprie infamissime tesi su chi deve vivere soffrendo e chi deve morire senza speranza, con la sola colpa di essere nati in un Paese che lungi dall’essere laico soffre l’occupazione manu militari di una casta che chiede l’abiura ai propri dissenzienti nel nome di un presunto liberalismo, che però allo stesso tempo a detta del loro capo è assimilabile al comunismo in quanto a pericolosità, tra una condanna alla repressione e alla cura forzata per chi ha la presunta colpa di essere omosessuale ed una ignobile esaltazione della dottrina che chiede sofferenza, dolore e pena per chi vorrebbe solo avere un po’ di pace, laica, liberale, legittima, viva.
Il fronte degli astensionisti, per fortuna, non è composto solo da questa gente. Smettano, però, le brave persone che legittimamente ritengono di astenersi senza peraltro condividere la degenerazione dei loro compagni, di accettare che questa nuova guerra di religione sia combattuta sulla pelle delle persone vive, vere, oggi. Non aspettate che la chiesa chieda perdono, tra qualche decennio o qualche secolo. Non mischiatevi con chi usa termini come criminali e nazisti nei confronti di coloro che hanno lo scopo di salvare vite umane, e alleviare le sofferenze altrui. Non fingete di non sapere che tra viaggi all’estero limitati solo ai ricchi e calo delle nascite in un Paese già sotto la crescita zero si va verso una situazione ingiusta e pericolosa, che proprio chi crede dovrebbe combattere invece di accettare supinamente. Esercitate il vostro libero arbitrio, difendete - voi che ci siete in mezzo - i vostri simili che non accettano il pensiero unico imposto dalla cupola, chiedetevi se il vostro dio vorrebbe che voi con il silente assenso a posizioni che condannano a soffrire vi rendiate complici di una posizione antistorica, iniqua, inaccettabile, incomprensibile nei confronti di altre persone più sfortunate di voi. Rinunciate a preferire il microsocopio ai vostri occhi. Guardate chi soffre, ma non vi illudete che ad essi basti uno sguardo, soprattutto se ad esso accompagnate – magari con un sorriso – l’annuncio a chi oggi sta come tutti noi potremmo stare domani che la speranza è un male, che la ricerca è peccato, che la rassegnazione è un destino.
Un post di Mixumb delle
09:48 politica
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commenti (8)
venerdì, 03 giugno 2005
L'eugenetica è solo un pretesto
Massimo Teodori su Il Giornale di oggi
C’è qualcosa di ambiguo, trasversale e intellettualmente non limpido nel parlare in questo momento di eugenetica, a pochi giorni dal referendum indetto per abrogare solo quattro punti della legge 40 sulla fecondazione assistita. E’ legittimo chiedersi il motivo per cui, proprio oggi, si evocano gli orrori dell’eugenetica – sì, gli orrori! – dato che la questione è estranea alla materia referendaria. Se anche i quattro “Sì” abrogativi prevarranno con il raggiungimento del quorum nel referendum, sia nella legge in vigore sia nel regolamento di attuazione resterebbe immutato il divieto di pratiche eugenetiche.
E’ per ciò che evocare lo spettro dell’eugenetica è oggi pretestuoso. Meraviglia che per iniziativa del Foglio alcuni autorevoli politici e intellettuali si siano prestati ad alimentare l’ambiguità di una campagna contro l’eugenetica che in questo momento non ha senso alcuno in Italia mentre avrebbe avuto altra legittimità e forza se fosse stata lanciata nel momento di discussione della legge e venisse ripresa dopo il voto del 12-13 giugno. Parlarne ora è un imbroglio perché si mescola un discorso teorico, generale e internazionale con una scelta puntuale, precisa e nazionale.
Non depongono a favore dell’ipotesi riformista di socialismo europeo le firme all’appello del Foglio di leader come Giuliano Amato e Piero Fassino che si sono prestati al gioco di una crociata culturale all’ultimo respiro in cui si mette nello stesso calderone, senza distinguo, la ricerca scientifica su cellule staminali, il numero degli embrioni da impiantare, l’inizio della vita umana, e gli orrori praticati non solo dai nazisti. E mi pare che non possa interpretata come una rigorosa riflessione su libertà e responsabilità la motivazione delle firme di intellettuali liberali come Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco, troppo frettolosamente annessi, con il pretesto dell’eugenetica, al fronte unico anti-referendario.
Se c’è qualcuno che pensa che andare a votare, e votare “Sì” al referendum, significa aprire la strada alle mostruosità eugenetiche, lo dica apertamente. Forse Giuliano Ferrara nella sua crociata culturale anti-relativismo, anti-secolarismo e anti-scientismo è fra questi, mentre pare improbabile che gli altri firmatari condividano le sue tesi, pur lasciando da parte le chiacchiere di quei cristiani che straparlano di nazisti referendari. Se, invece, come mi pare più probabile, le firme di Amato, Fassino, Galli della Loggia, Panebianco, Mafai e altri ancora vogliono soltanto esprimere una presa di distanza dai referendum, mi pare che abbiano scelto il tema e il tempo sbagliati.
Confondere, anche se trasversalmente, le abolizioni referendarie di quattro norme assurdamente proibizionistiche con il via libera alla creazione di chimere, di manipolazioni biologiche e selezioni genetiche, è un equivoco. Perciò non si sa cosa pensare del Corriere della Sera che sceglie questo momento per sbattere in pagina culturale un’orribi